come la lampada cade se si spezza il filo che la tiene sospesa, così cadremo noi se si spezzerà il filo col quale Iddio regge la nostra esistenza. Siamo in Dio, egli è presente; ci vede, ci sostiene, e noi parliamo, pensiamo, operiamo perché Iddio lo vuole. Dio non può ammettere peccato; eppure anche quando pecchiamo Dio è in noi, e continua anche in questo brutto momento a sostenerci, conservandoci in vita. Come il bambino che pronuncia parolacce in braccio alla mamma, questa non le pronuncia, ma sostiene il bimbo. Vi erano due sorelle, di cui una cattiva, che suggerì alla buona di commettere una grossa gherminella. Tutta calma la buona le rispose: “Sì, la farò, purché tu con me la andiamo a commettere in piazza, quando vi è mercato”. Dio vede tutti. Camminiamo alla sua presenza e ci sarà facile evitare il peccato. Quando si sta per cedere alla tentazione se si pensa che vi è l’occhio di Dio, l’orecchio di Dio che sono sopra di noi, come si può voler peccare? Quando si volesse compiere una cattiva azione, alla presenza del babbo e della mamma, ce ne guarderemmo bene! Il pensiero della presenza di Dio ci spinge al bene. Studiamo, pensiamo, operiamo, preghiamo con fervore: la nostra volontà alla presenza di Dio diventa risoluta.
Quando siamo in scuola e stiamo scrivendo, basta la vicinanza della maestra per farci scrivere in calligrafia, e se pensiamo che presso di noi non c’è la maestra soltanto, ma il Signore, opereremo sempre molto bene. Quando il Signore ama un’anima, le dà occasione di molta sofferenza. La Madonna era tanto diletta da Dio eppure è divenuta la Regina dei martiri! E Gesù, il Figlio prediletto di Dio, il Re del dolore! Non posso, figliuole, indicarvi una via diversa da quella tracciataci da Gesù. Avrete tanto da soffrire, ma guardate a ciò che ci attende al termine del cammino. Se aveste da salire un’erta, e alla cima del monte vi attendesse la mamma o il babbo, oh, non badereste a difficoltà, ma a grandi passi salireste la china per raggiungere presto la sospirata mèta. Al termine dell’erta ci attende Gesù, la santissima Vergine, i santi, gli angeli. Se pensiamo così, prendiamo coraggio. Avete da sostenere le fatiche del lavoro, dello studio, da compiere tanti sacrifici, ebbene, guardiamo a destra: l’Angelo ci osserva, egli ci ascolta, raccoglie i nostri sospiri, tutto registra. Così prendiamo coraggio ed amiamo la nostra croce. Se siamo affaticati ricordiamo: non ci è stato promesso il premio, la pace su questa terra, ma ci è preparato in cielo: “Chi lascia tutto riceverà il centuplo e la vita eterna” (Mt 19,29).
Operiamo bene alla presenza di Dio che deve darci il premio o il castigo, cerchiamo di fare il bene, anche quando non siamo veduti; poco importa che gli uomini ci credano buoni o cattivi; viviamo bene alla presenza di Dio che tutto vede e di tutto ha da giudicarci. In una parola, bisogna avere di Dio il massimo timore e nutrire per lui il massimo amore. Cosa vuol dire avere per Dio il massimo amore e di lui il massimo timore? Vuol dire che dobbiamo ricordarci che Dio è premio, è paradiso, quindi amarlo, desiderarlo, volerlo e nello stesso tempo ricordarci che egli è giusto vendicatore del male: “A me sta la vendetta, se sarete ostinati a fare il male” (Rm 12,19). Bisogna aver timore di Dio, che per castigo ci dà l’inferno, aver amore a Dio che in premio ci dà il paradiso. Bisogna dire spesso: Vi amo sopra ogni cosa. Temere Dio vuol dire aver timore di disgustare l’occhio e il cuore del Padre; temere Dio vuol dire aver tremore dei suoi castighi: il purgatorio e l’inferno. Amarlo vuol dire avere odio al peccato, fare la sua volontà, ascoltare i suoi consigli, i suoi desideri, seguire la vocazione. Bisogna amarlo il Signore, perché è buono. Amiamolo, dunque. Se lo merita tanto questo Gesù che è morto sulla croce, che ci ha usato delicatezze particolari. Amatelo, perché solamente in lui c’è amore e gioia; più si ama questo Dio e più si ha pace; più si ama nel sacrificio e più si diventa forti.
L’amore di Gesù per noi è stato così forte da arrivare alla morte e il nostro amore è così debole da non saper perdonare né resistere ad una offesa. Figliuole, amatelo tanto il Signore, perché è buono, ma abbiate amore e timore insieme! Vi sono dei tempi in cui l’amor di Dio attira con la sua grazia: “Trahe me post te: Attirami a te” (Ct 1,4), o mio Dio; come il fanciullo è attirato da un regalo, così, o Signore, attirami a te, guadagnami, trascinami. Qualche volta l’amore è freddo, languido, non attira l’anima, e allora bisogna spingere all’amore col timore. Che cosa sarà di me se mi danno? Se vado in purgatorio? Sono così debole, temo perché posso di nuovo cadere, ho un’esperienza brutta del passato; temo perché gli occhi, la lingua, mi possono di nuovo condurre al male, le passioni possono di nuovo conquistarmi e posso essere di nuovo trascinato al peccato. E questo timore è santo. Certe volte basta l’amore, altre volte il timore. Due suore tiravano un carretto, una davanti e una dietro. Quella che stava davanti figura l’amore per cui basta tirare, l’altra figura il timore. Alle volte non basta tirare, ma bisogna spingere e questo è il timore. Se l’amore sta davanti e il timore dietro, il cuore cammina a posto. Quelle che hanno solo il timore sono più umili, ma non si fanno i meriti; quelle che hanno solo l’amore a volte sono leggere, dunque bisogna dire con la Chiesa: “Domine, fac nos timorem et amorem pariter habere perpetuum: Signore, dateci l’amore pari al timore”.
Andiamo su per la scala fiancheggiata da due ringhiere: a destra sta quella dell’amore, a sinistra quella del timore, sono necessarie tutte e due per non cadere né da una parte né dall’altra. “Trafiggi il mio cuore col tuo santo timore” dice il Profeta (Sl 118,120). Dal timore si comincia a farsi santi e l’opera della nostra conversione è d’ordinario cominciata dal dono del timore che ci fa temere l’offesa di Dio. Non si arriva alla corona dell’amore se non per il timore, perché il timore è l’umiltà. Ora l’umiltà è il primo gradino nella scala dell’amore, è quindi necessario che si cominci dal primo gradino: “Initium sapientiae timor Domini” [Principio della sapienza è temere il Signore] (Sir 1,12). L’ultimo gradino della scala è la carità o l’amor di Dio, per cui si merita e si fanno le azioni virtuose. Chi vuol salire bene la scala deve passare sempre per il primo scalino, quindi non si arriva alla corona dell’amore, se non per il timore. Di qui si comincia a farsi santi. Vi è il timore imperfetto che teme solo il castigo, ma vi è anche il timore delle anime perfette che temono di disgustare Dio, di piantar le spine nel cuore di Gesù, temono il peccato, temono di togliere la gloria di Dio. Questo timore è una beatitudine: “Beato l’uomo che sempre teme” (Pr 28,14), è carità perfetta, è timore filiale e s’accorda con l’altra beatitudine: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Tutti i santi hanno avuto a base della loro santificazione un santo timor di Dio. I martiri non hanno temuto i tiranni e per non offendere Dio hanno dato la vita. Vi sono delle suore che non la capiscono e parlano di amore, di cose sublimi e non hanno timore. Provate a camminare con una gamba sola, non si resiste, bisogna usarle tutte e due.
Veniamo, dunque, alla pratica: piangiamo i peccati, l’offesa di Dio, la incorrispondenza alle grazie; questo è il principio della santificazione, la realtà della vita spirituale: è il timore santo. Un’anima che arriva ad avere pari il timore e l’amore ha le gambe di ferro ed è soda nella pietà. Le figlie che volano per aria, fanno i capitomboli e si rompono il naso. Per vivere ci vuol roba soda, sostanziosa, non rarità e leggerezze. Siate sincere, andate alla realtà, la pietà vaporosa non sostiene, ci vuol qualche cosa di sodo. Se volete andare avanti nella virtù, vedrete come Gesù poco per volta distaccherà dalla corona le spine e ce le farà sentire, toglierà la pesante croce dalle sue spalle e ce la metterà addosso, con i suoi chiodi ci pungerà cuore e anima. Gesù ci farà provare il disgusto e il dolore dove più abbiamo amato; se poi si compiacerà di darci anche la croce più grande, la pena di sentirsi lontane da Dio, abbandonate anche da lui, la pena massima del cuore, la lanciata nel costato, allora sarà tutto compiuto, ma se non saremo sode nella virtù, come potremo sopportarlo? Amiamolo questo Gesù, con tutta la mente, con tutta la volontà, con tutto il cuore, con tutta l’anima. Quando volete conoscere se avete fede o no, osservate se avete amore e timor di Dio. Vi sono delle persone che non offendono mai il Signore, temono il peccato, non hanno altro che odio al peccato e amor di Dio.
Questa è la vera fede che fa i religiosi. Rimane nella mente il: “Redde rationem” [Rendi conto] (Lc 16,2) che il Signore dirà al giudizio. “Ambulate duin luceni habetis” (Gv 12,35): operiamo il bene mentre è giorno, poi verrà la notte e non si vedrà più. Ora viene l’applicazione pratica: quest’amor di Dio che vive nella mente e nel cuore non può esser vaporosità, ma vigilanza continua, perché lo Sposo celeste non trovi nulla nella sua sposa, che possa disgustarlo. Esser veramente religiosi vuol dire: temere sempre il peccato, tendere alla perfezione, operare per piacere a Dio solo. Santificare il giorno fin dalla levata con l’ubbidienza, con la sommissione alle Maestre, facendo tutte le cose con diligenza ed esercitando una continua mortificazione. Proprietà e semplicità in tutto: semplici come colombe, prudenti come serpenti. Seminate la giornata di opere buone, senza affanni, con umiltà: santificate la giornata. Prendete in bene gli avvisi del confessore e delle Maestre, umili e diligenti negli uffici, modeste in ricreazione, fervorose nelle pratiche di pietà, diligenti nelle opere quotidiane: tutto per amor di Dio e per la sua maggior gloria. Questa è la carità, questo è amor di Dio. Gesù desidera vedere in noi un cuore pronto, obbediente, umile, mortificato, generoso per poi poterci dare un bel paradiso. Vivete fra le due ringhiere: l’amore e il timore; camminate senz’affanni, seminando opere buone. Il Signore vi benedirà e vi preparerà il premio eterno.
Beato Giacomo Alberione