tanto più perché non abbiamo la possibilità di aiutare essendoci ormai separati. Sofferenze che ci vengono dal tempo, dalle malattie, dalla morte dei nostri cari; il distacco dalle persone che amiamo e che ci amano. Sofferenze che ci vengono dai nemici che ci combattono apertamente. Si va in tram: quante ce ne dicono alle volte! Spesso si è stanchi, affaticati, sudati per aver compiuto l'apostolato; si sono consumate tutte le forze, le energie, il tempo per il bene del prossimo; e poi, quale ricompensa? Sono sofferenze che tutti incontriamo, più o meno. Ad esse si devono aggiungere penitenze e mortificazioni di libera scelta. I santi erano industriosi a cercarle sebbene prima sopportassero con gioia quelle mandate o permesse da Dio. Quando una religiosa è così osservante da non trasgredire nessuna regola, ed è paziente nelle varie prove che incontra, allora può aggiungere forse qualche penitenza volontaria. II nostro stato di vittime in primo luogo consiste nell'osservanza della vita comune: "Poenitentia mea maxima vita communis". E ne troviamo tante mortificazioni nella vita comune! Una persona in autorità che non cerca di attirarsi la benevolenza delle sorelle, dei superiori, degli inferiori ma tende ad amare e a far amare solo Dio, compie una serie di mortificazioni: poiché questo è una continua immolazione del proprio io. Qualche volta in comunità avviene che si è di tormento l'una all'altra.
Vi sono persone che dopo aver lavorato ed aver speso tutte le proprie energie forse nel silenzio e nel nascondimento, non vengono considerate, ma sono accolte male o anche disprezzate. Quando si è giunti ad un punto assai elevato nella mortificazione, si potrà essere capaci di soffrire con gioia anche queste. Tuttavia, bisogna dire che coloro che sono cau- sa di queste sofferenze e non sanno riconoscere la virtù nelle sorelle, compiono un atto di vera ingiustizia. Eppure vi sono e vi saranno sempre queste prove nelle comunità! Non illusioni! Non si vive tra persone perfette né noi lo siamo: le migliori sono coloro che tendono alla perfezione: "Ut discamus alter alterius onera portare" "Affinché impariamo a portare gli uni i pesi degli altri". Coloro però che sanno di essere di peso, riflettano alla grave responsabilità che hanno davanti a Dio e si emendino. "La vita, specialmente nelle case piccole, finisce talvolta col diventare un vero purgatorio, ove non tutte resistono, alcune soccombono", scriveva a una suora il Manzella, santo sacerdote che svolse il suo ministero in Sardegna. La mania dei cambiamenti non è buona. Ma migliorare è necessario. Si cambi, ma col portare più fervore, più bontà, più osservanza. Si rinnovi la giovinezza, ma in un amore più intenso, più perfetto, nell'accompagnare l'Istituto nelle sue ascensioni, nel suo indirizzo. Atteggiarsi a vittima mentre appena si hanno le pene comuni è un cercare le apparenze, anziché la vera virtù. Per essere vittima non occorre chiedere malattie o morte.
Riflettete se poi non sareste forti a sopportarle. Fate intanto le penitenze comuni nel vostro apostolato, o richieste dalla vita quotidiana. Si potrebbe forse dar retta a tutti i consigli ed esortazioni sparsi in libercoli ripieni di cose teoriche, vane, o sentimentali? Non si è santi perché si è vittime! Si è santi se si ama il Signore con tutto il cuore, tutta la mente, tutte le forze, sopra ogni cosa, sempre. Lavorate intensamente nell'apostolato vostro chiedendo, anzi, al Signore la salute. Così faceva il canonico Chiesa il quale accettava volentieri ogni ufficio, incarico o fatica, ma chiedeva pure al Signore la salute per poter compiere bene ogni cosa. Dedicatevi all'apostolato vostro con tutte le energie. La vostra offerta di vittime va fatta in questo senso. L'apostolato della sofferenza compiuto nel silenzio è il timbro, il termometro per distinguere se gli altri apostolati si esercitano con spirito retto, veramente per amor di Dio. Nell'apostolato della vita interiore, della preghiera, vi può essere un po' di soddisfazione personale. Nell'apostolato dell'esempio e dell'azione può infiltrarsi qualche scoria di amor proprio. Ma quando un'anima è capace di soffrire nel nascondimento e forse sa sorridere benché il cuore sanguini e l'animo è in angosce, allora non c'è dubbio, si tratta di vero amor di Dio. Gesù Cristo ha redento il mondo soprattutto con la sua passione e morte. "Quia per sanctam crucem et mortem tuam redemisti mundum". Ogni apostolato è buono, ma la croce e la passione hanno redento il mondo. Quando all'apostolato delle edizioni si sa aggiungere l'apostolato della sofferenza, allora si completa la redenzione: "Compio in me stesso la passione di Cristo" per la Chiesa.
"Senza l'effusione del sangue non vi è remissione". Ancora: l'amore alla sofferenza è quello che ci rende veramente felici. Da che cosa nasce l'infelicità? Dal dolore, dalle pene. Ma quando l'anima ha acquistato amore alla sofferenza, le accoglie e persino le desidera, più nulla la turba, è sempre nella pace di Dio. Se due suore, pur non avendone la missione, volessero fare la propaganda delle edizioni per cercare soldi, preferirebbero i centri più comodi e dove maggiori sperano le offerte. Le Figlie di San Paolo a cui compete questa missione, invece, non risparmiano passi né sacrifici, pur di giungere a tutte le anime. Hanno di mira non il denaro, ma in primo luogo le anime. Camminano con coraggio sotto il solleone, sotto la neve, per ogni strada con l'unica mira di portare Gesù Cristo alle anime. Si ottengono veri frutti. Frutti che non sempre si ha la consolazione di vedere, ma che si troveranno il giorno del giudizio, quando al Signore piacerà manifestarli. Come esercitare questo apostolato. In primo luogo accettare sempre tutte le croci che prepara Iddio. Non andiamo a cercarci noi le croci leggermente. Quando ce le prepara Dio, ci prepara pure la forza necessaria, allora Gesù è daccanto a noi, aiuta a sopportarla, e promette il premio. L'anima le porta con gioia, senza vanità, senza parlarne, o lamentarsene. In secondo luogo accettarle con umiltà. In isconto dei nostri peccati: ne abbiamo commessi tanti!
Siamo lieti di poter soffrire qualche piccola cosa: invece di scontarli nell'altra vita, dove la sofferenza sarà atroce, abbiamo il mezzo di scontarli quaggiù a buon prezzo. E se a primo aspetto sembra di non meritare quella sofferenza, pensiamo così: chissà quale responsabilità ho io davanti a Dio per non aver corrisposto a tutte le grazie! Chissà quante imperfezioni che io non conosco, quanto bene che potevo compiere e non ho compiuto! In terzo luogo accettarle in penitenza dei peccati degli altri, peccati commessi con la stampa cattiva, films immorali, radio oscene... Infine accettarle con riconoscenza; metterci proprio tutto il cuore. Diceva il padre Manzella che egli si studiava di andare in Paradiso a forza di bugie. Così quando un comando non piaceva subito diceva: "Lo farò volentieri, molto volentieri". E intendeva: per amore di Dio, non dava posto alla malinconia. I piagnistei non piacciono al Signore. Invece gradisce il sacrificio offerto generosamente e con la gioia pura dei figli affezionati. Piace a Gesù, piace quindi anche a me. E se non piacesse al mio senso, piace tuttavia al mio spirito: oh, il bel merito, il bel premio in cielo!
Beato Giacomo Alberione