Paolo deve anzitutto far brillare agli occhi dei suoi fedeli la luce di Cristo risorto che lo ha illuminato fino ad accecarlo, per poi guarirlo, mostrandogli che egli, Gesù, era il Messia, il salvatore, Figlio di Dio, ormai signore di tutto l’universo creato. E questo Gesù, che Epafra aveva annunciato a Colosse, Paolo lo ha ripresentato e quasi condensato nel celebre inno cristologico (Col 1,15-20) agli inizi della sua lettera.
In secondo luogo, l’esperienza giovanile aveva fatto di Paolo un ebreo non solo osservante, ma anche entusiasta della Legge di Dio e in ciò superava tutti i suoi coetanei, come egli stesso confessa (Gal 1,14). Dopo l’incontro con Cristo egli dovette rileggersi tutta la Scrittura, che noi chiamiamo Antico Testamento e così, alla luce di Cristo, comprese che eventi, personaggi e precetti assumevano un senso particolare: egli ha definito questo aspetto come un’ombra proiettata da un oggetto, un edificio, un monte… insomma da qualcosa di cui si poteva vedere solo l’ombra, non la realtà che la proiettava. Paolo aveva scoperto che questa realtà era il Cristo Gesù che gli era apparso e che si era identificato con il gruppo dei suoi seguaci, cioè con la Chiesa, che egli poi definirà come “corpo di Cristo”.
Tutto quello che Paolo aveva imparato e vissuto nella religione ebraica, per tanti aspetti, era un’ombra: ora c’era la realtà, l’Inviato di Dio, la sua parola, la sua vita e soprattutto la sua morte e risurrezione, a illuminare la nostra vita, c’era la sua grazia che trasforma l’uomo in figlio di Dio, assomigliandolo al Cristo. E alla luce di Cristo Paolo comprese meglio anche… l’ombra, cioè l’Antico Testamento, come mostra soprattutto la lettera ai Romani.
Ora Paolo è alle prese con chi crede ancora alle ombre. Si tratta di qualche cristiano, probabilmente di origine ebraica, il quale vuole persuadere i cristiani di Colosse che insieme a Cristo vi sono altri esseri nell’universo che si devono venerare con pratiche religiose in uso presso gli ebrei, per arrivare alla salvezza.
In questi versetti senza disprezzare le pratiche religiose qui richiamate, Paolo cerca di far vedere che sono inutili, superate, che non hanno più senso. Egli vede in tutto ciò soprattutto una svalutazione di Cristo, come se la sua opera non fosse sufficiente per la salvezza dell’uomo e di tutti gli uomini; certi fedeli di Colosse si sono lasciati attirare da falsi maestri perché non hanno ancora ben compreso chi sia Cristo: se l’opera del Figlio di Dio, onnipotente e infinitamente misericordioso come il Padre, non è più che sufficiente a salvare l’uomo, niente potrà salvarlo, non certo qualche mortificazione corporale o qualche pratica religiosa fatta dall’uomo. è un’idea, questa, che distrugge la fede cristiana, la fede appunto in Cristo, unico salvatore di tutti, predicata dagli apostoli fin dalla pentecoste a Gerusalemme.
Paolo comprende che l’uomo si illude, come egli si era illuso, di salvarsi facendo qualcosa da offrire a Dio per avere in cambio la salvezza; ma ciò che ci salva non è quello che noi facciamo per Dio, ma quello che Dio ha fatto per noi mediante il suo figlio Gesù Cristo: questa è la fede cristiana. Noi possiamo solo rispondere al suo amore compiendo, con la sua grazia, le opere buone che il dovere e le circostanze della vita chiamano a fare, cominciando dalla propria famiglia.
Tornando alla nostra lettera, vediamo l’altro aspetto dell’errore che Paolo combatte. Le pratiche di culto e di mortificazione, che quei “maestri” inculcavano ai cristiani di Colosse, non erano dirette a Dio o a Cristo, ma ad angeli, a quegli esseri che aveva chiamato Principati e Potestà (2,15), o elementi del mondo (2,8). Paolo indica quelle pratiche religiose: osservare qualche festa annuale, qualche pratica religiosa all’inizio del mese (luna nuova) e nel sabato, giorno di riposo per gli ebrei.
Egli mette in guardia: “Nessuno vi inganni”, anche se vi parla di visioni per attirarvi lontano da Cristo, con il pretesto di onorare degli angeli, chiedendovi cose di poco conto, cioè che non valgono nulla; esse servono a quei maestri solo per vantarsi di avere dei discepoli a loro sottomessi. Paolo parla di “mentalità carnale” nel senso che essi sono mossi da orgoglio con la pretesa di essere loro a indicare la via della salvezza! Ma così si sono staccati dal “corpo” di Cristo: è solo lui che “realizza la crescita delle membra che gli sono unite secondo le giunture e i legamenti” veri (v. 19), cioè mediante la fede annunciata dagli apostoli, le vere guide della Chiesa, e i sacramenti della Chiesa come il battesimo e l’eucaristia.
2) Se siete morti… Se siete risorti… (2,20 - 3,4)
Torna nel discorso di Paolo il ricordo del battesimo che i colossesi hanno ricevuto, ma che sembra non abbiano ben compreso. Come abbiamo già detto, nel battesimo antico l’immersione nell’acqua raffigura la morte del vecchio uomo al mondo e alle sue attrattive, ai vizi e ai peccati, mentre la risurrezione è prefigurata nella emersione dall’acqua battesimale.
“Se siete morti…” (2,20-23): Paolo ricorda vivamente a coloro che danno retta a quei maestri: Voi siete morti al mondo e non solo ai vizi e peccati, ma anche a tutto quello che il mondo crede importante per la salvezza. Per i battezzati solo Cristo è essenziale per la salvezza; tutto il resto (elementi del mondo, angeli, principati e potestà,… ecc.) non vale nulla! Non date retta quindi a chi vi dice: “Non prendere, non mangiare…”, fate questa o quella pratica religiosa in onore degli angeli o di altri esseri… Questi predicatori cercano di impressionarvi con le loro teorie che sembrano buone, come l’astinenza, la mortificazione, l’austerità, ma queste cose non valgono nulla. Alimentano la vana gloria e la compiacenza di sè, sia in chi le impone sia in chi le compie… Esse “saziano la carne”, dice Paolo, con una frase simile a quella che abbiamo letto poco sopra (al n. 1) sulla “mentalità carnale”. Ricordiamo che le parole “carne, carnale” in Paolo non si riferiscono solo al sesso, ma a tutta la persona umana, in quanto non è guidata dallo Spirito di Cristo, per cui è soggetta a tutte le suggestioni della natura che attirano istintivamente all’avere, al potere, al piacere.
“Se dunque siete risorti…” (3,1-4): Paolo, pensando ai fedeli “risorti” li sprona a non dimenticare questo loro nuovo stato: “Cercate… pensate le cose di lassù dov’è Cristo”. Indubbiamente egli non dice di pensare al paradiso nel senso di immaginare e fantasticare inutilmente. Egli intende piuttosto spronarci a fare della vita eternamente felice in Dio il punto di riferimento per la nostra condotta in questa vita, così da arrivare a quella vita, dove sono le cose che rimangono. In questa vita tutto passa; ma se nella nostra vita accogliamo tutto da Dio e lo offriamo a lui che è Padre, allora anche tutto ciò che passa lascia per sempre una traccia di grazia e di felicità in noi suoi figli. E anche chi ci avvicina riceverà la grazia di cui ha bisogno, quanto più la nostra vita sarà “nascosta con Cristo in Dio”, cosa che esternamente non la rende diversa da quella di molti altri.
Anche questa nostra situazione è oggetto di fede, perché noi non ci vediamo come siamo realmente: siamo “nascosti con Cristo in Dio”. Sappiamo che tanti santi hanno non solo creduto, ma anche sofferto per la grande oscurità e tormento interiore, come S. Teresa di Gesù bambino, e anche Madre Teresa di Calcutta. Il Signore ha chiesto a loro anche questa offerta e certamente essa ha ottenuto, a tante altre anime sull’orlo della disperazione, la grazia di recuperare una fiducia rassicurante in Dio. Non dimentichiamo che il Signore fa conto della nostra vita e attende che gliela offriamo così come lui ce la dona, con tutte le sue vicende interiori ed esteriori, affinché ne faccia ciò che vuole, certi che la utilizzerà in maniera meravigliosa.
3) Fate dunque morire le vostre membra terrene… voi eletti, santi, amati (spogliati… e rivestiti), vestitevi…, rivestitevi… (3,5-17)
In questo brano Paolo scende, per così dire, su un piano più pratico, ricordando ai nuovi cristiani ciò che erano prima di avere incontrato Cristo, morto e risorto per tutti, perché tutti ne avevamo bisogno. Tutti infatti abbiamo “membra terrene”; ecco un’altra espressione simile a quelle già incontrate (“mentalità carnale”, “saziare la carne”). Anche questa infatti indica il nostro essere in tutte le sue tendenze naturali istintive. Qui Paolo ricorda in particolare l’avidità di ricchezze che paragona a un idolo, cioè a un dio cui si arriva a sacrificare tutto, e il cattivo uso della parola.
L’ira di Dio, di cui parla Paolo, è certamente quella “escatologica”, o definitiva per chi si abbandona a queste colpe, ma è anche quella che possiamo chiamare “attuale”, non nel senso che al singolo peccato segua una qualche disgrazia, ma soprattutto perché la massa di colpe e peccati provoca situazioni disastrose nella società in cui tutti viviamo. E’ anche vero però che le colpe possono provocare direttamente del male, oltre a quello morale, sia a chi le compie come ad altri, senza particolari interventi di Dio.
L’esortazione alla sincerità nei rapporti vicendevoli esige certamente di non mentire, non dire falsità o ingannare il prossimo; ma riguarda tutto l’agire del cristiano, che è un “uomo nuovo”, rifatto, si può dire, sul modello di Cristo. Paolo usa qui l’immagine delle vesti che si indossano e di cui ci si spoglia. Essa dice poco a noi, anzi ci sembra poco adatta a rappresentare un totale cambiamento che trasforma la persona. Ma qui – come in altri casi – dobbiamo stare attenti al linguaggio e al senso che parole, espressioni e paragoni potevano avere 2000 anni fa in ambiente culturale diverso dal nostro! L’immagine della veste per gli antichi in genere, e anche per gli ebrei, era molto eloquente: le vesti infatti significavano lo “status” della persona, cioè la sua posizione sociale, culturale, economica, religiosa. E si mutavano raramente! Il cristiano rivestito di Cristo deve manifestare stabilmente questa nuova condizione.
E poiché tutti i cristiani rivestono Cristo, non devono più contare molto le diverse condizioni in cui essi vivono: tutti i battezzati infatti formano l’unico popolo di Dio che si distinguerà per la somiglianza e l’«imitazione di Cristo», non per altri segni distintivi. Le differenze più evidenti nella società del tempo tenderanno a scomparire, specie la schiavitù, in base alla nuova identità cristiana.
Paolo enumera qui alcune differenze (cfr. anche Gal 3,27-28): 1) greco e giudeo indica la distinzione etnica tra il popolo ebreo e gli altri nel mondo greco-romano; 2) circoncisi e incirconcisi indica gli appartenenti al popolo di Dio rispetto agli altri (distinzione religiosa); 3) barbaro o scita: anche gli sciti erano barbari, e Paolo vuol dire che anche tra i barbari la conversione a Cristo attenua le differenze; 4) schiavo o libero indica la distinzione sociale fondamentale, specie nell’impero romano. Le barriere saranno effettivamente e totalmente abbattute solo quando la medesima grazia di figli di Dio porterà tutti a godere della sua stessa vita eternamente felice.
Per ora, in questa vita, rivestirsi di Cristo significa, in particolare, accogliere in se stessi la medesima compassione che Cristo ha avuto verso tutti noi, morendo per la salvezza di tutti. Questa compassione appare a Paolo la prima espressione della carità, vertice della perfezione cristiana (3,12-14), che avrà tanti modi di esprimersi concretamente, quanti saranno i fratelli bisognosi di sollievo che incontreremo.
Così, quanto più si praticherà la carità e si accoglierà nel cuore la Parola di Cristo, il vangelo, tanto più fiorirà la serenità e la pace che nella comunità diventerà canto di lode e di ringraziamento a Dio Padre, per tanta grazia e gioia (3,15-17).
Per la riflessione personale:
1) I vv. Col 3,15-17 sono tra i più belli scritti da Paolo e perciò da tenere sempre nel cuore (magari da imparare a memoria un po’ alla volta)!
2) Quando indosso e cambio i miei vestiti farò bene a ripensare qualche volta anche al significato che Paolo dà alle parole “spogliatevi… rivestitevi…”, oltre che al mio aspetto (ora si dice il look?).
3) Sono facile a esprimere giudizi e pregiudizi sulle persone, o comunque a mancare nell’uso della lingua, parlando degli altri senza riflettere?
D. Antonio Girlanda ssp
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