Supplichiamo il Signore che muti il nostro cuore, che ci converta specialmente dal nostro difetto predominante. Ognuno di noi ha in sé la radice di qualche difetto; tutti siamo pieni di passioni, ma fra esse vi è sempre quella che domina e travolge il cuore se non si è fortificati e preparati a resistere. I difetti e peccati che dobbiamo scoprire nell’esame di coscienza e accusare nelle confessioni, provengono per lo più da tale passione. Conosce ognuno di noi la sua passione predominante? E vi ha dichiarato guerra? E lotta ogni giorno mirando decisamente a ottenere la virtù contraria? L’orgoglioso mira a diventar umile, il pigro a diventar fervoroso? S. Paolo cambiò in amore verso Gesù tutto l’odio che Gli portò prima della conversione. Chiediamo perciò a san Paolo la nostra conversione e diciamo tutti insieme, di cuore, il primo punto della coroncina.“ Vi benedico, o Gesù...”. La Coroncina a san Paolo fu composta nei primi anni dell’Istituto, quando le vocazioni erano ancora pochissime. Fu preparata con l’intento di ottenere vocazioni e si mostrò efficacissima. Negli anni seguenti vi fu un tale numero di domande che fece meravigliare. E ancora adesso qualcuno dei primi sacerdoti che assistette a quel fatto, si domanda un po’ incerto: “Come si spiega il fenomeno avvenuto negli anni 1923-24?” Con la coroncina a san Paolo.
E non solo la coroncina fu efficace nel suscitare vocazioni, ma anche nella loro formazione e corrispondenza. Infatti i tre punti centrali della coroncina sono per ottenere da san Paolo la grazia di amare e stimare i voti religiosi: la castità (2° punto), l’obbedienza (3° punto), la povertà (4° punto); mentre il 5° punto è per ottenere lo zelo nell’apostolato. Allora eccoci al secondo punto. In esso chiediamo la grazia che il nostro cuore sia interamente di Dio e viva alla perfezione il primo e principale comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore”.
Ogni cristiano è obbligato a questo comandamento, ma la professione religiosa è professione di eterno e perfetto amore a Gesù Cristo, in modo che le forze, l’intelligenza, il sentimento del religioso, siano indirizzati sempre e solo a Dio. Verginità della mente, della volontà, del cuore. Non era questo il consiglio che san Paolo dava nelle sue lettere e nella sua predicazione? Circa la castità, ammiriamo in san Paolo due cose: la sua virtù e la sua chiara dottrina al riguardo. Sarebbe utile ricordare i vari testi o versetti in cui parla di essa, citati varie volte da Pio XII nella Enciclica “Sacra virginitas”. San Paolo, delicatissimo, scrive: “Vi vorrei tutti come sono io”. Santa Tecla, san Timoteo, san Tito, san Luca, lo seguono e lo imitano; e innumerevoli anime lungo i secoli ebbero la grazia di capirlo a fondo, di imitarne gli esempi e le virtù. Fiorisca, o sì, fiorisca anche nel nostro Istituto, in ogni casa un giardino di gigli. La verginità è dono ed è vittoria sopra i sensi. E allora noi chiediamo a san Paolo la grazia della castità, di conservare alla gloria di Dio le forze, di custodire la mente, il cuore, i sensi, onde poter conoscere e servire meglio Gesù. “Vi benedico, o Gesù...”. Nel terzo punto chiediamo la docilità a tutti i nostri superiori. San Paolo diede esempio di obbedienza e predicò l’obbedienza. Egli voleva tutto ordinato nella società e che ogni suddito dipendesse dalle disposizioni di coloro che erano costituiti in autorità, affinché sottomettendosi docilmente all’autorità, non resistessero a Dio. Così dev’essere ordinata ogni comunità perché vi sia ordine e benedizione di Dio.
Mai che si sentano voci di ribellione a quello che la Chiesa insegna, a quello che la Chiesa dispone! Purtroppo si sente la tentazione a ribellarsi, a resistere all’autorità: ma è tentazione e resistenza a Dio. Sottomissione! San Paolo, dopo la conversione si lasciò guidare da Gesù come un fanciullo, anzi come un bambino. A Damasco aveva cominciato subito a predicare, credendo che tale fosse la volontà di Dio; ma appena conobbe che il volere di Dio era diverso, si ritirò in Arabia a completare la sua formazione e trasformazione. Ad Antiochia, sebbene sentisse in cuore un grande ardore di annunziare la fede e predicare Gesù Cristo, tuttavia se ne stette umile e silenzioso finché non intervenne direttamente Dio a lanciarlo nella sua missione. Anche in seguito fu sempre docile e pronto a seguire la voce di Dio, rinunziando alle proprie vedute e progetti. Chiediamo perciò questo spirito di obbedienza, di sottomissione della mente, della volontà, del cuore a Dio.“Vi benedico, o Gesù...”. Nel quarto punto chiediamo lo spirito di povertà. La perfezione cristiana ha scritto un dottore della Chiesa ha otto gradini, che sono le otto beatitudini evangeliche. Ma al primo gradino è la povertà: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”. Ecco, cominciare dalla povertà. Se si trascura questa virtù è difficile, anzi impossibile salire gli altri gradini. Il Maestro divino, invitando i suoi comandava: “Lascia tutto; vendi ciò che hai: dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. San Francesco d’Assisi, che possedeva il vero spirito di Gesù, voleva che i suoi seguaci lasciassero tutto e che si rimettessero totalmente alla provvidenza di Dio. Lasciare tutto! Quante volte questa virtù non è capita.
Quante volte è commentata malamente su certi libri che pur pretenderebbero insegnare la perfezione! La povertà “evangelica” nello spirito di Gesù Cristo, non è solo distacco, ma è molto di più, è liberazione dai legami che ci terrebbero avvinti alla terra, ed è nello stesso tempo slancio per moltiplicare le forze e adoperare tutti i mezzi al servizio di Dio e del Vangelo. Così si deve fare nelle Famiglie Paoline, se si capisce bene lo spirito delle costituzioni. La povertà è virtù grande! San Paolo sapeva adattarsi e scriveva di saper vivere ugualmente bene sia nell’abbondanza che nella privazione. L’abbondanza non gli proveniva solo dalla famiglia, ma anche dalle offerte dei fedeli; pur tuttavia lavorava per guadagnarsi il pane e non essere a carico di nessuno. Patì la fame e la sete, il freddo e la nudità, ma scriveva: “Siamo come poveri, ma arricchiamo molti; siamo come chi non ha niente ma possiede tutto” (2 Cor. 6, 10). Domandiamo questo spirito di povertà, predicato da Gesù Cristo e insegnato da san Paolo.“Vi benedico, o Gesù...”. Nel quinto punto chiediamo lo zelo di san Paolo per l’apostolato. Molte volte san Paolo è considerato soltanto nella sua grande attività apostolica; ma questa partiva dal cuore, dal suo grande amore a Gesù Cristo, al Vangelo, alle anime. Si comprende allora come abbia potuto farsi “tutto a tutti”; come abbia vissuto il grido: “Charitas Christi urget nos”; come abbia sentito in sè i bisogni e le gioie di tutti. Il limite del suo zelo fu soltanto il limite delle sue forze e della sua vita. Quando gli vennero meno le forze e la sua esistenza stava per chiudersi, offerse ancora la vita per la salvezza del mondo e compì il più grande apostolato, quello della sofferenza, del martirio. Amiamo noi le anime? Comprendiamo la missione paolina? Coloro che non hanno zelo per la propria anima, non potranno averlo per quelle del prossimo, ma coloro che hanno zelo nel sacrificio, certamente comprenderanno e zeleranno la salute del prossimo. La missione paolina è anche la nostra: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mt. 28, 19). Se vogliamo il premio di san Paolo in cielo, dobbiamo seguire i suoi passi, i suoi esempi e praticare l’apostolato “delle edizioni, della preghiera, dell’esempio, delle opere, della parola...” Chiediamo questo nell’ultimo punto della coroncina a san Paolo: “Vi benedico, o Gesù...”.
(Predica tenuta il 1º lunedì del mese 7 giugno 1954).
Beato Giacomo Alberione