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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(6)

 

I primi quattro capitoli della 1Cor, su cui abbiamo riflettuto finora nella nostra rivista – al di là del caso specifico delle divisioni sorte tra i cristiani di Corinto – rappresentano, secondo alcuni commentatori, anche una specie di prefazione a tutta la lettera nel senso che Paolo in questi primi capitoli offre il quadro o l’orizzonte cristiano entro cui valutare i problemi che gli sono stati sottoposti a voce o per iscritto. E si tratta di un orizzonte che spesso capovolge valori e criteri di giudizio che umanamente sembrano ragionevoli. L’esperienza di Cristo fatta a Damasco ha capovolto a Paolo la scala dei valori: quello che prima credeva di dover combattere (Cristo e il suo vangelo) ora lo abbraccia e lo fa proprio, svalutando quello che prima apprezzava come indicazione sicura della volontà di Dio. Ma l’esperienza di Cristo crocifisso e risorto gli ha insegnato che anche la logica di Dio è capovolta rispetto alla nostra logica, secondo cui per raggiungere un certo fine si devono usare mezzi adeguati… Ora Paolo ha costatato che Dio sceglie ciò che è insipiente per confondere ciò che è sapiente, ciò che è debole per confondere ciò che è forte… ecc. (ricordiamo e rileggiamo 1,27-29). Questo è il metodo di Dio per insegnare alla sua chiesa che nell’ordine della salvezza è lui che opera, è lui che comunica grazia e vitalità in modo che nessuno possa vantarsi di donare salvezza e grazia. E si serve di mezzi… inadeguati secondo il giudizio umano. Percorriamo in questa puntata i capitoli 5-6: in essi l’Apostolo interviene dapprima su due situazioni concrete (5,1-13 e 6,1-11) e affronta poi un problema che nel testo appare una discussione teorica, ma che stava alla base di una concezione fuorviante della libertà (6,12-20).

“NON SAPETE CHE UN PO’ DI LIEVITO FA FERMENTARE TUTTA LA PASTA?” (5,1-13)

Tutto il breve capitolo 5 riporta l’intervento di Paolo di fronte a uno scandalo verificatosi nella comunità di Corinto: un uomo conviveva con la moglie di suo padre. Doveva trattarsi della convivenza con la matrigna, avvenuta dopo la morte del padre; ma era una convivenza proibita non

solo nella bibbia (cfr. Lv 18, 8), ma anche nella legislazione romana; per ciò Paolo può dire che si tratta di un caso di impudicizia che non si riscontra neanche tra i pagani (5,1). Ma ciò che suscita lo sdegno di Paolo, più ancora del caso in sé, è l’indifferenza della comunità di fronte a questa situazione. Egli dice loro che sono “gonfi di orgoglio” pensando di essere una comunità di persone libere, sagge, ricche dei doni di Dio,… mentre non avvertono il marcio che sta in mezzo a loro e che rischia di corrompere tutta la comunità (vedi il v. 6). Riguardo al caso in questione Paolo interviene drasticamente imponendo l’esclusione dell’interessato dalla comunità (noi diremmo la “scomunica”). La comunità dovrà radunarsi e, associandosi a Paolo, comunicargli la pena della esclusione. La formula che Paolo usa non è chiara per noi: «Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo… sia quel tale consegnato a satana per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù» (5,4-5).
Certamente si tratta di una pena “medicinale”, cioè data in vista di una presa di coscienza del proprio stato, da parte del colpevole e quindi di un suo pentimento. Paolo che proprio in questa lettera dice di “farsi tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (9,22), certo non intendeva “perdere” nessuno di quelli che aveva guadagnato a Cristo. Forse con queste parole intendeva dire che la separazione dalla chiesa e quindi dall’influsso benefico e dal sostegno della comunità e della grazia di Cristo, esponeva maggiormente il colpevole all’azione di satana che poteva agire su di lui sui suoi beni, sulla sua persona, causandogli dei malanni. Pensiamo a Giobbe, oggetto dell’azione nefasta di satana (cfr. Gb 1-2), anche se per tutt’altre ragioni. Dopo aver preso il provvedimento Paolo vuole portare i corinzi a riflettere sul fatto e comincia ricorrendo all’immagine del lievito che, anche in minima quantità, fa fermentare tutta la pasta: così un cristiano che vive pubblicamente in modo contrario all’insegnamento morale della chiesa, senza venire richiamato, diventa come il lievito che corrompe.
Qui l’esempio del lievito è preso in senso negativo, come elemento che altera la pasta in se stessa. Sappiamo che Gesù lo ha usato in senso positivo, paragonandolo al regno di Dio che pur iniziando in modo insignificante e nascosto al mondo – come una manciata di lievito – riuscirà a modificare in bene la massa del popolo (Mt 13, 33). Anche Gesù però ha usato il paragone in senso negativo quando ha messo in guardia i suoi discepoli dal lievito dei farisei e dei sadducei che è l’ipocrisia (Lc 12,1). Paolo tuttavia prende spunto dal lievito perché esso richiama spontaneamente agli ebrei, il pane “azzimo”, non lievitato, prescritto nella cena pasquale ebraica, secondo il rituale fissato già nel cap. 13 del libro dell’Esodo, a ricordo della prima pasqua, cioè quella dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. Paolo però passa subito a valorizzare gli elementi della pasqua ebraica in senso cristiano. E così paragona i cristiani ai pani azzimi, perché liberati già nel battesimo dalla corruzione, mediante il sangue del vero Agnello pasquale, Cristo immolato, che col suo sangue ci salva, come il sangue dell’agnello aveva salvato dalla morte i primogeniti ebrei (cfr. Es 12, 21-23).
Il cristiano quindi deve vivere abitualmente nella condizione di chi festeggia la propria pasqua, la liberazione dal peccato e dalla morte, mantenendosi in guardia dagli influssi mortiferi che vengono dal mondo circostante, immerso nel paganesimo. Paolo infatti, accennando a una sua lettera che non ci è giunta (5,9), continua dicendo di non avere relazione con gli immorali, ma intendeva parlare di quelli che si dicono “fratelli”, cioè dei cristiani che si sono lasciati risucchiare nuovamente dalla loro vita pagana precedente al battesimo. Non si tratta certo di rompere le relazioni con tutti gli immorali, ladri, idolatri, ecc. altrimenti bisognerebbe… uscire da questo mondo! (5,10) La comunità cristiana era una piccola minoranza che viveva in una grande città piena di divinità e usanze pagane, per cui tutti i cristiani avevano da fare quotidianamente, per ragioni di vicinanza, di parentela, di lavoro, ecc. con gente pagana che non capiva, non condivideva e forse derideva il modo di vivere dei cristiani. Ma quelli “di fuori”, come li chiama Paolo, li giudicherà il Signore (5,13); i cristiani invece devono allontanare dalla comunità chi pretende di chiamarsi cristiano e vive in modo contrario alla sua fede.

“NON C'E' TRA VOI UN UOMO SAGGIO CHE SAPPIA GIUDICARE TRA FRATELLO E FRATELLO?” (6,1-11)

L’intervento di Paolo sul caso seguente, a prima vista ci sembra alquanto incomprensibile: si tratta di cristiani che, avendo avuto una lite per questioni di interesse, sono ricorsi al tribunale civile. A noi sembra la soluzione più ovvia; ma Paolo non la pensa così. La sua reazione si basa sulla realtà ecclesiale cui appartengono i contendenti: tra fratelli in Cristo si fanno ingiustizie e poi si ricorre a tribunali pagani per farsi le proprie ragioni contro il fratello! (6,6). Paolo non intende squalificare la giustizia e il diritto romano, che era uno dei cardini su cui si reggeva l’impero di Roma e di cui Roma, con ragione, andava orgogliosa; ma la sua prospettiva è del tutto diversa. Paolo inizia parlando di “santi”, come all’inizio della lettera si era rivolto alla chiesa di Corinto, formata da “santi per vocazione”, cioè da persone che appartengono solo a Dio e a Cristo in forza del battesimo, e ricorda ciò che deve avere insegnato nelle catechesi impartite nella sua permanenza a Corinto. I santi, dice Paolo richiamandosi a un testo del libro di Daniele (cfr. Dan 7,22), all’avvento del regno di Dio, giudicheranno il mondo, e anche gli angeli! Si tratta evidentemente di una iperbole per indicare la dignità di quanti hanno accolto Cristo come redentore: essi saranno accanto a colui a cui il Padre ha affidato il suo regno e il giudizio sui popoli alla fine dei tempi. Di fronte a questa dignità e a questo destino dei credenti in Cristo, a Paolo sembrano bazzeccole tutte le questioni e i litigi per interessi umani. Ma per decidere su queste cose, dice Paolo ironicamente, prendete pure “gli ultimi della chiesa” (6,4), i più ingenui e semplici tra voi. Poi parlando più seriamente li invita a un po’ di buon senso: possibile che non ci sia tra voi qualcuno prudente e saggio che possa giudicare, se sorge qualche lite? (6,5). Tra fratelli, anzitutto, non ci si dovrebbe mai ingannare né imbrogliare; e poi, aggiunge Paolo, è meglio sopportare qualche torto piuttosto che litigare, perché quando si litiga, anche per piccole cose, si scatena facilmente l’orgoglio che non accetta umiliazioni e si creano divisioni e rancori. Anche qui Paolo va oltre il caso specifico del ricorso ai tribunali; vede nell’ingiustizia tra fratelli, come nel caso dell’incestuoso, l’inquinamento della chiesa di Cristo con immoralità e ingiustizie. E questi casi gli offrono l’occasione per elencare molti altri vizi da cui i cristiani devono stare lontani (vedi vv. 6,9-10 e 5,11), perché escludono dal regno di Dio. Paolo chiude questo intervento ricordando che prima della conversione molti corinzi erano soggetti a questi vizi, ma ricordando soprattutto che cosa ha fatto di loro Cristo dopo che lo hanno accolto con fede come la loro salvezza: sono stati lavati nel battesimo da tutte le loro colpe e peccati; sono stati santificati, riempiti della grazia di Dio che ne ha fatto suoi figli appartenenti a lui solo; sono stati giustificati, resi giusti, graditi a Dio che può realizzare il suo progetto su di loro, ora e per l’eternità. In questi ultimi versetti del brano Paolo richiama la presenza della Trinità, del Padre, del Figlio Gesù Cristo e dello Spirito Santo, il mondo divino, spirituale nel quale egli vive e nel quale vuole portare a vivere i suoi fedeli (6,11).

“IL CORPO E' PER IL SIGNORE E IL SIGNORE E' PER IL CORPO” (6,12-20)

La seconda parte del cap. 6, si avvia con brevi domande e risposte, come se Paolo riportasse un dialogo concitato con un ignoto interlocutore. Dopo le prime battute si capisce che sta parlando dell’immoralità. Paolo, vissuto un anno e mezzo a Corinto, sapeva bene che la grande città, ricca di traffici e commerci alimentati dai due porti, abitata da gente di varia provenienza e abitudini, era anche la città dove l’immoralità e l’erotismo si respiravano quasi come l’aria. A questo contribuiva anche il tempio di Afrodite con le sue prostitute sacre… Ma, più che alla situazione di Corinto, che tutti potevano costatare, egli si interessa a correggere certe idee che portavano a giustificare comportamenti immorali. La concezione della sessualità che egli condanna nasceva dall’idea che ciò che vale nella persona umana è lo spirito, l’anima; mentre tutto ciò che riguarda il corpo è secondario, resta legato alla materia dalla quale lo spirito umano è indipendente, non è condizionato, né intaccato. Questa concezione “spiritualista” paragonava e uguagliava l’uso della sessualità all’uso del cibo: è una esigenza della carne, della materia, che si soddisfa senza che ciò incida nella parte più elevata, spirituale dell’uomo. Da questa concezione derivava la pretesa libertà sessuale rivendicata da certi cristiani evoluti. è questa la mentalità presupposta dalle battute iniziali (6,12-13) sulle quali si sviluppa poi il discorso più articolato di Paolo.
L’Apostolo reagisce contrapponendo alla concezione greca quella “biblica” dell’uomo creato totalmente da Dio così com’è, nelle sue componenti materiale e spirituale, per cui l’insieme di corpo e spirito infuso da Dio costituisce l’essere umano, immagine di Dio. Il corpo è espressione della persona, strumento imprescindibile anzitutto di crescita, educazione e sviluppo delle proprie capacità, da quelle più intellettuali a quelle più pratiche; è mezzo di comunicazione tra persone e quindi fattore di socializzazione, collaborazione, aiuto reciproco…; insomma non c’è forma di vita nell’essere umano che non sia legata e condizionata dal corpo. Per il cristiano si aggiunge l’innesto in Cristo come membro del suo corpo (6,15), destinato ad essere assimilato allo stesso corpo risuscitato di Cristo, e quindi a una vita eterna. Per questo, tutto il cristiano, come è uscito dalle mani di Dio, è stato “comprato”, fatto proprio da Cristo “a caro prezzo” (6,20), quello del suo sangue. Paolo non parla qui del rapporto matrimoniale (lo farà nel c. 7); qui si ferma sull’uso della sessualità senza regole e senza scopo, vista solo come strumentalizzazione del proprio corpo e di quello altrui per puro capriccio e piacere. Egli, considerando la creazione e la redenzione dell’uomo e della donna, come sono caratterizzate e presentate dalla parola di Dio, non può accettare la concezione del corpo e quindi della sessualità proveniente dalla mentalità e dalla cultura greca. Ovviamente non si tratta di idee di Paolo, ma del vangelo, della parola di Gesù che egli annuncia. Ricordiamo le parole di Gesù raccolte dal vangelo di Matteo, non solo sul divorzio (cfr. Mt 5,31-32; 19,3-9), ma anche sui desideri e sugli sguardi immorali (Mt 5,27-30).
Il battesimo e l’eucaristia mettono in rapporto diretto il nostro “corpo”, cioè tutto il nostro essere fin da ora col corpo di Cristo; siamo diventati sue membra: non è ammissibile fare… mercato delle membra di Cristo, profanarle in un mercato carnale. Paolo dice specificamente “farne membra di una meretrice” (6,15), perché il fenomeno è visto soprattutto dalla parte degli uomini, ma vale per tutte le membra di Cristo, uomini e donne. (Del resto, vi erano nei templi pagani di Afrodite o Venere, oltre alle prostitute, anche ieroduli, o prostituti). I cristiani dunque non appartengono più a se stessi, ma a Cristo che li ha comprati e allo Spirito Santo ricevuto da Dio che abita in essi (6,19). Per questo i cristiani sono “santi”, perché appartengono a Dio, sono riservati a lui e a nessun altro dio che oggi soprattutto si riduce a un fondamentale egoismo dominato dall’avere, dal potere e dal piacere, non importa a quale prezzo! Paolo conclude la sua catechesi con l’esortazione: <<Glorificate, dunque, Dio nel vostro corpo>>, non solo fuggendo l’immoralità (6,18), ma evitando quei vizi e azioni aberranti ricordati nelle due liste riportate in questi capitoli (5,11 e 6,9-10). Non si tratta, come si vede, di un atto liturgico da celebrare, si tratta di tutta la vita che deve glorificare Dio, della vita visibile e constatabile in ogni cristiano, vissuta nel corpo, dono di Dio, destinato a una vita pienamente ed eternamente felice.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Ho cura del mio corpo come di un dono prezioso di Dio, pur senza ossessioni per la salute o per l’estetica?

2) La mia condizione di particolare consacrazione non mi esclude dalle attrattive di ogni essere umano normale. Quando queste si fanno più vive le sento come una provocazione di Cristo a rinnovare la mia fiducia e il mio abbandono in lui che mi ha scelta e consacrata a sé? 3) So sopportare in famiglia, nel lavoro, in parrocchia qualche mancanza di riguardo, senza impuntarmi sui miei diritti?

4) Se mi avviene di conoscere persone coinvolte in situazioni moralmente miserevoli sono capace di avvicinarmi con bontà e comprensione?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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