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LETTERA AI COLOSSESI
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Apriamo ora la lettera ai cristiani di Colosse. Come in tutte le lettere paoline, anche in questa Paolo inizia con una preghiera di lode e di ringraziamento a Dio per la vita, anzi per l’esistenza stessa della comunità cristiana alla quale scrive, anche se poi deve correggere i fedeli precisando qualche punto della fede o richiamarli a una condotta più conforme al vangelo che egli ha annunciato a loro. Per Paolo è importante anzitutto il fatto che i fedeli che formano la comunità abbiano accolto Gesù Cristo, crocifisso e risorto, come il Figlio di Dio e il Salvatore dell’uomo; la “educazione” alla vita cristiana richiederà il suo tempo, come ogni educazione, ma il fondamento della fede è la cosa essenziale: su di esso si potrà sempre costruire, anche correggendo idee e deviazioni. La Prima lettera ai Corinzi ce ne offre una buona casistica e proprio in questa lettera, come abbiamo visto a suo tempo, Paolo dice ai corinzi che sono ancora come fanciulli che devono crescere nella fede e nel comportamento (1Cor 3,1-3). 1) “Noi ringraziamo Dio per la vostra fede…, per la vostra carità verso i santi…, a motivo della speranza…” (1,3-5) Così Paolo, dopo i saluti iniziali, comincia a scrivere ai cristiani di Colosse, assicurando la sua preghiera, conoscendo bene la loro situazione: ripete tre volte in pochi versetti (1,4.8.9) di essere stato informato sulla loro comunità dal carissimo Epafra; e la sua preghiera va dal ringraziamento (1,3-8) alla supplica (1,9-11), per ritornare poi al ringraziamento (1,12-14) che introduce al grande “inno cristologico” (1,15-20). Paolo ringrazia Dio per la vita cristiana della chiesa di Colosse, che si esprime nella accoglienza del vangelo di Gesù, “parola di verità”, e nella pratica delle “tre virtù teologali”. Fin dalla sua prima lettera, (1Ts 1,2-3) egli parlava di queste tre virtù in blocco, senza dare alcuna spiegazione, come di una realtà già ben conosciuta dai fedeli. Esse devono andare sempre insieme, come gli elementi fondamentali che condizionano la vita cristiana; se ne mancasse qualcuna non si potrebbe |
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più parlare di cristianesimo. Notiamo che, sia nella 1Ts sia in questa ai Colossesi, Paolo cambia l’ordine abituale con cui noi le elenchiamo. Paolo scrive: fede…, carità…, speranza…, mentre nel celebre inno alla carità di 1Cor 13,13 le elenca nell’ordine solito: fede, speranza, carità. Non è che l’ordine sia molto importante, dato che tutte tre sono indispensabili; ma Paolo aveva qualche motivo per invertire l’ordine tra speranza e carità. E lo comprendiamo tenendo presente, come dice lui, che l’esercizio della fede e della carità è tutto proiettato verso “la speranza che ci è riservata in cielo”. Ciò che la speranza ci garantisce è il punto d’arrivo di tutta la vita cristiana: di ciò che crediamo e di tutta la carità che pratichiamo verso il nostro prossimo. Inoltre, la certezza della perfetta ed eterna felicità rende più serena, in qualunque circostanza, la nostra vita, per cui “non siamo mai come coloro che non hanno speranza” (1Ts 4,13): c’è un fine, uno scopo da raggiungere nella nostra vita e da raggiungere insieme, come Chiesa, cioè come famiglia di Dio, che ci attende a casa come figli suoi amatissimi. Forse può meravigliarci il fatto che, nominando la carità, Paolo ricordi solo l’amore “verso tutti i santi” (1,4) e non parli dell’amore verso Dio. Anche altrove Paolo dà questa impressione, prospettando la carità, in tutte le sue espressioni, come la virtù tipica che esprime il rapporto cristiano verso il prossimo, quale viene descritta, anzi esaltata e cantata nell’inno di 1Cor 13. Sembra che per Paolo sia “difficile” pensare, parlare e realizzare un amore autentico verso Dio: se la carità è dono di sé nelle sue varie espressioni di condivisione (del proprio tempo, capacità, mezzi concreti, ecc.) avvertiamo subito che a Dio non possiamo donare nulla. E in realtà per Paolo l’atteggiamento tipico e del tutto proprio, si potrebbe dire corretto, della creatura umana verso Dio, è quello della fede, cioè quello dell’apertura ad accogliere tutto ciò che Dio Padre ci vuole donare e di cui abbiamo bisogno, cominciando dalla “verità” su di lui, su di noi e la nostra condizione, per arrivare a godere pienamente di Dio in una vita di eterna felicità insieme a tutti gli altri fratelli nostri. Il nostro rapporto con Dio sarà sempre quello di chi accoglie la sua Parola, che, a un certo punto della nostra storia, si è fatta carne (Gv 1,14) in Gesù Cristo, vissuto tra noi, parlando il nostro linguaggio umano. 2) “Non tralasciamo di pregare per voi e di chiedere…” (1,9). La seconda parte della preghiera di Paolo (1,9-11) è, come si vede, “impetratoria”, di domanda per i suoi colossesi. Egli prega per chiedere che essi: a) possano conoscere la volontà di Dio; b) sappiano come comportarsi in maniera degna del Signore; c) possano sopportare tutto con perseveranza e magnanimità. Paolo è concreto nel suo sguardo sulla vita dei fedeli: egli sa che non tutto è, né può essere, precisato, indicato, comandato…; in tante situazioni siamo chiamati a decidere personalmente, nelle circostanze in cui viviamo concretamente, riflettendo che cosa sia opportuno fare, come persone, come cristiani, come impegnati professionalmente, come responsabili nella nostra situazione familiare… È vero che egli dà delle indicazioni sul comportamento cristiano, come farà anche in questa lettera, nei cc. 3-4. Ma egli stesso ha sperimentato come a volte i suoi progetti siano andati all’aria perché “lo Spirito non lo permise” (cfr. At 16,6-7). Non sappiamo esattamente a quali inconvenienti qui si riferisca; ma nella impossibilità concreta di realizzare un progetto, giudicato buono e opportuno, Paolo ci vedeva la mano di Dio che intendeva dirigerlo altrove. E così prega affinché i colossesi, comunità e singoli, sappiano riconoscere ciò che vuole il Signore per il loro bene e per la maggiore diffusione del vangelo e quindi della verità e della grazia che salva. Questo renderà la loro vita cristiana “feconda di frutti in ogni genere di opera buona”: per Paolo la vita cristiana è come un albero pieno di linfa vitale che per natura sua produce frutti, come ricorda in Gal 5,22ss, dove parla del “frutto” molteplice dello Spirito, cioè dell’uomo innestato in Cristo e animato dallo Spirito. Non sempre ciò che appare più opportuno è anche più giusto e degno del Signore, cioè degno di un cristiano; e quindi talvolta bisogna scegliere ciò che è più faticoso, meno redditizio e che procura sofferenza. Ed ecco la preghiera anche per avere la grazia della fortezza, per sopportare e perseverare. E allora la grazia diviene potenza nella quale si manifesta la gloria di Dio in povere e deboli creature umane che resistono anche fino al martirio, provocando la meraviglia per la forza dello Spirito che appare quasi visibilmente in loro. Paolo sa che è possibile entusiasmarsi ascoltando un apostolo parlare con convinzione e passione di Gesù dei suoi insegnamenti, dei suoi miracoli, del suo modo di incontrarsi con le persone, sia con quelle che credevano in lui sia con quelle ostili a lui; ma la vita chiede costanza e perseveranza nelle scelte fatte, perché arriva per ogni seguace di Gesù il tempo in cui mantenere la fede provocherà derisione ed emarginazione, susciterà ostilità, richiederà sacrificio. Abbiamo letto nella 2Cor la “via crucis” di Paolo, cioè che cosa gli costava la sua fedeltà a Cristo. Ma sa che questa fedeltà costa a ogni seguace di Gesù, non solo agli apostoli: “Chiunque vuole vivere piamente in Cristo, subirà qualche persecuzione”, come scriverà al carissimo discepolo Timoteo (2Tim 3,12), nell’ultima lettera dalla prigionia, quando di fronte a sé avrà solo la prospettiva del martirio per la sua fedeltà a Cristo. 3) “Ringraziando con gioia il Padre…” (1,12-14). Al termine della sua preghiera Paolo ritorna sul motivo del ringraziamento. Non si può rievocare ciò che Dio ha progettato e realizzato mediante il Figlio per la nostra salvezza, senza tornare con spontaneità a ringraziare. Chi ha scoperto la realtà di Gesù e attraverso di lui il volto di Dio Padre, come è avvenuto per Paolo, ha veramente la sensazione di essere passato dalle tenebre alla luce, da una vita piena di illusioni alla straordinaria realtà che ci è stata preparata da chi può realmente e pienamente soddisfare la ricerca di senso e di felicità per la nostra vita, cioè da Dio Padre. Egli infatti ha provveduto a liberarci da ciò che ci separava e allontanava da lui, donandoci attraverso il Figlio il perdono dei peccati, e ci ha reso capaci di “partecipare all’eredità dei santi” cioè a quei beni che egli ha preparato per i suoi figli. E se Dio è padre e quindi vuole e realizza questo per noi, vedendo in noi dei figli, davvero “nulla potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù” come proclama trionfalmente Paolo scrivendo ai Romani (Rm 8,39). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Paolo ha trovato in Epafra un collaboratore che non solo l’ha aiutato, ma che l’ha addirittura sostituito fondando le comunità di Colosse, e anche quelle di Gerapoli e Laodicea. Mi sento capace di collaborare, anche in ruoli secondari, certa che ogni opera, offerta a Gesù con impegno, generosità e amore, non è mai secondaria e ottiene sempre risultati importanti nella Chiesa? 2) Oltre a esaminarmi su eventuali mancanze alla fine della giornata, sono capace di fermarmi su quanto mi è accaduto e ho vissuto, cercando di vedere la mia vita non fatta di cose e occupazioni insignificanti, ma di circostanze in cui Gesù mi viene incontro, chiamandomi ad attivare la mia fede? (questa non deve ridursi a recitare l’atto di fede mattino e sera, né emergere solo in circostanze eccezionali). 3) Vivendo la mia vita di fede, carità e speranza, sento in me della tristezza pensando a quanti figli di Dio non l’hanno ancora scoperto o se ne sono allontanati? Mi sento quindi impegnata a pregare e offrire la mia giornata e la mia vita anche con questa finalità “missionaria”? D. Antonio Girlanda ssp |