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SECONDA LETTERA AI CORINZI
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Paolo, come abbiamo già detto, scrive la Seconda Lettera ai Corinzi dalla Macedonia (da Filippi o da Tessalonica) dopo l’incontro con Tito che gli ha portato buone notizie da Corinto: quella comunità aveva in fondo capito la falsità della posizione in cui si era cacciata dando ascolto ai contestatori di Paolo ed era tornata alla piena obbedienza e fiducia nell’apostolo. Leggiamo ora il brano 1,12-22; 2,1-13 in cui Paolo rievoca per accenni i momenti burrascosi che hanno turbato i rapporti con i suoi figli di Corinto e in cui rivela anche una certa preoccupazione di non essere compreso bene (1,13). 1) Le incomprensioni dei Corinzi e la coscienza di Paolo come apostolo di Cristo (1,12-22) Dicevamo che questa 2Cor presenta per noi vari punti oscuri per il fatto che Paolo non è uno storico che espone gli eventi, le loro cause ed effetti per esteso. Egli è interessato in prima persona ed è emotivamente molto coinvolto nelle vicende cui si riferisce; perciò non narra compiutamente quanto è accaduto, ma esprime ciò che lui sente dentro di sé in rapporto a fatti di cui i suoi destinatari sono perfettamente al corrente e che egli non ha bisogno di raccontare per filo e per segno. Al v. 1,15 leggiamo di un progetto di viaggi a Corinto che Paolo aveva preparato e che non ha potuto realizzare. Ma difficilmente ci persuadiamo che per un cambiamento di questo progetto abbia potuto scatenarsi un dissidio e una diffidenza tanto profonda tra Paolo e la comunità di Corinto, che nella 1Cor appare tanto affezionata a Paolo e disponibile alle direttive che egli dà riguardo ai vari problemi che gli erano stati sottoposti. Poco più avanti (2,5-11), come vedremo, Paolo accenna a un “fattaccio” (qualcuno deve averlo offeso pubblicamente, non sappiamo come), ma ci accorgiamo facilmente che questo episodio su cui egli sorvola brevemente, è piuttosto la punta di un “iceberg”, l’espressione maleducata e volgare, se vogliamo, di una situazione di disagio più diffusa. A quanto pare Paolo veniva accusato di doppiezza, di leggerezza, ma il vero scopo dei suoi denigratori doveva essere quello di squalificare la sua autorità di apostolo e sottrarre la comunità, forse più prestigiosa tra quelle da lui fondate, alla sua direzione. Nel corso della lettera, soprattutto nella terza parte (cc. 10-13), si scaglierà contro i suoi detrattori senza alcun accenno al “problema” dei viaggi modificati che |
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potrebbe essere stato solo il pretesto per attaccare ben più a fondo Paolo. Intanto egli si difende appellandosi alla sua coscienza di apostolo di Cristo, che cerca solo ciò che si attende da lui la “santità o semplicità e sincerità di Dio” (1,12). I suoi progetti, come tutta la sua vita, sono una risposta alla chiamata, sono in rapporto esclusivamente alla missione affidatagli. Non ha altre mire, non fa progetti con “la sapienza della carne” (1,12; vedi anche 1,17), cioè con secondi fini (egoismo, vantaggi personali, ambizioni…), ma unicamente a vantaggio dei suoi figli spirituali, della loro crescita nella vita cristiana e quindi per la loro serenità e gioia. Tutto in vista di quell’ultimo incontro con Cristo in cui apparirà che “il suo vanto” dinanzi a lui sono unicamente i suoi figli, come egli lo sarà per loro. Paolo quindi non pensa soltanto ad affermare la sua sincerità e correttezza con loro, ma pensa a una specie di vincolo sacro e indistruttibile che li unisce nella comunicazione e accoglienza della fede che salva, per cui saranno oggetto e motivo di gloria reciprocamente dinanzi al Signore “nell’ultimo giorno” (noi diremmo nel giorno del giudizio universale), in cui apparirà la verità e il merito di tutti e di ciascuno, in cui non sarà possibile alcuna finzione o menzogna (1,14). 2) Una breve, sofferta, visita a Corinto (1,23-2,4) e la lettera delle lacrime (2,5-13) In base quindi a ciò che Paolo riteneva più vantaggioso per i fedeli di Corinto, aveva progettato i suoi movimenti, come dice in 1,15-16. Ma evidentemente sono sopravvenute a Corinto delle circostanze (forse, cristiani ostili a Paolo, venuti da fuori, come dicevamo nella prima puntata) che a suo giudizio hanno richiesto un intervento, imprevisto da Paolo stesso, almeno per il momento. Questo lo deduciamo, anche se Paolo non lo dice espressamente, dal primo versetto del cap. 2: “Ho determinato di non tornare da voi di nuovo nella tristezza”. C’era stata quindi una visita “nella tristezza”. Si è trattato di una specie di visita-lampo, che ha provocato ciò che Paolo non si aspettava: egli deve aver trovato una comunità alquanto disorientata, in cui molti avevano perduto la fiducia in lui; inoltre durante questa visita è avvenuto anche il “fattaccio”, cui accennavamo sopra, dell’individuo che ha offeso pubblicamente l’apostolo. Tutto ciò gli ha causato indubbiamente tanta tristezza nell’anima. 3) Un atteggiamento cristiano fondamentale: la gioia In tutta questa vicenda c’è un motivo su cui Paolo insiste particolarmente, che sembra addirittura prevalere sulla genuinità della fede: è il motivo della gioia. Paolo vi insiste (1,24; 2,1-4) perché percepisce la gioia come una componente dello stato “normale” del cristiano. Tra i “frutti dello Spirito” che caratterizzano la vita cristiana, Paolo pone la gioia subito dopo l’amore: “Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…”, dice nella lettera ai Galati 5,22. La gioia è frutto dello Spirito che anima il Corpo di Cristo in cui l’amore tiene compatte le membra, le fa sentire necessarie le une alle altre come condizione reciproca di vitalità, benessere, attività e quindi di gioia. Quando la carità viene meno è come quando avviene una frattura tra le membra di un corpo: si soffre terribilmente fino a che la frattura non venga riparata e il corpo ritorni al suo stato normale. Paolo ha bisogno di sentire che i suoi figli non sono soltanto “il suo vanto per il giorno del Signore” (1,14), ma sono e devono essere anche la sua gioia fin d’ora, al presente, come egli vuole esserlo per loro. Apparentemente sembra un’esigenza molto umana, ma come dicevamo, Paolo la vede come una caratteristica dell’essere cristiano, un dono dello Spirito a tutti i credenti in Cristo. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) So fare attenzione al “sentire profondo” del mio essere e quindi so trovare momenti prolungati di silenzio, di raccoglimento e di preghiera per cogliere la volontà di Dio di fronte a qualche decisione importante per la mia vita spirituale, di apostolato, di relazione con gli altri? 2) Quando incontro incomprensioni negli altri, anche in buona fede, so accettarle, sapendo che, se non riesco a dissiparle, deve bastarmi l’approvazione della mia coscienza dinanzi a Gesù? 3) La gioia nella mia vita: c’è sempre in fondo al cuore? La sento anche come un modo efficace di “evangelizzare” quanti mi avvicinano? D. Antonio Girlanda ssp |