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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(15)

 

In questa ultima puntata sulla Prima Lettera ai Corinzi completiamo la lettura del cap 15, e anche la lettura della lettera che termina col cap 16, in cui vi sono notizie, informazioni e saluti, ma pur sempre istruttivo, come tutto ciò che scrive Paolo.

1) Come risorgeranno i morti? Con quale corpo? (15, 35-49)

Dopo la catechesi di Paolo sulla risurrezione dei morti (15,1-34), veniva spontaneo per i corinzi chiedersi: come risorgeranno i morti, con quale corpo? Tanto più in ambiente di cultura greca che, come dicevamo, era allergica all’idea di una risurrezione del corpo, ritenuto prigione dell’anima spirituale, intelligente e libera. Paolo comincia (vv. 35-38) invitando i suoi lettori a osservare la natura: da un seme, che gettato in terra “muore”, sorge un arbusto, una spiga, che sono ben diversi dal semplice e piccolo granello seminato: è evidente la diversa forma e vitalità delle due realtà, connesse l’una con l’altra dalla potenza creatrice di Dio, che dona a ogni seme la pianticella che gli conviene. Già nella natura possiamo osservare la diversità tra ciò che si semina e che praticamente scompare, e quello che risorge da quel chicco morto e scomparso. Così è diversa la vita e la vitalità tra il corpo che si seppellisce e il corpo che risorgerà. A questo esempio era ricorso anche Gesù per indicare il senso e il valore della sua morte redentrice: «Se il grano di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; se muore porta molto frutto» (Gv 12,24). Questa diversità tra ciò che muore e ciò che rinasce è opera della onnipotenza creatrice di Dio, così come lo è l’infinita varietà degli esseri già esistenti. Paolo passa in rassegna questa varietà richiamando spontaneamente la creazione come la si legge in Gen 1, ammirando particolarmente i corpi celesti con la loro varia luminosità, rispetto alla “opacità” delle creature terrestri, viventi o meno (cfr i vv. 39-41). La molteplicità e varietà degli esseri creati mostrano che l’onnipotenza creatrice di Dio non ha limiti, per cui Paolo – nel suo stile tipico, amante delle contrapposizioni – traccia le caratteristiche del corpo risuscitato, rispetto a quelle del corpo mortale e le sintetizza alla fine parlando di corpo “psichico” e corpo “spirituale” (vv. 42-44). Il corpo “psichico” è il corpo vivificato dall’anima (= psyché in greco), comune a tutti i mortali; il corpo risorto è detto “pneumatico”, cioè spirituale (che

sembra una contraddizione) non perché “immateriale”, ma perché immerso e trasfigurato dallo Spirito Santo (= pneuma in greco), che realizza la nuova creazione dell’uomo voluta da Dio Padre e già realizzata in Gesù Cristo, come “primizia”, diceva Paolo (15,23). Per questa “seconda creazione” dell’uomo vi è quindi già un modello realizzato e veduto da occhi umani: Cristo risorto, ripetutamente mostratosi vivo ai suoi (15,5-8). L’uomo è la creatura che Dio ha fatto a sua immagine e somiglianza (Gn 1,26-27), ma il progetto di Dio Padre si concretizza – ci ricorda sempre Paolo – nell’averci predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo risorto (Rm 8,29). Nei vv. 45-50, dall’osservazione sulla natura Paolo torna al pensiero del “Primo Adamo” (cfr v. 22), fonte di morte, per affermare che Cristo è l’ultimo Adamo che comunica la vita dello Spirito. Anche noi credenti siamo figli del primo Adamo, terrestre, fatto di polvere e perciò ci dissolviamo in polvere; ma apparteniamo anche all’Adamo celeste, al Cristo risorto, e quindi saremo come lui risorti. Dovremo comunque passare attraverso la morte perché “carne e sangue” – cioè gli esseri umani, nella loro condizione materiale corruttibile – non possono appartenere al regno definitivo ed eterno di Dio, senza una totale trasformazione (v. 50). Paolo ha percepito la fede in Cristo come una rigenerazione, dopo la generazione naturale, e ha visto in Cristo il capostipite di una nuova umanità rigenerata. Perciò ha chiamato il primo Adamo “tipo”, figura di Cristo in quanto ha dato origine all’umanità, e ha chiamato Cristo il nuovo Adamo, l’Adamo celeste.

2) Un mistero… inatteso (15,51-58)

A questo punto Paolo dice di rivelare un “mistero”. Sappiamo che nel linguaggio di Paolo questa parola non indica qualche aspetto della realtà del Dio infinito, incomprensibile per noi, ma il suo agire misterioso e imprevedibile per noi riguardo alla nostra salvezza. Anche qui il “mistero” che Paolo ci rivela riguarda il destino della nostra umanità: alla fine dei tempi, preordinata da Dio, vi saranno degli esseri umani ancora in vita. “Non tutti moriremo”, dice Paolo (forse immaginava la fine così vicina da trovarsi anche lui tra i vivi), ma tutti dovranno comunque essere trasformati in conformità del corpo glorioso, risuscitato, di Cristo, per poter partecipare alla sua vita non più soggetta alla morte e alla corruzione (vv. 53-54). Forte di questa fede, Paolo lancia un grido di trionfo e di vittoria con le parole dei profeti Isaia 25,8 e Osea 13,14. Egli sa bene che morte e corruzione entrano nell’uomo mediante il peccato che, come veleno iniettato dal pungiglione di un serpente, uccide la vita dell’uomo; il peccato poi prende forza dalla legge, la quale ordina e proibisce senza dare la forza di eseguire. La connessione tra morte, peccato e legge (v. 56) sarà il tema della lettera ai Romani, mentre qui appare come una parentesi, perché, dopo il grido di vittoria sulla morte del v. 55, si aspetta l’esclamazione di lode e riconoscenza verso Dio che per mezzo di Cristo libera chiunque crede in lui (v. 57). Paolo conclude il lungo cap. 15, fondamentale per la fede cristiana, esortando alla perseveranza in questa fede che illumina la vita e la porta a operare il bene che il Signore apprezzerà e ricompenserà con amore (v. 58).

3) Notizie, saluti, commiato (16,1-24)

Dicevamo che Paolo non si sentiva solo maestro e catechista delle sue comunità, ma prima ancora padre ed educatore dei suoi figli (cfr 4,14-15). E praticamente questo cap. 16 parla di cose concrete, di famiglia. Egli comincia dall’iniziativa di beneficenza a favore dei fratelli poveri di Gerusalemme (vv. 1-4). Questi, dopo avere aderito al vangelo di Gesù avevano fatto spontaneamente comunità tra loro, isolandosi dalla popolazione rimasta legata alla prassi religiosa ebraica e rimanendo esclusi dalla beneficenza praticata tra gli ebrei. Al Concilio di Gerusalemme – ricorda Paolo nella lettera ai Galati (2,10) – dopo che fu raggiunta l’intesa sulla questione della fede in Cristo come unica condizione di salvezza per tutti, i capi della comunità di Gerusalemme chiesero a Paolo di ricordarsi dei poveri, «cosa che mi diedi premura di fare» sottolinea Paolo nella stessa lettera. E questa iniziativa egli l’ha avviata e raccomandata in tutte le comunità da lui fondate, per attivare concretamente la carità cristiana verso i fratelli bisognosi, e forse più ancora, per far sentire in concreto l’unità tra tutti i fedeli delle chiese sia di origine ebraica che pagana, alimentando così il senso di appartenenza all’unico corpo di Cristo. In questa iniziativa Paolo si mostra molto rispettoso della spontaneità e della responsabilità dei suoi figli, affidandola totalmente a persone che la comunità indicherà sia per la raccolta sia per la consegna del ricavato a Gerusalemme. Paolo chiama “santi” i fratelli di Gerusalemme, come, del resto, anche i membri delle sue comunità, perché tutti i cristiani, santificati radicalmente nel battesimo, appartengono a Cristo e da lui sono ricolmati della grazia che santifica cioè rende graditi al Padre come il Figlio Gesù.
Passando poi ai suoi progetti di viaggio (vv. 5-9), Paolo informa i suoi corinzi che si fermerà a Efeso fino alla Pentecoste di quell’anno (probabilmente il 57 d. C.), cioè fino quasi alla fine della primavera, dato che il Signore gli faceva prevedere per il suo lavoro apostolico buoni risultati (egli dice “mi si è aperta una porta grande e favorevole”). Dopo, però, non si recherà direttamente a Corinto, ma si porterà a visitare le comunità della Macedonia, le care comunità di Filippi, Tessalonica e Berea. Questa visita con i viaggi relativi gli occuperà tutta l’estate e verso l’autunno pensa di poter arrivare a Corinto dove fa conto di fermarsi e di passarvi anche l’inverno. Sentiamo qui non solo l’assillo di Paolo per tutte le chiese di cui si sente padre, ma in particolare la preoccupazione per la chiesa di Corinto: voleva rendersi conto di come vive la sua vita cristiana quella comunità che gli ha proposto tanti problemi. Paolo fa sapere ai corinzi che, intanto, manderà loro Timoteo, il suo più fidato collaboratore, forse assieme ai rappresentanti della comunità corinzia (Stefana, Fortunato e Acaico) che ritorneranno portando probabilmente la lettera di risposta ai problemi della loro comunità. Paolo avrebbe voluto che anche Apollo – di cui si parla nei primi capitoli della lettera (cfr. 1,12; 4,6) – tornasse a Corinto, ma egli non ha voluto. Dato che Apollo, pur senza volerlo, era stato occasione di divisione nella comunità, forse ora teme che la sua presenza possa rinfocolare quelle divisioni. Paolo si mostra del tutto staccato da quell’episodio, senza alcun risentimento, anzi apprezza la capacità di Apollo nell’annuncio del Vangelo. Del resto sappiamo da tutte le lettere che Paolo apprezza tutti i suoi collaboratori e quanti si prestano per la vita e l’organizzazione delle comunità. E quindi anche in questo caso chiede ai suoi figli di stimare e apprezzare Stefana e la sua famiglia che offrono la loro casa per le riunioni della comunità cristiana.
Evidentemente questa famiglia che è stata tra le prime ad accogliere il Vangelo (“primizia dell’Acaia” dice Paolo), doveva essere di buone condizioni se aveva un’abitazione in grado di accogliere i fratelli, ormai numerosi, per le riunioni di preghiera e liturgiche. Paolo non perde occasione per far sentire le chiese come comunità sorelle e quindi manda a Corinto i saluti delle comunità della provincia romana dell’Asia (Efeso, Colossi, Laodicea e Gerapoli) e in particolare quella che a Efeso si raduna nella casa di Aquila e Priscilla, la coppia cristiana che aveva una attività imprenditoriale (fabbricatori di tende) presso cui Paolo aveva lavorato proprio a Corinto, in attesa di avviare la missione, come ricordano gli Atti (At 18,1-3). Le ultime frasi sono quelle di commiato. Il “saluto col bacio santo” è il gesto del donarsi la pace nella liturgia: è “santo” perché diverso dai comuni segni di affetto che si usano tra familiari e amici. Alla fine Paolo firma personalmente la lettera, che come le altre era stata dettata a uno scrivano, e vi aggiunge alcune frasi che richiamano tutto il suo amore per Cristo, fino a scomunicare… chi non lo ama. Segue l’invocazione in lingua aramaica Maranatha che significa “vieni Signore” (e che si può leggere anche “il Signore viene”): evidentemente era una invocazione liturgica delle comunità di Gerusalemme, ma era diventata così caratteristica della liturgia che veniva usata anche nelle comunità cristiane di altra lingua. E Paolo chiude augurando ai suoi corinzi non solo la grazia, cioè l’amore del Signore, ma assicurando loro, (se ce ne fosse bisogno!), tutto il suo amore in Cristo Gesù, cioè l’amore sincero, che sa amare i figli apprezzandoli e incoraggiandoli per ogni cosa buona e che sa riprenderli quando è necessario, proprio per amore, perché li vuole come li vuole Cristo Gesù. Chiudendo la nostra “lettura” della 1Cor, credo che dobbiamo essere grati a questi “esuberanti” corinzi, perché hanno offerto a Paolo l’occasione di manifestare il suo pensiero e il suo animo di fronte a tante situazioni in cui si trovava a vivere una comunità cristiana in una grande città pagana, in cui pareva difficile che potesse far presa l’annuncio del Vangelo. Paolo ne era cosciente e Gesù ha dovuto incoraggiarlo nella sua missione a Corinto (At 18,9-10). Qui soprattutto egli ha capito che le vie di Dio sono imprevedibili e sorprendenti, come lo è la sapienza della croce (1,22-25).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Forse è troppo chiedere di rileggere tutta la 1Cor. Tuttavia qualche pagina è rimasta certo particolarmente nella memoria e nel cuore. Sarà bene rileggerla e meditarla, anche con l’aiuto delle note con cui l’abbiamo accompagnata nelle circolarine (penso che le Annunziatine le conservino per qualche tempo…!)

2) L’immagine del granello di frumento seminato nella terra, usata sia da Gesù che da Paolo – con significati diversi – mi suggerisce qualcosa per la mia vita?

3) Paolo consacrato al suo ministero si sentiva padre di coloro che il Signore gli affidava. Cerco di coltivare in me “il senso della maternità” spirituale, come valore inerente alla mia persona consacrata, nello spendermi per la chiesa di Gesù, non solo negli impegni ecclesiali che sono chiamata a svolgere, per quanto umili e nascosti, ma in ogni occupazione, anche non strettamente “ecclesiale”. Paolo ci raccomanda: “Qualunque cosa facciate, fatela nel nome del Signore Gesù” (cfr Col 3,17).

D. antonio Girlanda ssp

 

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