Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

SECONDA LETTERA AI CORINZI
(6)

 

In questo numero concludiamo la prima parte di questa appassionata lettera di Paolo (cc. 6-7), in cui troviamo folgoranti espressioni dell'Apostolo che rivelano la sua vibrante vita interiore e apostolica. Scegliamo tre di queste espressioni come titolo dei brani in cui si articola la nostra lettura:

1) 6,1-10; 2) 6,11-7,1; 3) 7,2-16. 1) “Gente che non ha nulla, mentre possediamo tutto” (6,10)

È l’ultima di una serie di contrapposizioni (vedi i vv. 8-10) in cui Paolo è maestro, e che hanno anche un effetto letterario che non passa inosservato al lettore. Ma Paolo non era certo un autore che mirava a effetti letterari per farsi ammirare dai suoi destinatari. Abbiamo incontrato un’altra serie di contrapposizioni in 4,8-12, simile a questa per lo stile, ma anche per il contesto in cui ricorre; sembra infatti che il pensiero di Paolo e la sua penna entrino in fibrillazione quando gli occorre di parlare della sua missione apostolica e della sua situazione: la grandezza della missione affidatagli e la pochezza della sua persona fanno scoccare la scintilla che esplode in queste pagine straordinarie che rivelano il suo mondo interiore, quelle alle quali si potrebbe applicare l’espressione, che abbiamo letto nel numero scorso, in cui Paolo dice di essere “fuori di senno” per Dio (vedi 5,13). Ma andiamo con ordine. Ricordiamo che egli aveva chiuso il cap. 5 dicendo che egli e gli altri apostoli, specie quelli che lavoravano con lui nelle comunità da lui fondate, erano come degli “ambasciatori di Dio”, persone quindi che hanno avuto da lui una missione, e questi ambasciatori esortano ora i corinzi a non sprecare il tempo che Dio dona loro per vivere pienamente la loro vita in Cristo, come sue membra. Egli, da buon rabbino, ha la mente piena della parola di Dio donata a Israele per mezzo dei profeti, come quella che ricorda qui: “Al momento favorevole ti ho esaudito, nel tempo della salvezza ti ho aiutato”, un annuncio ripreso dal libro di Isaia (49,8) giunto a Israele quando era in esilio, nelle terre di Babilonia (attuale Iraq meridionale). Questa parola del Signore garantiva al suo popolo la salvezza e quindi la sopravvivenza anche nell’esilio, che avrebbe avuto una fine! Dopo il suo incontro con Cristo (At 9), Paolo sa che tutto ciò che avvenne al popolo di Dio lungo la sua storia ha,

globalmente, il senso e il valore di annuncio e di prefigurazione di ciò che avverrà al nuovo popolo di Dio, formato da tutte le persone di qualunque popolo – a cominciare dagli ebrei – che avessero accolto l’annuncio del vangelo e accolto Cristo come figlio di Dio e salvatore. Ed ecco quindi che, ogni volta che si presenta l’occasione, egli educa i fedeli delle sue comunità – formate quasi completamente da persone provenienti da popoli pagani – a leggere la Scrittura che Israele aveva ricevuto, vedendovi le indicazioni per la situazione del nuovo popolo di Dio che si va formando nella storia ad opera degli apostoli. Partendo da Gerusalemme e dal popolo di Israele esso si estenderà a tutti i popoli senza alcuna esclusione o discriminazione. Dopo la morte e la risurrezione del Figlio di Dio è cominciato per l’umanità “il tempo favorevole, il giorno della salvezza”. E Paolo esorta a non ricevere invano la grazia di Dio. I corinzi l’avevano già ricevuta, perché avevano accolto l’annuncio del vangelo portato loro da Paolo stesso, ed egli invita a non sprecare o dissipare questo dono. Dietro queste parole si sente ancora l’eco delle incomprensioni, delle divisioni che avevano agitato la comunità di Corinto e che Paolo richiama velatamente, ricordando che, a parte chi ha provocato questa situazione, si tratta di distruggere l’effetto della grazia di Dio, della salvezza che Cristo ha procurato e donato.
Anche per questo Paolo e i suoi collaboratori cercano di non porre ostacoli alla diffusione del vangelo col loro comportamento, qualunque fatica e disagio costi il compiere la loro missione. I vv. 4-7 elencano questi disagi e sofferenze, insieme alle virtù che praticano con la grazia, cioè con “la potenza di Dio”, che li sostiene come forti e generosi soldati, offrendo loro le armi per combattere e per difendersi. Paolo parla delle armi di destra e di sinistra: è un modo di esprimersi per indicare le armi offensive, come la spada, la lancia... che si usavano normalmente con la destra, mentre lo scudo che serviva per difendersi lo si fissava al braccio sinistro. Evidentemente Paolo vede la sua vita come un combattimento contro gli avversari del vangelo e di Cristo che ostacolano e cercano di eliminare gli apostoli e i missionari. Ciò che Paolo elenca in questi versetti lo ha sperimentato sulla sua pelle, fino alle “sommosse”: per causa di una sommossa scoppiata a Efeso aveva dovuto allontanarsi da quella città, dove da oltre due anni aveva “lavorato” come apostolo… (Leggete Atti 19,23-40 per sapere cosa successe a Efeso, quando la diffusione della fede cristiana provocò… la sommossa degli orefici: era davvero pericolosa la fede! E lo è anche oggi in tante parti del mondo, dove provoca il martirio di fratelli e sorelle, come 2000 anni fa!) Eppure Paolo ha il coraggio di scrivere, perché sentiva autentico quello che comunicava, che essi, gli apostoli, erano “afflitti, eppure sempre lieti; poveri, mentre arricchivano molti; gente che non ha nulla, mentre possiedono tutto” (v. 10). E noi siamo qui a chiederci cosa aveva Paolo dentro di sé, quale tesoro era per lui Cristo Gesù per poter scrivere queste parole e per vivere la vita che descrive. E consumarsi per donare questo tesoro a tutti!

2) “Parlo come a figli; dilatate il vostro cuore” (6,13).

A Paolo piace l’aria di famiglia. Abbiamo già avuto occasione di dire che la famiglia, il clan, la parentela era l’ambito veramente umano in cui si imparava a vivere in ogni senso. Questo valeva ancor più per le famiglie del popolo ebreo, specie per quelle che vivevano nella cosiddetta “diaspora”, cioè nella dispersione, in mezzo a città e località pagane, come Tarso (nell’attuale Turchia) in cui era nato e cresciuto Paolo. Paolo, come cristiano, intendeva valorizzare tutto il meglio che questa mentalità aveva in sé, formando le sue comunità come delle famiglie di Dio in cui si mantenesse viva l’unione, la solidarietà, l’aiuto vicendevole… tutte realtà che ora venivano vivificate dall’amore, dalla carità di Cristo che spinge il cristiano a sentirsi aperto e disponibile verso ogni fratello e sorella. Ecco allora che Paolo, qualunque cosa dica alle sue comunità, lo dice come a figli, sia quando loda il loro comportamento, sia quando deve richiamarli, anche severamente, come abbiamo visto nella 1Cor per vari problemi che ha dovuto affrontare. Dice chiaramente che egli ha spalancato il suo cuore a loro, mostrando tutta la sua fiducia, e attende altrettanta apertura, attende che “dilatino” anch’essi il loro cuore per continuare ad accogliere Paolo come il loro padre spirituale che intende continuare a nutrirli di Cristo e a farli crescere. Già le divisioni e le incomprensioni passate hanno mostrato che la loro vita in Cristo è ancora immatura, e ora, ricordando loro la grazia ricevuta – da non trascurare e rendere inutile – intende richiamarli ancora a stare attenti di fronte a un pericolo che sembra affacciarsi all’orizzonte: quello di lasciarsi risucchiare, in certo senso, dalla mentalità e abitudini dell’ambiente pagano in cui continuavano a vivere. Paolo non intende certo confinare in una specie di ghetto le comunità cristiane che si formavano nelle città pagane, per proteggerle dal paganesimo: queste dovevano vivere nel loro ambiente e testimoniare con la vita la loro fede e l’appartenenza a Cristo e mostrare come valesse la pena, anche umanamente, vivere come i cristiani.
La diffusione maggiore del cristianesimo avvenne certamente più attraverso questa benefica impressione che facevano i cristiani che non attraverso l’opera di predicatori, i quali erano certamente indispensabili per consolidare le conversioni, per catechizzare e far crescere il germe di vita cristiana giunto nel cuore di tante persone dal modo di vivere dei cristiani. Paolo dunque vede le due facce della realtà: quella positiva di una vita cristiana vissuta con impegno, che attira beneficamente l’attenzione di altri; e anche quella negativa di una leggerezza che, attraverso l’ambiente, i parenti e conoscenti, o per circostanze varie, si lascia riprendere da comportamenti, pratiche, feste, ecc., abbandonati quando avevano abbracciato con gioia il cristianesimo, nell’entusiasmo della scoperta. Paolo, riprendendo quasi l’avvertimento generale dato all’inizio (“Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio” 6,1), chiarisce più precisamente il suo pensiero: «Non ritornate sotto il giogo degli infedeli» (v. 14); non lasciatevi risucchiare da ciò che avete lasciato, ben coscienti che tante cose praticate nella vita pagana non sono accettabili da chi appartiene a Cristo. Né l’amicizia, né la parentela, né le convenienze sociali, o altri timori devono portare a tradire l’essere cristiani. Paolo pone ai suoi corinzi una serie incalzante di domande (vv. 14-16), per mostrare l’incongruenza, la contraddizione tra l’essere cristiano e il mascherarlo, cioè negarlo nei fatti. Anche in queste domande Paolo procede quasi istintivamente per coppie contrapposte: giustizia/iniquità; luce/tenebre; Cristo/Belial; fedele/infedele; tempio di Dio/idoli. Il Belial, contrapposto a Cristo, è il demonio così chiamato con un nome ebraico deformato che significava, “inutile, dannoso, malvagio”. L’ultima contrapposizione è forse quella che più interessa Paolo: il tempio di Dio tocca immediatamente i cristiani che come chiesa e come singoli sono tempio del Dio vivente e quindi non devono profanare se stessi e la chiesa… ospitandovi il demonio, gli idoli nei quali Paolo non vede tanto delle innocue statuette di materiale più o meno prezioso, ma il demonio che si serve anche di questi strumenti per tenere lontani o allontanare gli uomini da Cristo e dalla verità e quindi dalla loro salvezza (come avveniva ad Efeso con le statuette della dea Diana; At 19). È Dio, il Dio di Gesù Cristo che vuole abitare nei cristiani che lo hanno accolto con la fede e il battesimo in se stessi e nella loro vita. Egli vuole abitare nel suo popolo, nella loro vita concreta e quotidiana. Qui Paolo inserisce una serie di frasi prese dai profeti che annunciavano la nuova alleanza, per spingere ancora i suoi corinzi a riprendere coscienza della loro condizione e dignità di figli di Dio. Il v. 17 è di Geremia che invitava gli ebrei a uscire da Babilonia dove erano deportati e prepararsi a tornare ad essere in patria il suo popolo, dopo la prova dolorosa dell’esilio. Paolo conclude invitando a purificarsi, se vi sono delle indegnità nel corpo e nello spirito (egli le chiama “impurità”, con vocabolo più abituale agli ebrei). Si tratta evidentemente di peccati o colpe commesse o soprattutto col corpo o soprattutto con la mente, i pensieri, i desideri, le intenzioni malvage. Perciò chiede di domandare perdono a Dio e di riprendere a vivere fedelmente la propria vita cristiana col timore e quindi con l’attenzione a non offendere il Signore con un comportamento contrario alla sua legge e al suo amore per noi.

3) “Sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione” (7,4)

Iniziando a leggere questo terzo brano della lettera (7,2), ci incontriamo con parole che abbiamo già letto da poco… E difatti le abbiamo incontrate all’inizio del brano precedente (6,13), cosicché si potrebbe togliere il blocco 6,14-7,1 senza che il lettore se ne accorga. Sembra un pezzo inserito a questo punto della lettera, ma fuori del tema e del linguaggio che sta usando Paolo. Qualche studioso ritiene che sia appunto un brano fuori posto a questo punto. Ma tutti gli antichi manoscritti riportano la lettera così come l’abbiamo ora, senza interruzioni e quindi così la leggiamo. Càpita anche altre volte che nelle lettere di Paolo si presentino degli stacchi bruschi e inattesi. Ora comunque, Paolo riprende il filo del discorso, con i suoi toni appassionati. Egli ribadisce la correttezza del comportamento suo e dei suoi collaboratori verso i corinzi e per le sue comunità è pronto a soffrire qualunque cosa, ma ci tiene a essere sempre in buona armonia con loro. Ricorda poi nel v. 7,5 le angustie per non sapere ancora nulla sulla situazione di Corinto. Perciò l’incontro con Tito è stata una vera grazia di Dio per le buone notizie che egli portava sulla situazione di quella comunità, ormai tornata a dare fiducia, affetto e obbedienza al suo Apostolo e fondatore. Da Tito ha saputo anche che la famosa “lettera delle lacrime” (cfr. 2Cor 2,4) era stata bene accolta, cioè nello spirito con cui Paolo l’aveva scritta: se era stato severo con i corinzi e li aveva richiamati alla vera fedeltà a Cristo, mettendoli in guardia da chi voleva portarli fuori strada, lo aveva fatto con la severità del padre che ama i suoi figli, soprattutto quando li vede in pericolo. Paolo temeva forse di essere stato troppo severo e che la sua lettera potesse avere avuto l’effetto contrario a quello inteso e desiderato: temeva cioè di avere irritato ancora di più gli animi provocando una rottura irrecuperabile con la comunità che avrebbe potuto abbandonare Paolo per affidarsi a coloro che cercavano di squalificarlo come apostolo di Cristo. In realtà c’era stato qualcuno che non intendeva restare fedele a Paolo e che deve averlo rifiutato e probabilmente anche offeso pubblicamente, a sentire Paolo stesso, che però vi accenna velatamente (vv. 11-12).
Ma la totalità dei fedeli di Corinto si è mantenuta fedele a Paolo, sia pure dopo qualche incertezza, e al modo con cui egli predicava e annunciava Cristo. E Paolo ne dà atto alla comunità, riconoscendo che la “lettera severa” aveva prodotto una “tristezza secondo Dio”, cioè quella tristezza che riconosce lo sbaglio e chiede perdono a Dio e così torna nella gioia della unità e della comprensione reciproca; mentre la “tristezza secondo il mondo” porta all’orgoglio, e quindi alle incomprensioni, ai puntigli, alle divisioni e alla rovina della comunità, cioè dell’opera di Dio. Paolo aveva avuto ragione ad avere fiducia nei suoi figli e aveva incoraggiato Tito ad andare a Corinto per calmare le acque e riportare l’unione nella comunità e il ricambio di fiducia verso Paolo. Egli gode anche di avere avuto fiducia nei suoi figli, una fiducia che non è andata delusa, ma è stata confermata da Tito (vv. 13-15). Quanto a chi l’aveva offeso, Paolo raccomanda non solo di perdonarlo come lui aveva già fatto, ma anche di riaccoglierlo nella comunità, di recuperarlo. Infatti egli non ha scritto per infierire contro l’offensore, ma perché la comunità capisse che stava andando fuori strada. E la comunità lo ha capito. Qui Paolo non ripete quello che aveva già scritto nel c. 2,5-11, dove accennava al suo perdono e a quello della comunità stessa, alla quale raccomandava di riaccoglierlo, mostrando verso di lui la stessa misericordia di Cristo che vuole sempre salvare, mai condannare. Così Paolo completa quello che aveva cominciato a dire nel cap. 2 dove – come dicevamo – aveva aperto una parentesi che sarebbe durata quattro capitoli, sicuramente la più lunga che uno scrittore abbia mai tenuto aperta... Ma le sue considerazioni sull’apostolato e la sua missione lo hanno portato a mettere da parte per qualche pagina la vicenda concreta di Corinto che pure lo ha fatto tanto soffrire. Paolo, però, unito a Cristo, fino a formare quasi una persona unica con lui (Gal 2,20), non teme alcuna sofferenza: Cristo è la fonte della sua forza e della sua gioia, in ogni situazione per quanto dolorosa: “Sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione”.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) “Gente che non ha nulla e possiede tutto”, perché possiede Cristo. Mi dice qualcosa questa frase di Paolo, riguardo a quanto possiedo, alla mia “povertà” professata? Ne sono distaccata così da donare o utilizzare per il bene o a vantaggio di altri ciò di cui posso disporre?

2) “Parlo come a figli”: sento la necessità di favorire l’affiatamento sia con la mia famiglia sia con le sorelle dell’Istituto, in particolare del mio gruppo, evitando pettegolezzi o chiacchiere che possono solo disgregare?

3) Paolo non “sopportava”, ma “gioiva” per le tribolazioni apostoliche, perché erano “strumenti” preziosi di apostolato, non ostacoli, che Cristo gli offriva. Riesco a considerare le mie sofferenze come partecipazione alla vita e passione di Cristo, quindi alla sua Redenzione?

D. Antonio Girlanda ssp

 

torna su