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PRIMA LETTERA AI CORINZI
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I primi quattro capitoli della 1Cor, su cui abbiamo riflettuto finora nella nostra rivista – al di là del caso specifico delle divisioni sorte tra i cristiani di Corinto – rappresentano, secondo alcuni commentatori, anche una specie di prefazione a tutta la lettera nel senso che Paolo in questi primi capitoli offre il quadro o l’orizzonte cristiano entro cui valutare i problemi che gli sono stati sottoposti a voce o per iscritto. E si tratta di un orizzonte che spesso capovolge valori e criteri di giudizio che umanamente sembrano ragionevoli. L’esperienza di Cristo fatta a Damasco ha capovolto a Paolo la scala dei valori: quello che prima credeva di dover combattere (Cristo e il suo vangelo) ora lo abbraccia e lo fa proprio, svalutando quello che prima apprezzava come indicazione sicura della volontà di Dio. Ma l’esperienza di Cristo crocifisso e risorto gli ha insegnato che anche la logica di Dio è capovolta rispetto alla nostra logica, secondo cui per raggiungere un certo fine si devono usare mezzi adeguati… Ora Paolo ha costatato che Dio sceglie ciò che è insipiente per confondere ciò che è sapiente, ciò che è debole per confondere ciò che è forte… ecc. (ricordiamo e rileggiamo 1,27-29). Questo è il metodo di Dio per insegnare alla sua chiesa che nell’ordine della salvezza è lui che opera, è lui che comunica grazia e vitalità in modo che nessuno possa vantarsi di donare salvezza e grazia. E si serve di mezzi… inadeguati secondo il giudizio umano. Percorriamo in questa puntata i capitoli 5-6: in essi l’Apostolo interviene dapprima su due situazioni concrete (5,1-13 e 6,1-11) e affronta poi un problema che nel testo appare una discussione teorica, ma che stava alla base di una concezione fuorviante della libertà (6,12-20). “NON SAPETE CHE UN PO’ DI LIEVITO FA FERMENTARE TUTTA LA PASTA?” (5,1-13) Tutto il breve capitolo 5 riporta l’intervento di Paolo di fronte a uno scandalo verificatosi nella comunità di Corinto: un uomo conviveva con la moglie di suo padre. Doveva trattarsi della convivenza con la matrigna, avvenuta dopo la morte del padre; ma era una convivenza proibita non |
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solo nella bibbia (cfr. Lv 18, 8), ma anche nella legislazione romana; per ciò Paolo può dire che si tratta di un caso di impudicizia che non si riscontra neanche tra i pagani (5,1). Ma ciò che suscita lo sdegno di Paolo, più ancora del caso in sé, è l’indifferenza della comunità di fronte a questa situazione. Egli dice loro che sono “gonfi di orgoglio” pensando di essere una comunità di persone libere, sagge, ricche dei doni di Dio,… mentre non avvertono il marcio che sta in mezzo a loro e che rischia di corrompere tutta la comunità (vedi il v. 6). Riguardo al caso in questione Paolo interviene drasticamente imponendo l’esclusione dell’interessato dalla comunità (noi diremmo la “scomunica”). La comunità dovrà radunarsi e, associandosi a Paolo, comunicargli la pena della esclusione. La formula che Paolo usa non è chiara per noi: «Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo… sia quel tale consegnato a satana per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù» (5,4-5). “NON C'E' TRA VOI UN UOMO SAGGIO CHE SAPPIA GIUDICARE TRA FRATELLO E FRATELLO?” (6,1-11) L’intervento di Paolo sul caso seguente, a prima vista ci sembra alquanto incomprensibile: si tratta di cristiani che, avendo avuto una lite per questioni di interesse, sono ricorsi al tribunale civile. A noi sembra la soluzione più ovvia; ma Paolo non la pensa così. La sua reazione si basa sulla realtà ecclesiale cui appartengono i contendenti: tra fratelli in Cristo si fanno ingiustizie e poi si ricorre a tribunali pagani per farsi le proprie ragioni contro il fratello! (6,6). Paolo non intende squalificare la giustizia e il diritto romano, che era uno dei cardini su cui si reggeva l’impero di Roma e di cui Roma, con ragione, andava orgogliosa; ma la sua prospettiva è del tutto diversa. Paolo inizia parlando di “santi”, come all’inizio della lettera si era rivolto alla chiesa di Corinto, formata da “santi per vocazione”, cioè da persone che appartengono solo a Dio e a Cristo in forza del battesimo, e ricorda ciò che deve avere insegnato nelle catechesi impartite nella sua permanenza a Corinto. I santi, dice Paolo richiamandosi a un testo del libro di Daniele (cfr. Dan 7,22), all’avvento del regno di Dio, giudicheranno il mondo, e anche gli angeli! Si tratta evidentemente di una iperbole per indicare la dignità di quanti hanno accolto Cristo come redentore: essi saranno accanto a colui a cui il Padre ha affidato il suo regno e il giudizio sui popoli alla fine dei tempi. Di fronte a questa dignità e a questo destino dei credenti in Cristo, a Paolo sembrano bazzeccole tutte le questioni e i litigi per interessi umani. Ma per decidere su queste cose, dice Paolo ironicamente, prendete pure “gli ultimi della chiesa” (6,4), i più ingenui e semplici tra voi. Poi parlando più seriamente li invita a un po’ di buon senso: possibile che non ci sia tra voi qualcuno prudente e saggio che possa giudicare, se sorge qualche lite? (6,5). Tra fratelli, anzitutto, non ci si dovrebbe mai ingannare né imbrogliare; e poi, aggiunge Paolo, è meglio sopportare qualche torto piuttosto che litigare, perché quando si litiga, anche per piccole cose, si scatena facilmente l’orgoglio che non accetta umiliazioni e si creano divisioni e rancori. Anche qui Paolo va oltre il caso specifico del ricorso ai tribunali; vede nell’ingiustizia tra fratelli, come nel caso dell’incestuoso, l’inquinamento della chiesa di Cristo con immoralità e ingiustizie. E questi casi gli offrono l’occasione per elencare molti altri vizi da cui i cristiani devono stare lontani (vedi vv. 6,9-10 e 5,11), perché escludono dal regno di Dio. Paolo chiude questo intervento ricordando che prima della conversione molti corinzi erano soggetti a questi vizi, ma ricordando soprattutto che cosa ha fatto di loro Cristo dopo che lo hanno accolto con fede come la loro salvezza: sono stati lavati nel battesimo da tutte le loro colpe e peccati; sono stati santificati, riempiti della grazia di Dio che ne ha fatto suoi figli appartenenti a lui solo; sono stati giustificati, resi giusti, graditi a Dio che può realizzare il suo progetto su di loro, ora e per l’eternità. In questi ultimi versetti del brano Paolo richiama la presenza della Trinità, del Padre, del Figlio Gesù Cristo e dello Spirito Santo, il mondo divino, spirituale nel quale egli vive e nel quale vuole portare a vivere i suoi fedeli (6,11). “IL CORPO E' PER IL SIGNORE E IL SIGNORE E' PER IL CORPO” (6,12-20) La seconda parte del cap. 6, si avvia con brevi domande e risposte, come se Paolo riportasse un dialogo concitato con un ignoto interlocutore. Dopo le prime battute si capisce che sta parlando dell’immoralità. Paolo, vissuto un anno e mezzo a Corinto, sapeva bene che la grande città, ricca di traffici e commerci alimentati dai due porti, abitata da gente di varia provenienza e abitudini, era anche la città dove l’immoralità e l’erotismo si respiravano quasi come l’aria. A questo contribuiva anche il tempio di Afrodite con le sue prostitute sacre… Ma, più che alla situazione di Corinto, che tutti potevano costatare, egli si interessa a correggere certe idee che portavano a giustificare comportamenti immorali. La concezione della sessualità che egli condanna nasceva dall’idea che ciò che vale nella persona umana è lo spirito, l’anima; mentre tutto ciò che riguarda il corpo è secondario, resta legato alla materia dalla quale lo spirito umano è indipendente, non è condizionato, né intaccato. Questa concezione “spiritualista” paragonava e uguagliava l’uso della sessualità all’uso del cibo: è una esigenza della carne, della materia, che si soddisfa senza che ciò incida nella parte più elevata, spirituale dell’uomo. Da questa concezione derivava la pretesa libertà sessuale rivendicata da certi cristiani evoluti. è questa la mentalità presupposta dalle battute iniziali (6,12-13) sulle quali si sviluppa poi il discorso più articolato di Paolo. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE 1) Ho cura del mio corpo come di un dono prezioso di Dio, pur senza ossessioni per la salute o per l’estetica? 2) La mia condizione di particolare consacrazione non mi esclude dalle attrattive di ogni essere umano normale. Quando queste si fanno più vive le sento come una provocazione di Cristo a rinnovare la mia fiducia e il mio abbandono in lui che mi ha scelta e consacrata a sé? 3) So sopportare in famiglia, nel lavoro, in parrocchia qualche mancanza di riguardo, senza impuntarmi sui miei diritti? 4) Se mi avviene di conoscere persone coinvolte in situazioni moralmente miserevoli sono capace di avvicinarmi con bontà e comprensione? D. Antonio Girlanda ssp |