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SECONDA LETTERA AI CORINZI
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Prima di proseguire nella nostra lettura della Seconda Lettera ai Corinzi, ricordiamo che Paolo sta riassumendo ai corinzi le vicende che avevano provocato le incomprensioni tra lui e la comunità. Aveva mandato a Corinto Tito con una lettera “scritta con le lacrime” (2,4) e gli aveva dato appuntamento a Troade, piccolo porto a nord-ovest dell’attuale Turchia. Non avendolo trovato si diresse verso la Macedonia – al nord della Grecia – dove avverrà l’incontro con Tito proveniente da Corinto. Ma Paolo ci spiazza subito perché non racconta questo incontro, ma dirotta il suo pensiero in altra direzione. Nella nostra lettura di 2Cor ci fermiamo sul brano 2,14-3,18. Una parentesi lunga più di quattro capitoli! Iniziando la nostra lettura ci troviamo subito di fronte a una sorpresa. Infatti in 2,13 Paolo scrive: “Non ebbi pace (a Troade)… perché non vi trovai il fratello Tito… e partii per la Macedonia”. Ma dell’incontro con Tito parlerà solo in 7,5 dove riprende: “Giunti in Macedonia non abbiamo avuto pace… Ma Dio… ci ha confortati con l’arrivo di Tito…” e continua descrivendo tutta la sua gioia. Insomma ci troviamo di fronte a una parentesi che dura oltre quattro capitoli della lettera! Lasciata da parte per il momento la vicenda di Corinto e l’incontro con Tito, Paolo si immerge quasi in una lunga e appassionata riflessione sul suo ministero apostolico, cioè sul “servizio” a Dio, alla chiesa, agli uomini che Cristo gli ha affidato. E qui egli traccia, anche senza volerlo, un ritratto – oggi si direbbe un identikit – dell’apostolo e dell’apostolato, su cui sacerdoti, missionari e persone consacrate (specie noi paolini e paoline), dovrebbero meditare, per conformare a Cristo vita e attività. Seguiamolo allora anche noi in queste pagine… e quando arriveremo al cap. 7,5 riprenderemo il filo del racconto sul suo incontro con Tito, vero strumento di Dio per il bene della comunità di Corinto e per la consolazione di Paolo, tanto provato non solo a Corinto ma anche a Efeso, dove aveva rischiato la vita, come dice all’inizio della lettera (2Cor 1,8-11). “Chi è all’altezza di questo compito?”(2,14-17) |
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| Iniziando a parlare del suo apostolato Paolo ricorre a un paragone che non è familiare per noi: egli caratterizza il suo apostolato come un buon profumo che impregna l’aria e porta vitalità e beneficio a coloro che si salvano, cioè a coloro che accolgono Cristo con fede, ma provoca malessere e morte a chi lo rifiuta. Pensando a una missione che deve portare la salvezza agli uomini, Paolo è ben cosciente che nessuno, da se stesso, è “all’altezza di questo compito” per la buona ragione che la predicazione è, sì, veicolo della grazia che salva, ma la grazia è solo Dio che la dona, qualunque sia la via. Egli quindi chiama alla missione, ma chi è chiamato deve avere sempre presente che è Dio a comunicare la grazia che entra nelle anime e le porta ad accogliere ciò che egli annuncia. Del resto Paolo, poco più avanti, dirà di non essere capace neppure di pensare qualcosa da se stesso, perché ogni sua capacità, per quanto riguarda il suo apostolato, viene solo da Dio (3,5). E Paolo svolge questo suo ministero con tutta la cura di mantenersi fedele alla missione compiendola sotto gli occhi di Dio, senza secondi fini e senza alterare il vangelo. L’ombra e la realtà (3,1-11) Nelle ultime parole del cap. 2 si capisce che Paolo ha presenti i falsi maestri giunti a Corinto. Egli inizia da una circostanza di cui era venuto a conoscenza: i predicatori itineranti, che erano giunti a Corinto, avevano mostrato alla comunità delle lettere commendatizie (3,1) che li raccomandavano alle comunità cristiane in cui si recavano, per essere da queste bene accolti, per essere anche assistiti e soprattutto per mostrare che provenivano da una comunità, molto probabilmente della Palestina, che doveva garantire la genuinità del vangelo da loro predicato. Paolo sembra quasi ridicolizzare queste lettere commendatizie dicendo chiaramente che lui non ne ha certo bisogno per presentarsi ai suoi corinzi, né da parte loro per presentarsi altrove: egli è stato lo strumento con cui Dio ha dato vita alla comunità di Corinto (come ad altre) ed è proprio questa comunità che è una “lettera di raccomandazione vera e propria”, aperta a tutti, conosciuta da tutti (3,1-3), per la sua fede genuina, per la ricchezza dei suoi carismi (come dice Paolo stesso già nella 1Cor 1,5), per il suo impegno nella carità, come dirà nei cc. 8-9. Ed è una “lettera” non scritta su carta con inchiostro, ma scritta nei cuori con lo Spirito di Cristo, come mostra la sua vitalità. Qui Paolo ricorda che Dio “ha scritto” su tavole di pietra “le dieci parole” (cfr. Esodo 24,12) e dice chiaramente che Dio scrive ancora, ma su cuori di carne… E anche questo lo dice ricordando le celebri profezie di Geremia e di Ezechiele, che annunciavano una Nuova Alleanza (cfr. Ger 31,31; Ez 11,16-20; 36,24-28). Il velo che copre la visione del disegno di Dio (3,12-18) Il confronto con la prima alleanza richiama la figura di Mosè, il fiduciario di Dio, che parlava con lui faccia a faccia, come si parla con un uomo (cfr. Dt 34,10). Nei vv. 12-16 Paolo fissa l’attenzione su un particolare, un pò curioso per noi, cioè sul fatto che Mosè si copriva la faccia con un velo quando usciva dall’incontro con Dio, perché il suo volto era luminoso (cfr. Es 34,29-35). Paolo è sempre attento a leggere alla luce del NT quanto la Scrittura dice sull’Alleanza nell’AT, scorgendovi insegnamenti per i cristiani, figli della Nuova Alleanza (cfr. 1Cor 10,1-11). Ed ecco che anche il velo di Mosè nasconde in sé una realtà che Paolo ora scorge alla luce di Cristo. Quel velo ora esiste sul cuore e nella mente degli Israeliti che, pur leggendo Mosè e i profeti, non si aprono alla fede in Cristo che con la sua parola e la sua opera ha tolto quel velo e fa comprendere l’Antica Alleanza come annuncio e promessa della Nuova. Pensiamo ai discepoli di Emmaus ai quali Gesù risorto spiegava le Scritture (cfr. Lc 24,27). Però Paolo non può dimenticare il suo popolo, che rimane sempre il popolo che Dio si è scelto e che non abbandona, perché le sue scelte sono irrevocabili (cfr. Rm 11,29). Paolo mediterà a lungo su questo mistero del suo popolo in tre interi capitoli della lettera ai Romani (Rm 9-11). Per ora ha solo l’intuizione che «quando ci sarà la conversione al Signore quel velo sarà tolto» (v. 16): ci sarà dunque una conversione di Israele al Signore! Intanto Paolo soffre, spera e anzitutto crede a questa illuminazione di Dio. Poi è ripreso dalla realtà del NT e prorompe nella trionfale affermazione sul Signore Gesù Cristo, che è Spirito (v. 17), rispetto all’AT che è “la lettera” cioè lo scritto che solo lo Spirito fa comprendere. Noi allora, conclude Paolo, quanto più crediamo a Cristo, tanto più riflettiamo “nel nostro volto”, cioè nella nostra persona e nella nostra vita, la gloria del Signore Gesù risorto; la nostra fede e la speranza ci rendono sereni, nell’anima, nonostante tutto, pensando al nostro destino, quello di divenire conformi, nel corpo e nello spirito, allo stato glorioso di Gesù risorto, per una felicità eterna (vv. 17-18). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) È importante, soprattutto in questa lettera di Paolo, leggere il testo proposto (2,14-3,18) e anche i testi biblici indicati di Geremia 31 e di Ezechiele 11 e 36. 2) Paolo insiste sulla Alleanza, che è il rapporto che Dio vuole avere con l’uomo (anche con le singole persone, oltre che con il suo popolo); è un rapporto che suppone libertà, stima, collaborazione sincera; cioè un rapporto che valorizza i contraenti (in questo caso Dio valorizza la sua creatura). Vedo la mia vita in questa luce, cioè mi vedo con gli occhi di Dio che mi apprezza, che fa conto di me per i suoi progetti? 3) Può darsi che il mio apostolato, forse perché piccolo, sconosciuto, non molto appariscente, non sia apprezzato neanche da me… Ma devo persuadermi ugualmente che ciò che conta, come per Paolo, è anzitutto l’adesione a Cristo, la generosità nel donargli tutto con retta intenzione. Allora la vita è apostolicamente fruttuosa. D. Antonio Girlanda ssp |