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SECONDA LETTERA AI CORINZI

(7)

“La carità di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14).
Dopo le pagine piene di calore e di concitazione dei cc. 1-7 di questa 2a lettera ai Corinzi, con i cc. 8-9 Paolo cambia argomento e tono: ora si occupa della raccolta di offerte per i poveri della comunità di Gerusalemme, da organizzare tra le comunità da lui fondate. Paolo aveva preso questo impegno con Pietro, Giacomo e Giovanni, già al Concilio di Gerusalemme, come egli stesso ricorda nella lettera ai Galati 2,10. La comunità di Gerusalemme soffriva da anni di una grande povertà ed era già stata aiutata, qualche anno prima, dalla comunità di Antiochia per opera di Paolo e Barnaba (cfr. Atti 11,27-30). Certo, Paolo non poteva chiedere offerte subito alle comunità appena fondate, perciò deve avere atteso qualche tempo affinché crescessero nella fede e nel senso di appartenenza all’unica famiglia della Chiesa. Leggiamo questa sua esortazione alla beneficenza, dividendola in tre brani: 1) 8,1-15: Gesù da ricco che era si è fatto povero per voi (8,9). 2) 8,16-24: Comportarsi bene dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini (8,21). 3) 9,1-15: Dio ama chi dona con gioia (9,7).

1) Gesù “da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi dalla sua povertà” (8,9).

Anche qui notiamo che Paolo ama esprimersi per contrapposizioni. Così rende più incisivo il suo pensiero che si fissa più facilmente nella mente e nel cuore dei suoi fedeli e diventa fermento di vita. Nei cc. 8 e 9 Paolo parla dunque della “colletta”, come si diceva più abitualmente un tempo, a favore dei fratelli di Gerusalemme. Questa parola, “colletta”, che significa “raccolta”, è entrata da tanti secoli anche nella celebrazione dell’Eucaristia, per indicare la preghiera, l’oremus, che il sacerdote recita all’inizio e che “raccoglie” sentimenti e desideri dei fedeli, legati alla festa celebrata. È interessante notare che Paolo, in questi capitoli, non usa mai la parola greca corrispondente a “raccolta”; egli usa, invece, tutta una

serie di parole che esprimono il senso e il valore cristiano di questo gesto: lo chiama grazia (di Dio), servizio, abbondanza (di beni), benedizione, opera di benevolenza, servizio sacro (liturgia), comunione. Evidentemente, per Paolo, non si trattava di dare qualcosa ai poveri solo per un po’ di compassione; era importante invece, e lo è sempre, riflettere su questo gesto per compierlo in una visione cristiana. Egli chiama i fratelli cristiani di Gerusalemme “i santi” (8,4), come fa anche con i cristiani delle sue comunità (vedi in questa lettera 1,1, e in 1Cor 1,1-2). Coloro che hanno creduto nel Signore Gesù e hanno ricevuto il battesimo sono consacrati a Dio, sono “santi” nel senso originario della parola, cioè “separati” dagli altri, non perché debbano vivere isolati, ma perché appartengono a Dio e sono chiamati a vivere come figli di Dio che hanno in Gesù Cristo il loro maestro e il loro modello. Certo, Paolo ha una considerazione particolare per i “santi” di Gerusalemme: si tratta di figli d’Israele, come è anche lui, appartenenti al popolo di Dio, i primi che hanno ascoltato e accolto la parola di Gesù e hanno creduto in lui come Figlio di Dio e Salvatore. Essi formano la prima comunità cristiana, la chiesa-madre, dalla quale sono partiti gli apostoli e i discepoli di Gesù come annunciatori del suo vangelo, facendo sorgere altre comunità cristiane. Ora quella prima comunità si trovava in grande povertà. Qualcuno ha pensato che l’entusiasmo dei primi cristiani nel mettere insieme quanto possedevano per aiutare i bisognosi – come ricordano gli Atti 2,44-45 e 4,32-37 – abbia portato i suoi responsabili ad amministrare questi beni in modo alquanto ingenuo, ritrovandosi a un certo punto senza più nulla da condividere! In realtà, anche nella prima comunità, aiutare i poveri era un gesto libero che ciascuno compiva secondo le sue possibilità; ma la povertà doveva dipendere anche dal fatto che coloro che si convertivano a Cristo erano osteggiati dai giudei e allontanati dalle sinagoghe senza avere più quell’aiuto che queste organizzavano per i loro poveri. Crescendo i membri e aumentando coloro che avevano bisogno di assistenza, la comunità cominciò a trovarsi in difficoltà, senza dire che vi erano state anche delle carestie, cioè delle annate di raccolti molto scarsi che contribuivano ad aumentare… gli affamati!
Comunque sia, Paolo si dà da fare per organizzare questa raccolta di offerte e comincia a stimolare i suoi corinzi a portare a termine l’iniziativa di cui si parlava già da tempo. Ora egli si trova nella Macedonia (a Filippi o a Tessalonica) dove si è incontrato con Tito che veniva da Corinto con buone notizie circa la pacificazione della comunità. Paolo quindi prende l’occasione per accennare subito all’entusiasmo dei fratelli della Macedonia per l’iniziativa, nonostante che anche loro fossero poveri: essi, dice Paolo, si sono offerti, cioè si sono messi a disposizione del Signore e del suo apostolo, per dare ciò che potevano (8,5). Paolo incensa… un po’ i suoi corinzi, dicendo che loro sono i primi in tutto (8,7)! Cerchino quindi di trovarsi pronti a unirsi ai fratelli macedoni, quando passeranno con le loro offerte da portare a Gerusalemme. E qui Paolo, con un colpo d’ala, invita i suoi figli a contemplare il modello sublime di Gesù il quale “da ricco che era si è fatto povero, per arricchire voi con la sua povertà” (8,9). Paolo sintetizza il mistero dell’Incarnazione sotto l’aspetto dell’amore che si fa povero per arricchire chi è nell’estrema indigenza, che qui è l’incapacità di salvarsi, una situazione nella quale ci ritroviamo tutti senza eccezione. La ricchezza di cui Gesù si spoglia è lo splendore del suo essere Figlio di Dio per vivere tra noi da semplice uomo e nella condizione dei poveri che devono lavorare per mantenersi. Così, con la sua vita povera e poi con la sua morte e risurrezione, ci merita la grazia di diventare figli di Dio: è questa la vera ricchezza che egli ci dona. Paolo invita i suoi fedeli provenienti dal paganesimo a considerare questa situazione: essi che hanno ricevuto tanta “ricchezza” devono sentire il dovere e la gioia della riconoscenza verso coloro dai quali l’hanno ricevuta. Certo, non c’è donazione che possa ripagarla, ma è importante sentire di dover ricambiare almeno in parte il dono ricevuto, data la situazione di bisogno che si è creata. Paolo dice bonariamente che non intende “spogliare” i corinzi e ridurli all’indigenza per sostenere i poveri di Gerusalemme, ma li stimola a dare ciò che possono a questi fratelli affinché ci sia un po’ di eguaglianza nella famiglia di Dio che è la Chiesa, formata dall’insieme di tutte le comunità cristiane. La primitiva comunità, descritta negli Atti, rimane un ideale, ma tale ideale dovrà restare sempre vivo in tutti i seguaci di Gesù, come singoli e come comunità, così da sentirsi sempre provocati, in ogni epoca e in ogni ambiente, dalla situazione di fratelli che letteralmente muoiono di fame e di abbandono nelle malattie (come avviene oggi in varie parti del mondo), utilizzando i modi e le vie per soccorrerli secondo le proprie possibilità.

2) 8,16-24: “Comportarsi bene non solo dinanzi a Dio, ma anche dinanzi agli uomini” (8,21).

A questo punto della sua esortazione Paolo si preoccupa di un aspetto particolare, e anche un po’ personale, della questione. Dicevamo che Paolo scrive questa lettera dalla Macedonia in cui aveva potuto finalmente incontrare il suo discepolo Tito, il quale, oltre ad avere portato la pace nella comunità di Corinto, aveva anche ripreso il discorso dell’aiuto ai poveri di Gerusalemme, di cui Paolo dice che “già dallo scorso anno” si era cominciato a parlare (8,10). Forse Paolo ora pensa a coloro che cercavano di ostacolarlo nella sua missione di apostolo e deve essergli arrivata all’orecchio qualche loro insinuazione: Paolo, si diceva, con la scusa della colletta maneggia una discreta quantità di danaro… e non si sa come lo faccia! Paolo era molto geloso della sua “riputazione” su questo punto: aveva detto apertamente che rinunciava a qualunque compenso per il suo ministero nelle comunità – pur lecito e accettato da altri apostoli – perché provvedeva a se stesso e ai suoi collaboratori lavorando con le sue mani (cfr. 1Cor 9,12-19). Qui risponde a qualche insinuazione (8,20). Anzitutto ricorda che Tito aveva già ripreso il discorso sulla raccolta delle offerte e ora dice che manderà ancora Tito a compiere l’opera insieme ad altri due fratelli di cui non fa il nome; di uno dice che è lodato in tutte le chiese a motivo del vangelo, e molti pensano che si tratti di Luca che seguiva Paolo nelle sue missioni e che forse raccoglieva già il materiale per un racconto sulla vita e l’insegnamento di Gesù, cioè per scrivere un vangelo.
Ma può trattarsi anche di altri collaboratori di Paolo; egli quindi non vuole neppure interessarsi direttamente della raccolta concreta delle offerte, ma esorta solo a compiere quest’opera preziosa agli occhi di Dio. E poi si spiega chiaramente: “Abbiamo stabilito così perché nessuno ci possa biasimare riguardo a questa raccolta a cui noi prestiamo l’opera nostra” (8,20). Paolo continua poi con la frase riportata come titolo di questo punto: egli si preoccupa di compiere il bene non solo dinanzi a Dio, ma anche dinanzi agli uomini! Egli non teme di presentarsi come “esempio” ai suoi cristiani (cfr. 1Cor 11,1: “Imitate me come io imito Cristo”). Egli non diceva certo queste parole per vanità, ma perché sentiva dentro di sé il dovere, come apostolo di Cristo, di vivere in modo da potersi presentare quale esempio ai suoi fedeli. E questo devono tener presente anche tutti i sacerdoti e persone consacrate, perché i fedeli ci guardano e lodano o si scandalizzano, secondo che ci vedono agire in conformità o in contrasto col vangelo! Nel mondo dei media in cui viviamo “l’apparire” è altrettanto importante che “l’essere”. Se Dio vede il cuore e le intenzioni, la gente, fedeli e non, vedono ciò che appare di noi. Certamente Paolo non intende favorire l’ipocrisia, ma sente e dice che chi ha la missione di annunciare Gesù e il suo vangelo deve godere di buona riputazione anche presso i non credenti oltre che presso i fedeli (cfr. 1Tim 3,7).

3) 9,1-15: “Dio ama chi dona con gioia” (9,7). Iniziando il cap. 9,

Paolo si riallaccia a quanto aveva già detto sull’invio di alcuni fratelli per portare a termine la raccolta delle offerte e trova ancora modo di elogiare i suoi corinzi, e di pregarli di non smentire l’elogio che egli fa di loro alle altre comunità, come in quelle di Macedonia presso le quali ora si trova. Si nota con meraviglia che la comunità di Corinto, di cui Paolo si vanta sia con Tito sia con i cristiani di Macedonia, è stata in realtà la comunità che più l’ha fatto soffrire e l’ha preoccupato, quella che gli ha fatto temere persino di poter essere rifiutato come padre! Paolo anche in questo si mostra autentico imitatore di Cristo che ha chiesto perdono per chi lo crocifiggeva (“Padre, perdona loro”; Lc 23,34). Paolo dirà: “Vincete il male col bene” (Rom 12,21). È qui che, raccomandando ai corinzi di essere generosi perché il Signore gradirà e ricompenserà la loro generosità, Paolo ci ricorda che il Signore ama chi dona con gioia, e cioè che il bene bisogna farlo con gioia (9,7; cfr. Rom 12,8), non come qualcosa di penoso cui ci si sente costretti. Ogni opera di bene, non solo la beneficenza, è come un’offerta, un dono che si fa a Dio e deve renderci gioiosi di poterlo fare. E questo dovremmo tenerlo sempre presente in ogni circostanza, anche in quelle che comportano fatica, pazienza, sofferenza… Offrire a Dio qualcosa – a lui che ci ha donato tutto e che ci donerà la sua stessa vita e gioia eterna – alimenta la gioia e la serenità interiore che si riflette poi in qualche modo anche all’esterno. La vera gioia ha come fondamento un convinto atto di fede nel Dio che è padre e vuole la gioia e la felicità dei suoi figli, quali che siano le vie per cui ci conduce. Intanto Paolo conclude la sua esortazione (9,10-15) raccogliendo le sfaccettature cristiane del soccorso dato ai fratelli poveri: anzitutto esso porta sollievo e speranza a chi è nel bisogno; provoca nella comunità lode e ringraziamento a Dio; mostra in coloro che soccorrono le necessità dei fratelli una vera obbedienza al comando dell’amore fraterno, cuore del vangelo; genera comunione tra i fratelli e le comunità che offrono e quelle che ricevono; provoca conoscenza e affetto reciproco; si manifesta così la coscienza delle comunità di formare insieme l’unica Chiesa di Gesù. Tutto questo vale più della quantità di ciò che si può offrire, però ci vuole anche il gesto concreto per sentirsi tutti insieme famiglia di Dio, al di sopra di ogni differenza. Cristo, salvatore di tutti, fa di tutti i suoi discepoli altrettanti fratelli suoi e fratelli tra loro, perché tutti figli del Padre che è nei cieli. Gesù, il Maestro ci ha lasciato il suo “comandamento nuovo”: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”(Gv 13,34). E Paolo valorizza la parola di Gesù anche per gesti molto semplici di carità; egli infatti intende richiamare il senso profondo che racchiude ogni atto di vero amore ai fratelli e invita a prenderne coscienza, perché li compiamo e ravviviamo così la fede nella nostra appartenenza alla famiglia di Dio e la gioia che essa genera in noi e nei fratelli da noi aiutati.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Anzitutto leggere i cc. 8-9 della lettera e poi leggere il singolo brano prima della presentazione che qui ne abbiamo fatto.

2) Per questa volta, mi sembra che in ciascun brano siano proposte delle riflessioni personali, per cui non è il caso di indicarne altre.

D. Antonio Girlanda ssp

 

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