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SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ

 

Sono venuta agli Esercizi Spirituali, temendo la domanda che ci sarebbe stata rivolta la prima sera, nel momento della condivisione e che è puntualmente arrivata: “Dite qualcosa dell’anno che è passato”, naturalmente dal punto di vista spirituale. Il timore era legato alla consapevolezza che ho vissuto un anno difficile, all’insegna di dolorose separazioni da persone con le quali avevo un rapporto speciale, in particolare da mio nipote Giordano morto per incidente a 28 anni. Potevo dire per non compromettermi che tutto era andato bene, ma non sarei stata una persona vera e soprattutto non avrei visto nei presenti la mia famiglia. Ho lasciato capire che avevo una grande sofferenza e non mi sono pentita di aver parlato, perché ho avuto la solidarietà della preghiera delle mie sorelle e la comprensione della mia inadeguatezza come animatrice del corso. Senza accorgermi, prova dopo prova, sono scivolata in un buco nero e, per chi non lo sapesse, il buco nero è la possibile fase finale dell’evoluzione di una stella, in cui la materia, ridotta a un gas di neutroni, subisce un collasso inarrestabile e la sua radiazione magnetica, tra cui la luce visibile, resta intrappolata, rendendo invisibile l’oggetto. In questa situazione psicologica sarebbe parso ragionevole che me ne restassi a casa, ma non ho voluto presumere di me stessa e ho deciso di farmi aiutare ad accogliere la volontà di quel Padre, da cui mi sono sempre sentita amata e consolata e che ora si presentava con un volto ostile. (Quando si entra in depressione, anche se si è Annunziatine, può diventare difficile dominare idee e sentimenti). Tuttavia desideravo sinceramente e profondamente una pacificazione. E poter dire con piena consapevolezza: “Padre, sia fatta la tua volontà”, perché “in tua voluntate è la nostra pace” e ripartire da lì, per avere luce su ciò che resta ancora da fare nell’ultimo tratto della vita. Tre sono stati i luoghi della guarigione interiore: la cappella, il parco della casa dei Salesiani, la stanza con quel “Crocifisso”. Nella bellezza dei riti e nella profondità del mistero ad essi sottesi, nella preghiera comunitaria, nei segni delle celebrazioni così curate a cui Don Vito ci sta pazientemente educando, nella Messa delle professioni, dove

tre sorelle (Annarita, Gemma, Marisa) hanno festeggiato il venticinquesimo della fedeltà a Dio, nella gioia e forse anche nel dolore, e Annamaria è entrata in postulato (il Signore non si è ancora stancato delle Annunziatine)… e in tanti altri momenti, ho sentito che il dolore non sarebbe stata l’ultima parola della mia storia e ho cominciato a comprendere come gli opposti, illuminati dalla fede amorosa, possono conciliarsi. I passi si fanno: uno alla volta. Certe passeggiate nel parco sono state un ritorno alle origini, quando, ancora molto piccola, nella totale inesperienza delle relazioni, tentavo un primo approccio con il Creatore, inseguendo le farfalle ai piedi dell’argine o raccogliendo ranuncoli, papaveri e orecchini della Madonna. Allora, confusamente, percepivo lo spessore della fisicitá dei segni e qualche volta pensavo che il Paradiso è il tempo speso a contemplare il Tutto. Rievocando queste dolci fantasie infantili, camminavo sui sentieri del parco, fermandomi a toccare i fili d’erba, a sfiorare certe tenere foglie, col rammarico di non conoscere il nome di tanta parte di quella straordinaria vegetazione, i nomi, tutti i nomi, sono per me di notevole importanza per vivere un’appartenenza piena. La mia preferenza è andata “all’albero di Giuda” (così è chiamato questo tipo di quercia: me l’ha detto Padre Paolone, ottantenne, che ha perso la memoria, ma non la passione per la vita). Ma perché proprio questo albero, che ricorda il più doloroso tradimento della storia, eccelle per la rosea bellezza dei suoi petali e il verde tenero delle sue foglie? Eccomi rimandata al maestro della mia giovinezza, don Primo Mazzolari, definito da Papa Giovanni XXIII “tromba dello Spirito in terra mantovana”. Qualcuno ricorda la predica del giovedì santo, di non so quale Pasqua, dedicata a “nostro fratello Giuda?”. Persuasa nella mente e nel cuore mi sono detta che nessun male dell’uomo resterà senza riscatto nell’economia della salvezza, per la potenza del sacrificio di Cristo. Nel prato di margherite, rese più smaglianti dalla variegata intensità del tappeto verde, ho visto il mio Giordano giocare al tavolo del biliardo, con la sua bravura innata e la gioia piena di chi ha intrapreso l’unica possibile vita. Ma la lettura più sofferta e sanatrice l’ho fatta, nel silenzio della notte, davanti a quel “Crocifisso”. Accanto a Lui ho guardato la Madre che “stava ritta” pienamente consapevole e donata al Figlio. La sua fortezza ha richiamato, per analogia (certo: una debole analogia) la fortezza delle donne della mia famiglia, in particolare quella della nonna Ermelinda, madre di otto figli e poco tempo dopo vedova, e quella di mia madre che in undici anni di matrimonio ha dato alla luce sette figli, ne ha persi quasi subito tre ed è rimasta vedova a 36 anni, quando era incinta di mia sorella Clementina. Inevitabile una lettura correlata degli eventi, ma anche la mia supplica: Tu sai, Signore, che io sono una donna fragile. Il confessore, esperto del dolore umano e perciò profondamente compassionevole, ha penetrato il punto di divisione della mia anima e mi ha invitato a recitare il Padre Nostro, soffermandomi sulla frase : “ sia fatta la tua volontà”. Ci sono riuscita. Tutto questo è accaduto all’ombra delle vostre preghiere, care sorelle. Ora che i buchi neri non ci sono più e intravedo il chiarore dell’alba, vi ringrazio del bene che mi avete voluto e vi chiedo di pregare per i genitori di Giordano. Per quanto mi riguarda non sarà più necessario parlare di queste cose. Grazie

Vittoria

 

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