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COME IL LIEVITO,
COSÌ LA VOSTRA VITA

 

Riportiamo due omelie di Benedetto XVI: la prima tenuta nella Basilica Vaticana il 2 febbraio, in occasione della XI Giornata Mondiale della Vita Consacrata; la seconda nella Sala Clementina il 3 febbraio, in occasione della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari. I consacrati testimoniano che solo Dio sazia completamente il cuore dell’uomo.

Cari fratelli e sorelle, vi incontro volentieri al termine della Celebrazione Eucaristica, che vi ha riuniti in questa Basilica anche quest’anno, in un’occasione tanto significativa per voi che, appartenendo a Congregazioni, Istituti, Società di vita apostolica e Nuove Forme di vita consacrata, costituite una componente particolarmente significativa del Corpo mistico di Cristo. L’odierna liturgia ricorda la Presentazione del Signore al Tempio, festa scelta dal mio venerato predecessore, Giovanni Paolo II, come “Giornata della Vita Consacrata”.

[…] L’odierna ricorrenza è quanto mai opportuna per chiedere insieme al Signore il dono di una sempre più consistente ed incisiva presenza dei religiosi, delle religiose e delle persone consacrate nella Chiesa in cammino sulle strade del mondo. Cari fratelli e sorelle, la festa che oggi celebriamo ci ricorda che la vostra testimonianza evangelica, perché sia veramente efficace, deve scaturire da una risposta senza riserve all’iniziativa di Dio che vi ha consacrati a Sé con uno speciale atto d’amore. Come gli anziani Simeone e Anna erano desiderosi di vedere il Messia prima della loro morte e parlavano di lui “a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (cfr. Lc 2,26.38), così anche in questo nostro tempo è diffuso, soprattutto tra i giovani, il bisogno di incontrare Dio. Coloro che sono scelti da Dio per la vita consacrata fanno proprio in modo definitivo questo anelito spirituale. In essi abita infatti una sola attesa: quella del Regno di Dio. Che Dio regni nelle nostre volontà, nei nostri cuori, nel mondo. In essi brucia un’unica sete d’amore che solo l’Eterno può appagare. Con il loro esempio proclamano a un mondo spesso disorientato, ma in realtà sempre più alla ricerca d’un senso, che Dio è il Signore dell’esistenza, che la sua “grazia val più della vita” (Sal 62,4).
Scegliendo l’obbedienza, la povertà e la castità per il Regno dei cieli, mostrano che ogni attaccamento ed amore alle cose e alle persone è incapace di saziare definitivamente il cuore, che l’esistenza terrena è un’attesa più o meno lunga dell’incontro “faccia a faccia” con lo Sposo divino, attesa da vivere con cuore sempre vigile per essere pronti a riconoscerlo e ad accoglierlo quando verrà. Per natura sua, dunque, la vita consacrata costituisce una risposta a Dio totale e definitiva, incondizionata e appassionata (cfr. Vita consecrata 17). E quando si rinuncia a tutto per seguire Cristo, quando gli si dà ciò che si ha di più caro affrontando ogni sacrificio, allora, come è avvenuto per il Divin Maestro, anche la persona consacrata che ne segue le orme diventa necessariamente “segno di contraddizione”, perché il suo modo di pensare e di vivere è spesso in contrasto con la logica del mondo, come si presenta nei mezzi di comunicazione sociale, quasi sempre. Si sceglie Cristo, anzi ci si lascia “conquistare” da Lui senza riserve. Dinanzi a un simile coraggio, quanta gente assetata di verità resta colpita ed è attratta da chi non esita a dare la vita, la propria vita, per ciò in cui crede. Non è questa la radicale fedeltà evangelica a cui é chiamata, anche in questo nostro tempo, ogni persona consacrata? Rendiamo grazie al Signore perché tanti religiosi e religiose, tante persone consacrate, in ogni angolo della terra, continuano ad offrire una suprema e fedele testimonianza di amore a Dio e ai fratelli, testimonianza che non raramente si tinge del sangue del martirio. Ringraziamo Dio anche perché questi esempi continuano a suscitare nell’animo di molti giovani il desiderio di seguire Cristo per sempre, in modo intimo e totale.
Cari fratelli e sorelle, non dimenticate mai che la vita consacrata è dono divino e che è in primo luogo il Signore a condurla a buon fine secondo i suoi progetti. Questa certezza, che il Signore ci conduce a buon fine nonostante le nostre debolezze, questa certezza deve esservi di conforto, preservandovi dalla tentazione dello scoraggiamento dinanzi alle inevitabili difficoltà della vita e alle molteplici sfide dell’epoca moderna. In effetti, nei tempi difficili che stiamo vivendo non pochi Istituti possono avvertire una sensazione di smarrimento per le debolezze che ritrovano nel loro interno e per i molti ostacoli che incontrano nel portare a compimento la loro missione. Quel Bambino Gesù, che oggi viene presentato al Tempio, è vivo tra noi oggi e in modo invisibile ci sostiene perché cooperiamo fedelmente con Lui all’opera della salvezza e non ci abbandona. L’odierna liturgia è particolarmente suggestiva perché contrassegnata dal simbolo della luce. La solenne processione dei ceri, che avete compiuto all’inizio della celebrazione, sta a indicare Cristo, vera luce del mondo, che risplende nella notte della storia e che illumina ogni cercatore di verità. Cari consacrati e consacrate, ardete di questa fiamma e fatela risplendere con la vostra vita, perché dappertutto brilli un frammento del fulgore irradiato da Gesù, splendore di verità. Dedicandovi esclusivamente a Lui (cfr. Vita consecrata 15), voi testimoniate il fascino della verità di Cristo e la gioia che scaturisce dall’amore per Lui. Nella contemplazione e nell’attività, nella solitudine e nella fraternità, nel servizio ai poveri e agli ultimi, nell’accompagnamento personale e nei moderni areopaghi, siate pronti a proclamare e testimoniare che Dio è Amore, che dolce è amarlo. Maria, la Tota Pulchra, vi insegni a trasmettere agli uomini ed alle donne di oggi questo fascino divino che deve trasparire dalle vostre parole e dalle vostre azioni. Nell’esprimervi il mio grato apprezzamento per il servizio che rendete alla Chiesa, vi assicuro il mio costante ricordo nella preghiera e di cuore tutti vi benedico.

Cari fratelli e sorelle,

sono felice di essere oggi tra voi, membri degli Istituti Secolari, che incontro per la prima volta dopo la mia elezione alla Cattedra dell’Apostolo Pietro. […] Siete convenuti da diversi Paesi, da tutti i Continenti, per celebrare un Simposio internazionale sulla Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia. Sono trascorsi, come è già stato detto, 60 anni da quel 2 febbraio 1947, quando il mio Predecessore Pio XII promulgava tale Costituzione apostolica, dando così una configurazione teologico-giuridica ad un’esperienza preparata nei decenni precedenti, e riconoscendo negli Istituti Secolari uno degli innumerevoli doni con cui lo Spirito Santo accompagna il cammino della Chiesa e la rinnova in tutti i secoli. Quell’atto giuridico non rappresentò il punto di arrivo, quanto piuttosto il punto di partenza di un cammino volto a delineare una nuova forma di consacrazione: quella di fedeli laici e presbiteri diocesani, chiamati a vivere con radicalità evangelica proprio quella secolarità in cui essi sono immersi in forza della condizione esistenziale o del ministero pastorale. Siete qui, oggi, per continuare a tracciare quel percorso iniziato sessant’anni fa, che vi vede sempre più appassionati portatori, in Cristo Gesù, del senso del mondo e della storia. La vostra passione nasce dall’aver scoperto la bellezza di Cristo, del suo modo unico di amare, incontrare, guarire la vita, allietarla, confortarla.

Ed è questa bellezza che le vostre vite vogliono cantare, perché il vostro essere nel mondo sia segno del vostro essere in Cristo. A rendere il vostro inserimento nelle vicende umane luogo teologico è, infatti, il mistero dell’Incarnazione (“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” Gv 3,16). L’opera della salvezza si è compiuta non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini. Osserva al riguardo la Lettera agli Ebrei: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (1,1-2a). Lo stesso atto redentivo è avvenuto nel contesto del tempo e della storia, e si è connotato come obbedienza al disegno di Dio iscritto nell’opera uscita dalle sue mani. È ancora lo stesso testo della Lettera agli Ebrei, testo ispirato, a rilevare: “Dopo aver detto: non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge”, soggiunge: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà” (10,8-9a). Queste parole del Salmo che la Lettera agli Ebrei vede espresse nel dialogo intratrinitario, sono parole del Figlio che dice al Padre: “Ecco io vengo a fare la tua volontà”. E così si realizza l’Incarnazione: “Ecco io vengo a fare la tua volontà”. Il Signore ci coinvolge nelle sue parole che diventano nostre: ecco io vengo con il Signore, con il Figlio, a fare la tua volontà. Viene così delineato con chiarezza il cammino della vostra santificazione: l’adesione oblativa al disegno salvifico manifestato nella Parola rivelata, la solidarietà con la storia, la ricerca della volontà del Signore iscritta nelle vicende umane governate dalla sua provvidenza.
E nello stesso tempo si individuano i caratteri della missione secolare: la testimonianza delle virtù umane, quali “la giustizia, la pace, la gioia” (Rm 14,17), la “bella condotta di vita”, di cui parla Pietro nella sua Prima Lettera (cfr. 2,12) echeggiando la parola del Maestro: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). Fa inoltre parte della missione secolare l’impegno per la costruzione di una società che riconosca nei vari ambiti la dignità della persona e i valori irrinunciabili per la sua piena realizzazione: dalla politica all’economia, dall’educazione all’impegno per la salute pubblica, dalla gestione dei servizi alla ricerca scientifica. Ogni realtà propria e specifica vissuta dal cristiano, il proprio lavoro e i propri concreti interessi, pur conservando la loro relativa consistenza, trovano il loro fine ultimo nell’essere abbracciati dallo stesso scopo per cui il Figlio di Dio è entrato nel mondo. Sentitevi, pertanto, chiamati in causa da ogni dolore, da ogni ingiustizia, così come da ogni ricerca di verità, di bellezza e di bontà, non perché abbiate la soluzione di tutti i problemi, ma perché ogni circostanza in cui l’uomo vive e muore costituisce per voi l’occasione di testimoniare l’opera salvifica di Dio. È questa la vostra missione. La vostra consacrazione evidenzia, da un lato, la particolare grazia che vi viene dallo Spirito per la realizzazione della vocazione, dall’altro, vi impegna ad una totale docilità di mente, di cuore e di volontà al progetto di Dio Padre rivelato in Cristo Gesù, alla cui sequela radicale siete stati chiamati.
Ogni incontro con Cristo chiede un cambiamento profondo di mentalità, ma per alcuni, com’è stato per voi, la richiesta del Signore è particolarmente esigente: lasciare tutto, perché Dio è tutto e sarà tutto nella vostra vita. Non si tratta semplicemente di un diverso modo di rapportarvi a Cristo e di esprimere la vostra adesione a Lui, ma di una scelta di Dio che, in modo stabile, richiede da voi una fiducia assolutamente totale in Lui. Conformare la propria vita a quella di Cristo entrando in queste parole, conformare la propria vita a quella di Cristo attraverso la pratica dei consigli evangelici, è una nota fondamentale e vincolante che, nella sua specificità, richiede impegni e gesti concreti, da “alpinisti dello spirito”, come ebbe a chiamarvi il venerato Papa Paolo VI (Discorso ai partecipanti al I Convegno Internazionale degli Istituti Secolari: Insegnamenti, VIII, 1970, p. 939). Il carattere secolare della vostra consacrazione evidenzia da un lato i mezzi con cui vi adoperate per realizzarla, cioè quelli propri di ogni uomo e donna che vivono in condizioni ordinarie nel mondo, e dall’altro la forma del suo sviluppo, quella cioè di una relazione profonda con i segni del tempo che siete chiamati a discernere, personalmente e comunitariamente, alla luce del Vangelo. Più volte è stato autorevolmente individuato proprio in questo discernimento il vostro carisma, perché possiate essere laboratorio di dialogo con il mondo, quel “laboratorio sperimentale nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo” (Paolo VI, Discorso ai Responsabili generali degli Istituti Secolari: Insegnamenti, XIV, 1976, p. 676). Proprio di qui deriva la persistente attualità del vostro carisma, perché questo discernimento deve avvenire non dal di fuori della realtà, ma dall’interno, attraverso un pieno coinvolgimento. Ciò avviene per mezzo delle relazioni feriali che potete tessere nei rapporti familiari e sociali, nell’attività professionale, nel tessuto della comunità civile ed ecclesiale. L’incontro con Cristo, il porsi alla sua sequela spalanca e urge all’incontro con chiunque, perché se Dio si realizza solo nella comunione trinitaria, anche l’uomo solo nella comunione troverà la sua pienezza.
A voi non è chiesto di istituire particolari forme di vita, di impegno apostolico, di interventi sociali, se non quelli che possono nascere nelle relazioni personali, fonti di ricchezza profetica. Come il lievito che fa fermentare tutta la farina (cfr. Mt 13,33), così sia la vostra vita, a volte silenziosa e nascosta, ma sempre propositiva e incoraggiante, capace di generare speranza. Il luogo del vostro apostolato è perciò tutto l’umano, non solo dentro la comunità cristiana – dove la relazione si sostanzia di ascolto della Parola e di vita sacramentale, da cui attingete per sostenere l’identità battesimale – dico il luogo del vostro apostolato è tutto l’umano, sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell’antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota. Venite da diversi Paesi, diverse sono le situazioni culturali, politiche ed anche religiose in cui vivete, lavorate, invecchiate. In tutte siate cercatori della Verità, dell’umana rivelazione di Dio nella vita. È, lo sappiamo, una strada lunga, il cui presente è inquieto, ma il cui esito è sicuro. Annunciate la bellezza di Dio e della sua creazione. Sull’esempio di Cristo, siate obbedienti all’amore, uomini e donne di mitezza e misericordia, capaci di percorrere le strade del mondo facendo solo del bene. Le vostre siano vite che pongono al centro le Beatitudini, contraddicendo la logica umana, per esprimere un’incondizionata fiducia in Dio che vuole l’uomo felice. La Chiesa ha bisogno anche di voi per dare completezza alla sua missione. Siate seme di santità gettato a piene mani nei solchi della storia. Radicati nell’azione gratuita ed efficace con cui lo Spirito del Signore sta guidando le vicende umane, possiate dare frutti di fede genuina, scrivendo con la vostra vita e con la vostra testimonianza parabole di speranza, scrivendole con le opere suggerite dalla “fantasia della carità” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 50). Con questi auspici, assicurandovi la mia costante preghiera, vi imparto, a sostegno delle vostre iniziative di apostolato e di carità, una speciale Benedizione Apostolica.

Benedetto XVI

 

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