Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

PRIMA LETTERA AI CORINZI
(5)

 

Con questo numero concludiamo la lettura dei primi quattro capitoli della Prima lettera ai Corinzi, che ci ha impegnato, e forse anche un po’ stancato, sia per il tema che per il linguaggio, nei numeri precedenti.

I CRISTIANI DI CORINTO SONO ANCORA DEI BAMBINI (3,1-4)

Così qualifica bonariamente Paolo i cristiani di Corinto quando – dopo aver accennato che con i cristiani già adulti nello spirito poteva parlare di una sapienza cristiana – dice che con loro non può ancora farlo, perché questa sapienza è come un cibo solido che si può offrire a persone adulte, mentre ai bambini si può dare solo del latte per nutrirli. Paolo parla per immagini e intende dire che i suoi corinzi mostravano di essere ancora immaturi dal punto di vista della fede cristiana. Evidentemente Paolo aveva loro trasmesso gli elementi fondamentali della fede, che si potrebbero riassumere così: i dati generali della vita di Gesù e della sua opera di salvezza compiutasi nel mistero pasquale di morte e risurrezione, l’insegnamento di base sul battesimo e l’appartenenza alla chiesa, le principali norme di vita cristiana oltre ai dieci comandamenti (come il comando dell’amore verso tutti, compresi i nemici), il ritorno di Cristo per il giudizio finale dopo la risurrezione dalla morte. Questo può essere stato il catechismo di base, che Paolo ha insegnato a coloro che hanno accolto l’annuncio di Gesù Cristo come inviato dall’unico Dio, per offrire a tutti una salvezza che va oltre questa povera vita, sempre in pericolo e comunque destinata a concludersi in un tempo che sembrerà sempre breve… anche per chi arriva a cent’anni! Ma Paolo deve rilevare e ricordare ai suoi lettori che essi sono ancora impigliati in comportamenti che avevano “prima” quand’erano pagani: “tra voi ci sono ancora risse e gelosie”, cioè i corinzi non sono cresciuti nel modo di vivere secondo lo spirito cristiano; vivono ancora da bambini. Paolo dice anche che vivono da esseri “carnali”, cioè secondo le tendenze della carne, oppure che vivono semplicemente “da uomini”, cioè non da

cristiani, come dimostrano anche le loro divisioni e il dichiarare di appartenere a questo o a quell’apostolo o missionario (“Io sono di…”).

GLI APOSTOLI SONO SERVI E OPERAI PER IL CAMPO E L’EDIFICIO DI DIO (3,5-17)

Paolo ritorna sulle divisioni e contrapposizioni avvenute tra i corinzi a proposito dei missionari, perché vede in questa infatuazione una manifestazione di infantilismo e cerca di far crescere i suoi figli: missionari e apostoli sono dei “ministri”, degli “operai di Dio” (3,9) cioè dei servi, persone al servizio del Signore che diffondono il vangelo di Gesù e cercano di portare alla fede quanti più possono, secondo le loro capacità e la grazia che Dio ha loro concesso. ora Paolo per farsi capire meglio, usa un paragone preso dalla vita agricola: per avere dei frutti ci vuole certo chi semina o pianta nel terreno e poi chi innaffia, ma in ciò che si pianta e si innaffia ci deve essere la vita e se piantare e innaffiare lo fanno i servi, la vitalità al seme o alla pianta la dona solo Dio. E così anche nel campo della fede: è Dio che tocca il cuore, che dà vita alla parola, al messaggio della salvezza annunciato dagli apostoli, per cui esso mette radici nel cuore e nella vita, ne fa cambiare l’orientamento e porta la persona a porre solo in Gesù Cristo la propria fede, la propria speranza e quindi il senso della propria vita. Il paragone agricolo non basta a Paolo e propone un’altra immagine per far capire sempre meglio il suo pensiero e radicarlo nell’animo dei suoi fedeli. Egli dice: ”voi siete il campo di Dio” e aggiunge subito “l’edificio di Dio” (3,9). Paolo era nato e cresciuto in città, a tarso, non in campagna, e poi aveva studiato a Gerusalemme e quindi si trovava più a suo agio con immagini e paragoni provenienti dall’ambiente cittadino (come costruzioni grandi, importanti, stadi per lo sport), piuttosto che da quello agricolo. Ma questo secondo paragone gli serve per precisare il lavoro degli “operai” e quindi il loro rapporto con il Signore che ha loro affidato la sua opera da compiere.
Paolo è stato il primo apostolo di Dio a Corinto e ha dovuto gettare il fondamento dell’edificio che alla fine del brano chiamerà “il tempio di Dio che siete voi” (3,17). Sul fondamento si costruisce l’edificio, che sarà tanto più solido e duraturo quanto più tale fondamento è ben fatto, con materiale appropriato (oggi parleremmo di cemento armato), poggiando su terreno compatto, solido, cosicché non ceda quando sul fondamento crescerà l’edificio. Dicevamo che in questo paragone (3,10-17) Paolo attira l’attenzione sul lavoro degli operai del vangelo e dice che anzitutto essi devono costruire sul fondamento, che è Cristo, e non su altri fondamenti umani (il proprio prestigio, interesse, gelosia verso altri…) e poi che si deve costruire con materiali appropriati. E qui Paolo tira in ballo materiali che non servono certo a costruire; sapeva bene che per costruire occorrono pietre, mattoni, marmi, calce, ecc. e non “oro argento pietre preziose, legno, fieno e paglia” (3,12), ma la sua attenzione, concentrata sugli operai, lo porta a guardare a come lavorano, alla loro responsabilità, perché li attende il giudizio di Dio sul loro operato. Paolo parla del giudizio finale che ognuno subirà nel “giorno del Signore”, cioè alla fine dei tempi, e che sarà caratterizzato dal fuoco, immagine tradizionale per parlare del giudizio di Dio.
Naturalmente, parlando del fuoco si pensa ai materiali più infiammabili come appunto il legno, la paglia, il fieno (allora non c’era la benzina!), mentre i metalli non vengono distrutti dal fuoco, ma vengono purificati dalle scorie col fuoco. Ricordiamo che Paolo sta parlando degli “operai di Dio”, e se essi non lavorano con retta intenzione saranno puniti, il loro lavoro sarà senza merito, e potranno salvarsi come ci si salva da un incendio, scappando attraverso il fuoco. Però ci può essere anche chi tenta di distruggere, di demolire il tempio di Dio, che qui non significa tutta la chiesa, ma quella di cui Paolo sta parlando, quella chiesa, quel “tempio di Dio che siete voi”, cioè la chiesa che è a Corinto, anche se questo vale per tutte le chiese. Per costoro non ci sarà salvezza.

Intanto il semplice accenno al “tempio di Dio che siete voi” richiama i fedeli a rendersi conto della loro dignità di formare la casa di Dio, e della loro preziosità per Dio. Questa realtà allora era percepita più immediatamente nel suo significato, per il fatto stesso che non esistevano “chiese” come edifici, o tabernacoli per l’Eucaristia, cioè luoghi precisi in cui “confinare” in certo senso la presenza di Dio; questo, purtroppo, è divenuto spontaneo da quando si sono potute costruire chiese e cattedrali, distinguendo luoghi sacri e profani… Nei primi secoli i cristiani si radunavano nelle case private per l’eucaristia: erano loro stessi che rendevano sacro il luogo.

SOLO IL SIGNORE E' IL VERO E GIUSTO GIUDICE DEGLI APOSTOLI (3,18-4,5)

tutto questo discorso riguarda da una parte i missionari del vangelo che devono avere sempre il cuore rivolto verso il Signore che ha affidato loro una missione tanto delicata e importante quale è la salvezza eterna di tante sue creature. Ma, dall’altra parte, il discorso è rivolto anche – e forse soprattutto – ai fedeli di Corinto per metterli in guardia a non pretendere di giudicare coloro che si prodigano verso di loro per portarli a una vita sempre più secondo il vangelo, perché solo Dio, che conosce il segreto dei cuori, può giudicare giustamente, dando a ciascuno la lode che gli spetta (4,5). Prima di questa conclusione Paolo richiama il tema generale di questi primi quattro capitoli della lettera: “la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio”. E’ stoltezza per il mondo che la croce di Cristo sia salvezza per tutti gli uomini; è stoltezza che questa salvezza si propaghi nel mondo con la predicazione di poveri uomini, senza mezzi, senza cultura, senza prestigio, come sono gli apostoli; è stoltezza anche che si pretenda di giudicare gli apostoli e missionari in base alle loro capacità oratorie e alla loro cultura, ed è stoltezza vantarsi di uno contro un altro creando divisioni e litigi nella chiesa di Dio, o affidarsi a questo contro quello, come se fosse lui ciò che veramente importa. Paolo ha qui un’impennata formidabile: in realtà queste idee sono da rovesciare: è falso e sciocco dire e pensare “Io sono di Paolo…, io di Apollo, di Cefa…”. Non sono i cristiani che appartengono a questo o a quell’apostolo, per quanto importante nella chiesa, ma sono gli apostoli e i missionari che appartengono ai cristiani e sono per i cristiani, per la loro salvezza, come lo è tutto il mondo e tutti gli eventi; “tutto è vostro”, dice Paolo, perché voi appartenete a Cristo, signore dell’universo, della vita e della morte, del presente e del futuro, e Cristo è di Dio come il figlio, come colui che ci porta con sé al Padre (3,21-23).
In questo “tutto è vostro” sentiamo vibrare l’animo di Paolo, libero di fronte a tutto il creato e a tutti gli eventi, egli che si era sentito schiavo della legge e inceppato da tutti i suoi precetti e divieti. Cristo non solo lo ha liberato dal peccato, ma gli ha cambiato l’animo, la mentalità, lo sguardo per cui vede prima di tutto il bene che c’è in ogni cosa creata da Dio e in ogni evento, anche doloroso, che egli dispone nella vita. “tutto è vostro” poiché “per chi ama il Signore tutto contribuisce al suo bene” (Rom 8,28). Anche per questo raccomanda, per esempio, ai tessalonicesi: “esaminate tutto e tenete ciò che è buono” (1tes 5,21-22), oppure ai filippesi: “tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile… questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). troviamo in queste espressioni dell’Apostolo il suo atteggiamento positivo per tutto ciò che è bene e tutto ciò che è buono, dovunque si trovi, perché si tratta di tracce che Dio, Padre e creatore, ha disseminato nell’opera della sua creazione e di esse il cristiano deve appropriarsi nello spirito, rendendo grazie a Dio e valorizzandole per il bene. Dopo questa frase folgorante Paolo torna a richiamare la posizione dei ministri di Cristo e il giudizio che li attende, in base alla grande fiducia riposta in essi dal Signore e alla grandezza dell’opera loro affidata. Nessuno quindi pretenda di giudicarli, mettendosi, in certo senso, al posto di Dio!

VI SCRIVO QUESTE COSE PER AMMONIRVI COME FIGLI MIEI CARISSIMI (4,6-21)

Ma c’è ancora qualcosa nell’animo di Paolo che deve far sapere ai suoi corinzi. Quando parla del suo apostolato, della missione confidatagli da Cristo, tutta la sua persona è tesa come una corda di violino e ci offre delle pagine anche letterariamente formidabili oltre che sublimi per il contenuto. è quello che accade nel brano 4,9-16. Intanto Paolo comincia a chiarire i suoi rapporti con Apollo. Egli lo ha tirato in ballo varie volte in questi capitoli per fare la lezione ai corinzi che si schieravano per l’uno o per l’altro come se si trattasse di due avversari. Non è vero! Paolo capiva e apprezzava le capacità di Apollo e quindi l’utilità della sua predicazione per la formazione cristiana della comunità. Alla fine della lettera (cfr. 16,12) dirà che egli stesso ha invitato “vivamente”Apollo a tornare a Corinto, mostrando così che tra loro due non c’era alcuna animosità né alcuna invidia; ma Apollo per il momento non se la sentiva, temeva forse di attizzare involontariamente altri dissensi e divisioni. Accennando in questo versetto (4,6) ai suoi rapporti con Apollo, Paolo usa una frase strana: “affinché impariate a non andare oltre ciò che è scritto”. Forse era un modo di dire, un proverbio, che invitava alla moderazione, a rendersi conto ragionevolmente dei limiti delle cose. Paolo lo applica alle divisioni verificatesi a Corinto per mostrare che – anche al di fuori delle ragioni della fede (vedi al cap. 1) – c’erano le ragioni del buon senso che dovevano moderare queste simpatie affinché non degenerassero in divisioni e contrapposizioni che rivelavano solo orgoglio, tendenza a mostrare superiorità intellettuale sparando giudizi senza alcun valore. Rivolgendosi poi a un “tu” che rappresenta chiunque a Corinto abbia fomentato queste divisioni, Paolo dice: “ma tu, chi sei per presumere tanto di te stesso? Anche se hai qualche dote e capacità intellettuale, cosa hai che non abbia ricevuto? tutti, infatti, abbiamo ricevuto tutto, a cominciare dall’esistenza stessa. Ne deriva per tutti il dovere dell’umiltà e della gratitudine. Poi Paolo prende un po’ in giro questa boriosa opinione di sé di questi cristiani che si sentivano “sazi, ricchi, come dei re”, cui non mancava niente, nel senso che si sentivano liberi da tutto, come fossero già arrivati alla condizione finale e gloriosa del Cristo risorto, alla piena realizzazione del “regno di Dio”.
Paolo aggiunge ironicamente: “magari foste arrivati al regno; potremmo regnare anche noi con voi!” Poi presenta, in forte contrasto, la condizione degli apostoli, che rispecchia la vera, reale condizione anche di ogni cristiano in questo mondo. E qui Paolo scrive “un pezzo” (4,9-13) di straordinaria efficacia anche letteraria, ma soprattutto di realistica presentazione della sua vita di apostolo e di ogni apostolo. In concreto descrive la sua “via crucis”, ciò che gli costa il suo seguire Cristo, la sua fedeltà alla missione affidatagli; infatti ciò che dice in questi versetti rispecchia e richiama situazioni reali da lui vissute e sofferte. Alla fine, dove dice di essere trattato come “spazzatura del mondo… rifiuto di tutti” (v.13), vi è un’allusione a un uso di città greche di destinare alla morte qualche pover’uomo il quale, quasi come capro espiatoprio, veniva caricato… della “immondezza, della spazzatura della città” e con la sua morte la purificava dalle sue sozzure. Ci sarebbe, in questo caso un’allusione al valore espiatorio della sofferenza dell’apostolo, cui Paolo accenna in altra lettera, dove dice: “completo nel mio corpo quello che manca alla passione di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). tutto il discorso accalorato di Paolo non intende umiliare e disprezzare i suoi corinzi i quali, nonostante tutto, sono “suoi figli carissimi” (4,14). Proprio come padre che li ha generati in Cristo mediante il vangelo, ha cura di loro, li apprezza e li rimprovera, con ironia e severità. Se fosse un “pedagogo”, lo schiavo che si occupava di condurre a scuola i figli del padrone dietro compenso, non gli importerebbe molto dei corinzi, ma come padre si sente in diritto e in dovere di utilizzare tutte le possibilità affinché crescano bene. E per questo si propone come esempio (4,16): non è orgoglio o vanteria, ma lo sente come un dovere per ogni apostolo, perché la vita si trasmette con la vita, tanto più la vita in Cristo. Intanto con la lettera manda a Corinto timoteo, il suo più caro e fedele discepolo che richiamerà la predicazione e le direttive di Paolo, mentre annuncia una sua visita a Corinto, secondo un progetto che comunicherà alla fine della lettera (16,5-7). E allora, se qualcuno non avrà ancora capito la lezione, si farà sentire anche con severità. Poi la battura finale, bonariamente paterna: “volete che venga col bastone o con amore e animato da dolcezza?” (4,21).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) E’ bene anzitutto leggere il brano indicato nei singoli paragrafi.

2) teniamo viva la nostra coscienza di essere opera di Dio, di formare il suo tempio santo, trattando con rispetto e cura la nostra persona?

3) Come persona consacrata sento che il Signore mi affida la missione di “piantare e inaffiare” il campo di Dio e di “costruire il suo tempio santo” che è la comunità parrocchiale con i vari servizi che essa mi chiede? 4) So superare apprezzamenti poco piacevoli, quando ho la coscienza di avere operato con intenzioni rette, affidando tutto al giudizio di Dio?

D. Antonio Girlanda ssp

 

torna su