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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(8)

 

Dopo le questioni riguardanti matrimonio e verginità/ celibato, i fedeli di Corinto chiedono a Paolo di illuminarli su una questione del tutto estranea alla nostra vita: gli chiedono se sia lecito o no per i cristiani di mangiare carni di animali offerti in sacrificio alle divinità nei templi pagani. Ne parla per ben tre capitoli (cc. 8-10). Paolo conosceva bene la situazione e il disagio dei suoi fedeli perché, oltre al fatto in sé, essi si trovavano implicati in situazioni riguardanti la famiglia e la parentela (matrimoni, nascite, funerali), la categoria sociale e le festività cittadine. E queste ricorrenze avevano di solito il loro risvolto religioso con offerte di sacrifici a qualche divinità, cui seguiva il banchetto con le carni degli animali offerti. Paolo risolve il problema e prende l’occasione dal caso per una più ampia catechesi.

1. "Per noi c’è un solo Dio, il Padre... e un solo Signore, Gesù Cristo" (8,1-13)

Il primo capitolo di questa sezione risolve già in radice il problema proposto dai Corinzi: "Riguardo dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che un idolo è nulla al mondo e che non esiste che un Dio solo" (8,4). Con queste poche parole Paolo afferma già che le carni di animali immolati agli dèi, in realtà non sono offerte a nessuno, perché non esistono dèi all’infuori dell’unico vero Dio della rivelazione biblica. La quantità di dèi che popolava l’Olimpo - l’alta montagna della Grecia ritenuta sede degli dèi - era frutto della fantasia che vedeva divinità dietro ogni realtà e fenomeno della natura, e dietro le vicende dell’uomo e della società. Naturalmente, per noi tanti racconti mitologici di divinità fanno sorridere, ma non dimentichiamo che presso ogni popolo della terra costatiamo un forte senso religioso, la certezza che esiste una realtà superiore, la divinità, che domina l’universo con tutto ciò che lo costituisce, anche se questa realtà divina viene frazionata, quasi suddivisa in tante divinità concrete, maschili e femminili, e anche in tanti "spiriti" benefici o malefici nei riguardi dell’uomo. I fedeli di Corinto, come tutti i greci e gli altri popoli dell’antichità,

erano nati e cresciuti in quel mondo popolato di dèi. Vi erano, certamente, persone di cultura capaci di riflettere e pensare, per le quali tutte queste divinità erano invenzioni e le loro storie avventurose di lotte e di amori erano frutto di fantasia, erano storie che proiettavano negli dèi desideri e paure, illusioni e delusioni dell’uomo. Però queste persone erano rare. La quasi totalità della popolazione viveva e cresceva in famiglie che inculcavano il culto e la pietà verso gli dèi della patria venerati nei templi della città. La conversione al Cristianesimo, il credere in Gesù Cristo come Salvatore, Figlio dell’unico Dio e Dio egli stesso, comportava certo il rifiuto e la rinuncia ad ogni altra divinità. Ma il distacco totale, anche emotivo e sentimentale, vitale insomma, verso tutto ciò cui i convertiti erano stati legati, credendo e pregando con i propri cari quegli dèi e spiriti, aveva bisogno di tempo per maturare, cioè il tempo di acquisire nuove abitudini di pensiero e di vita. Per tanti cristiani poi vi erano anche difficoltà in famiglia, nella parentela, come si diceva sopra, in cui vi erano persone che non avevano accolto il vangelo e a volte deridevano o disprezzavano chi era divenuto cristiano. Tanti cristiani quindi erano in difficoltà e avevano bisogno di essere sostenuti dalla comunità. Paolo comprende tutto questo e chiarisce la situazione. Tra i cristiani vi sono quelli che si possono chiamare "forti" nella fede, forse perché hanno maggiore intelligenza e cultura, una personalità più decisa, non hanno difficoltà in famiglia, sono cristiani di più antica data, ecc.; e vi sono quelli che si possono chiamare "deboli" nella fede perché hanno altra personalità e/o vivono in altre condizioni.
I forti avevano recepito l’insegnamento di Paolo e non avevano scrupoli a mangiare carni provenienti dai sacrifici pagani; i deboli invece non avevano ancora superato qualche complesso e si facevano scrupolo di evitare le carni provenienti da quei sacrifici, scandalizzandosi per i cristiani che senza scrupoli partecipavano a banchetti "sacri". Potevano concludere che si potesse essere cristiani continuando a vivere da pagani; Gesù era un dio in più... Ecco allora che Paolo, dopo avere affermato senza incertezze la nullità degli dèi e la conseguente libertà di mangiare tranquillamente le carni offerte agli idoli, afferma con altrettanta forza il principio cristiano di comportamento: la mia libertà di condotta, proveniente dalla mia maturità e dalla conoscenza della verità, trova il suo limite nella carità che deve tener conto del mio fratello, debole nella sua fede, che si può scandalizzare per il mio comportamento. I cosiddetti "forti" devono accettare la situazione di altri fratelli non ancora del tutto liberi da paure e abitudini in cui erano vissuti fino alla conversione. Paolo quindi esplode in quella esclamazione: "Se il mangiar carne scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in eterno" (8,13), per quanto fosse certo che mangiare o meno di quelle carni era del tutto indifferente. Egli ricorda a tutti che anche per il fratello ancora debole nella sua fede Cristo è morto e allora io, come fratello nella stessa fede, devo esserne cosciente e non rovinare l’opera di Cristo in lui. La scienza, la conoscenza da sola può gonfiare, cioè inorgoglirsi e disprezzare gli altri; e così si offenderebbe il fratello e il Cristo. Solo la carità che accoglie il fratello debole così come è, può "edificare", cioè rinsaldare la sua fede, aiutarlo nelle sue difficoltà per mantenersi fedele a Cristo. E Paolo esprime tutto questo subito, nel primo versetto, in modo lapidario: "La scienza gonfia, la carità edifica" (8,1). Infatti bisogna "sapere" amando Dio anzitutto, non separando mai la conoscenza della verità dalla carità. Allora si è conosciuti, cioè guardati e amati da Dio come veri figli (8,3).

2. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” (9,1-18)

Nel c. 9 Paolo sembra cambiare argomento. Sicuramente cambia tono! Parla in prima persona di se stesso e lo fa con una vivacità tipicamente sua, che gli viene spontanea quando deve intervenire su una questione che sente profondamente connessa con la fede in Cristo o con la sua qualifica e autorità di apostolo, talora contestata da cristiani "giudaizzanti". Ora, in appoggio al suo insegnamento sulle carni offerte agli idoli, porta come esempio il suo comportamento di apostolo. Egli inizia rivendicando la sua libertà e la sua qualità di apostolo: egli ha veduto, e può quindi testimoniare, Gesù Cristo risorto che lo ha chiamato e inviato ad annunciare il suo vangelo come i Dodici (cfr. Gal 1,15). E, almeno per i Corinzi, lo era perché egli per primo aveva annunciato a loro Gesù Cristo e aveva fondato e organizzato la loro comunità cristiana; essa era quindi come un "sigillo" di autenticità da parte di Dio sulla sua opera di apostolo, specie di fronte a quelli che lo criticavano (9,3). Se Paolo era un apostolo come i Dodici, avrebbe potuto chiedere alle comunità dei suoi fedeli di provvedere alle sue necessità, come facevano loro, dato che anch’egli si prodigava per la vita cristiana dei convertiti, spendeva la sua vita per il Vangelo. Inoltre gli altri apostoli di solito - come anche Cefa, cioè Pietro stesso - avevano con sé anche una "sorella" cioè una donna cristiana, qualcuno la propria moglie se era sposato, per l’assistenza domestica e anche per qualche aiuto nel ministero. Anche a questa "sorella" le comunità abitualmente provvedevano. Paolo accenna a questa usanza come a una cosa abituale nelle comunità cristiane, che indicava apprezzamento, riconoscenza e affetto per coloro che erano vissuti a contatto diretto con Gesù. Probabilmente qualcuno era passato a Corinto e aveva goduto di questo trattamento (9,12).
Paolo invece, come anche Barnaba suo antico compagno di apostolato, provvedeva col suo lavoro al proprio sostentamento; aveva quindi rinunciato a questo diritto degli apostoli di "dispensarsi dal lavoro", per allontanare anche il sospetto che egli annunciasse il Vangelo per vivere a spese dei fedeli (9,12). Egli porta l’esempio del soldato, del contadino, del pastore che ricavano dal loro lavoro ciò di cui hanno bisogno per vivere; ricorda inoltre che anche la legge di Mosè esige di "non mettere la museruola al bue che trebbia", per cui può mangiare lavorando, anche se - dice Paolo - la legge non si interessa dei buoi, ma delle persone (9,7-11). Del resto, era noto che sacerdoti e leviti al servizio del tempio di Dio vivevano delle offerte dei fedeli e poi anche Gesù, inviando gli apostoli in missione, aveva detto che "l’operaio è degno della sua mercede" (Lc 10,7). Insomma Paolo, giustifica l’usanza in vigore nelle comunità cristiane e non pretende che altri facciano come lui; egli però ha scelto liberamente un altro comportamento per valorizzare il più possibile la preziosità del Vangelo di Gesù, la ricchezza che portava agli uomini donando loro Gesù salvatore e il suo Vangelo. Egli sente la sua missione come un incarico ineludibile che gli è stato affidato e non cerca altra mercede che quella che gli darà Dio, il suo Committente! Se fosse una iniziativa mia - sembra dire - allora cercherei di vivere con questo lavoro che mi sono scelto io! Ma non è così. "Guai a me se non annunciassi il Vangelo!", esclama Paolo: sarebbe infatti il fallimento della sua vita e provocherebbe il ripudio da parte di Dio che gli ha mostrato tanta fiducia da affidargli appunto il Vangelo, cioè la salvezza da disseminare nel mondo intero.

3. "Mi sono fatto servo di tutti...Tutto faccio per il Vangelo" (9,19-27)

Paolo, infatti, con la missione che Dio gli ha affidato, si sente debitore a tutti e a servizio di tutti. I vv. 9,19-27 gettano un fascio di luce sul suo metodo di evangelizzazione, oltre a mostrarci l’ardore apostolico che riempiva la sua vita e la consumava. "Farsi servo di tutti... farsi tutto a tutti" sono parole che Paolo non pronuncia a vuoto, come belle frasi a effetto su chi le ascolta. Egli specifica che cosa significano. Il Vangelo deve penetrare in ogni gruppo umano, in ogni cultura, si dice oggi, e dovunque deve incarnarsi cosicché diventi parte di ogni cultura, facendone risaltare gli elementi validi per conservarli e mettendone in luce quelli negativi che deturpano la persona e la società per eliminarli. Paolo specifica precisamente le situazioni di fronte alle quali egli si è trovato e come ha dovuto comportarsi per far penetrare il Vangelo nelle varie categorie di persone cui lo predicava. Dio aveva preparato provvidenzialmente il suo "strumento di elezione" (vas electionis) per questa missione. Si dice ormai abitualmente che Paolo era "l’uomo di tre culture": giudaica, greca e romana, in quanto era di stirpe ebraica (vedi in Fil 3,5 la sua... carta di identità); era nato a Tarso, città ellenistica dove aveva assorbito non solo la lingua greca - che usa con padronanza anche in modo creativo, coniando nuovi vocaboli - ma anche la mentalità aperta, l’abitudine alla discussione; infine la cultura romana con il suo culto per il diritto, la sua legislazione, l’organizzazione di un vasto impero, era penetrata in famiglia che godeva del diritto di cittadinanza romana per cui Paolo era "cittadino romano" per nascita, un diritto meritato o comprato forse dai suoi genitori, o dai suoi avi (abbiamo accennato a questa complessa personalità di Paolo anni fa quando, prima di presentare le sue lettere, abbiamo tracciato la vita e l’opera del grande apostolo).
Paolo sente profondamente che il complesso mondo in cui vive ha dei valori positivi da apprezzare e da assumere, e ha dei lati negativi da contestare e da eliminare possibilmente. In ogni caso il Vangelo, come Gesù stesso, deve incarnarsi in questo mondo con i suoi valori e i suoi vizi. Per questo, Paolo continuando a parlare di se stesso - dopo aver accennato alla sua rinuncia ai diritti dell’apostolo - afferma che la sua missione è retta da un’altra rinuncia più profonda: non bada a se stesso, ai suoi gusti o preferenze, ma l’attenzione è rivolta al mondo concreto in cui deve seminare il Vangelo, piantare la chiesa. Per questo sente e si sforza di farsi "giudeo con i giudei, greco con i greci", con libertà e discernimento, per portare il maggior numero possibile di persone a Cristo e al suo Vangelo. In lui i convertiti potranno riconoscere quanto di bene possiedono già e conservarlo, e quanto vi è di deteriore nella loro vita e abitudini per eliminarlo. Questa almeno era la visione ideale per Paolo, il quale però si impegna ad avvicinarsi il più possibile a coloro che si propone di evangelizzare facendosi "giudeo con i giudei e sottomesso alla legge con i soggetti alla legge" pur non essendovi obbligato, aggiunge. Gli Atti ci ricordano alcuni di questi gesti di condiscendenza di Paolo, come quando fa circoncidere Timoteo (At 16,3), figlio di madre ebrea e di padre greco; appartenendo al popolo giudaico e dovendolo presentare come suo collaboratore alle comunità giudaiche residenti in città greche, Timoteo non sarebbe stato accolto come Paolo, se non fosse stato anch’egli circonciso. In At 18,18 poi leggiamo che Paolo aveva fatto un voto di nazireato, previsto dalla legge mosaica; e in At 20,20 si accolla le spese per un voto di alcuni giudei, sollecitato a far questo da Giacomo, responsabile della chiesa di Gerusalemme; in questo modo Paolo poteva mostrare ai cristiani di quella chiesa che non aveva nulla contro la legge mosaica.
Gli avversari di Paolo infatti lo accusavano di affermare che la legge non significava più nulla dopo la venuta di Gesù. In realtà egli non impediva agli ebrei di osservare la legge, ma, d’accordo col concilio di Gerusalemme (At 15), sosteneva che non si doveva imporla ai pagani che si convertivano a Cristo e al Vangelo, perché solo la fede in Gesù era necessaria e sufficiente per la salvezza sia degli ebrei che dei pagani. Similmente, rispetto al mondo greco e pagano, Paolo non lo rifiuta radicalmente e totalmente. Era nato a Tarso, centro di cultura greca, svolgeva il suo apostolato nelle città greche come un predicatore itinerante, come ce n’erano molti di ogni tendenza filosofica; infatti ad Atene fu preso per uno di costoro e invitato a esporre le sue idee all’areopago, un edificio dove si radunavano i saggi e gli amministratori della città (At 17,18). Lo studio delle lettere paoline nel contesto della cultura greca del primo secolo ha mostrato che Paolo utilizza ciò che di buono, soprattutto sul piano pratico delle virtù domestiche e civili, aveva recepito dalla conoscenza della cultura greca. E’ noto che Paolo, cresciuto in ambiente cittadino, ricorre volentieri a paragoni tratti da questo mondo e legati allo sport, di cui i greci erano molto appassionati.
E proprio alla fine del c. 9 richiama i duri allenamenti cui dovevano sottoporsi gli atleti per poter partecipare alle gare con la possibilità di vincere (9,24-25). Qui lo fa paragonandosi anch’egli agli atleti, perché il suo apostolato esigeva di adattarsi a qualunque disagio, ma anzitutto perché seguire Gesù comportava il portare dietro a lui la croce delle rinunce e del rinnegamento di se stessi. Infatti si può predicare bene ed essere professionisti dell’annuncio e della comunicazione e poi vivere in maniera poco aderente al Vangelo, anzi sfruttandolo a proprio vantaggio. Il discorso di Paolo si è allargato, ma il punto che gli stava a cuore era sempre quello di facilitare in ogni modo l’estendersi della fede in Gesù Cristo, eliminando ciò che poteva esservi di ostacolo, anche se moralmente lecito. PER LA

RIFLESSIONE PERSONALE:

1) C’è un solo Dio e un solo Signore nella mia vita? O c’è anche qualche "idoletto", qualcosa o qualche persona cui sono attaccata e a cui talvolta sacrifico qualcosa del mio impegno di consacrata?

2) So rinunciare anche a qualcosa di lecito, o fare qualche sacrificio, quando si tratta di un’opera apostolica? ("Tutto faccio per il Vangelo" dichiara Paolo).

3) Paolo trattava duramente il suo corpo per affrontare situazioni difficili e tentazioni che anch’egli subiva, come ogni discepolo di Gesù. So impormi qualche sacrificio o privazione in spirito di riparazione per me e per le persone consacrate che cedono per fragilità, imprudenza o malizia?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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