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SECONDA LETTERA AI CORINZI
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Leggiamo il c. 11 di questa appassionata lettera di Paolo. Si tratta di un lungo e drammatico brano autobiografico, che continuerà fino a 12,13. Paolo vi rivela tutta la sua umanità, debole come quella di ogni uomo, ma ravvivata e sostenuta da Cristo che lo ha chiamato e al quale egli ha risposto, offrendo totalmente la sua vita. Paolo sta per esporre quanto ha realizzato per la diffusione del vangelo. Ma vantarsi di ciò che si è e di ciò che si fa come apostoli di Gesù per la salvezza degli uomini, è una stoltezza. Paolo lo sa e lo ha già scritto ai Corinzi (1Cor 15,10: “Non io, ma la grazia di Dio con me”): è Dio infatti che opera perché solo lui può penetrare nel cuore delle persone per portarvi la sua grazia, anche se vuole la collaborazione di altri uomini e donne: è questa infatti la legge dell’incarnazione, inaugurata dallo stesso Figlio di Dio, fattosi uomo per vivere e comunicare visibilmente con noi, come uomo, e donarci così la salvezza, la grazia che ha la sua fonte in Dio. Ma, poiché gli avversari di Paolo mettevano avanti le loro benemerenze e titoli, anch’egli è costretto a fare altrettanto, per disincantare i suoi fedeli dalle attrattive, dal fascino che, a quanto pare, esercitavano su di essi quei suoi avversari. E Paolo lo fa alternando momenti di forte passione per la sua missione con momenti di bonaria ironia verso i suoi figli, che si ritenevano tanto sapienti e si mostravano tanto ingenui. Il discorso di Paolo è come un torrente in piena, tuttavia possiamo dividere anche questo capitolo in due parti: 1) 11,1-15; 2) 11,16-33. 1) 11,1-15:“Sopportate un po’ di stoltezza da parte mia”. Paolo inizia chiedendo di sopportare la sua follia, perché dice di essere tutto preso da una gelosia divina (v. 2): è disposto a far di tutto per far ragionare i suoi fedeli. Egli è geloso di loro, non certo per tenerli legati a sé. Ricordiamo bene il primo capitolo della 1Cor, dove Paolo rimprovera i fedeli di attaccarsi a questo o quel predicatore, compreso lui stesso (Paolo, Apollo, Cefa/Pietro). Paolo reagisce contro questa tendenza che quasi emarginava Cristo per mettere in primo piano un predicatore, come se le sue parole, la sua eloquenza, |
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fossero la cosa importante per la salvezza! Paolo reagiva vivacemente a questa deformazione, che tendeva a ridurre l’essere seguaci di Cristo a una “dottrina”. Seguire Cristo invece è vita vissuta, che comprende certamente anche una conoscenza vera di Cristo. E non dimentichiamo che Paolo, Apollo e Pietro erano in pieno accordo tra loro su ciò che insegnavano di Gesù. Ora invece, questi nuovi predicatori non solo parlavano diversamente da Paolo, come oratori, ma falsavano il senso della persona e dell’opera di Gesù. Paolo è ironico con i suoi fedeli di Corinto, perché conosce bene quella che potremmo chiamare la “curiosità” tipicamente greca di novità (egli parla del primo venuto, o di uno qualsiasi, al v. 4). È la curiosità che egli aveva già sperimentato ad Atene quando, sentendolo parlare in piazza, alcuni lo hanno invitato a parlare nell’Areopago (una specie di sala pubblica dove si radunava anche il tribunale) e lo hanno ascoltato per un po’; ma poi, quando egli ha accennato a ciò che è proprio della fede cristiana – cioè Cristo e la sua risurrezione dai morti – lo hanno lasciato deridendolo: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta…” (cfr. Atti 17,21 e 17,32). A Corinto i predicatori, giunti dalle comunità della Palestina, sembra che fossero i cosiddetti “giudaizzanti” (come dicevamo nella circolare di febbraio scorso, p. 97). Di fatto, costoro mostravano di ignorare la novità più rivoluzionaria di Cristo: essi infatti volevano imporre a tutti, come necessaria alla salvezza, anche l’osservanza della legge mosaica, come se la persona e l’opera del Figlio di Dio non fossero sufficienti a salvare chiunque crede in lui. Con evidente sarcasmo, Paolo chiama arciapostoli (v. 5) questi giudaizzanti che lo disprezzavano come apostolo, ma soprattutto deformavano la vera fede in Gesù Cristo. Per fare ragionare i suoi corinzi Paolo ricorda a loro anzitutto il suo disinteresse perso nale a testimonianza della sua onestà e lealtà nel compiere la sua missione. 2) 11,16-33: “Ritenetemi pure come un insensato, affinché possa vantarmi anch’io un poco”. Paolo riprende il motivo del “vanto”, sapendo bene che è un discorso insensato di fronte a Dio, ma deve rispondere alle provocazioni degli avversari che cercano di “sviare” i suoi corinzi, tanto sapienti… e così facilmente disponibili a lasciarsi ingannare e anche sfruttare…! Ogni tanto Paolo, in queste pagine, si lascia andare all’ironia… è stato davvero troppo buono e debole con questi suoi figli, rispetto a quei falsi apostoli! Paolo dunque, dicendo di parlare da stolto, mette avanti le sue benemerenze per cui non ha nulla da invidiare a quegli arciapostoli, anzi sa di essere sotto ogni aspetto alla pari e superiore a loro: a) dal punto di vista delle sue origini egli è un giudeo autentico, come loro, non vi sono dubbi: qui Paolo ci mostra la sua “carta di identità” per far capire che conosce perfettamente la religione dei padri e gli annunci dei profeti; b) dal punto di vista del rapporto con Cristo egli è stato personalmente chiamato da Gesù che gli è apparso, lo ha convertito e lo ha inviato a diffondere il suo vangelo di salvezza a tutte le genti; c) dal punto di vista della dedizione alla missione e della testimonianza a Cristo fino alla sopportazione di persecuzioni, prigionie e battiture, nessuno lo può eguagliare, come per l’impegno nel “viaggiare continuamente” per terra e per mare, nonostante tutti i pericoli, le fatiche, la fame, la sete… pur di raggiungere il maggior numero di uomini possibile per annunciare a loro il Cristo. I “40 colpi meno uno” (v. 24), sono quelli della flagellazione, fissati appunto a 40 dalla legge mosaica (cfr. Dt 25,3); gli scribi per timore di oltrepassare il numero legale, facevano fermare gli esecutori al 39° colpo. Oltre a ciò, le comunità cristiane, da poco fondate, essendo ancora molto giovani, tenevano Paolo continuamente preoccupato con tanti problemi per i pericoli di deviazioni dalla vera dottrina e dalla retta condotta; la 1Cor è un esempio dei tanti problemi che sorgevano nelle giovani comunità che vivevano in mezzo ai pagani e che ricorrevano all’apostolo per la soluzione dei loro problemi e dei loro dubbi. RIFLESSIONE PERSONALE 1) Riesco, come persona consacrata, e come donna, a trovarmi in sintonia con Paolo, come apostolo impegnato con Cristo, oppure lo sento piuttosto estraneo a me? Sento vibrare in me un po’ della sua passione apostolica? D. Alberione, precorrendo i tempi, non ha avuto paura di gettare in piena attività apostolica donne e ragazze che Dio gli mandava e, come S. Paolo, le ha valorizzate nella Chiesa. In questa prospettiva, mi fa gioire o soffrire, ciò che succede nella Chiesa? Mi sono interessata, per esempio, all’incontro di Verona della Chiesa italiana? 2) Non pretendo di affrontare le tribolazioni e i pericoli affrontati da Paolo, ma sono capace di accettare, col suo spirito, quello che mi costa l’apostolato che posso fare? Se Gesù mi ha chiamata in un Istituto, in una famiglia religiosa che ha come sua caratteristica la diffusione del vangelo attraverso i media, mi dà certamente la grazia di parteciparvi anzitutto col cuore e lo spirito di Paolo, modello, fondatore e formatore dei suoi figli “finché Cristo sia formato” in loro. 3) Mi sento “figlia” e “sorella” di Paolo, che ha avuto anche lui la sua “annunciazione” da parte di Gesù e vi ha risposto col “sì” di tutta la sua vita? Mi viene spontaneo pregarlo, affidarmi a lui, oltre che a Maria Annunziata, Regina degli Apostoli? Se Paolo è “lontano” dalla mia vita spirituale è necessario che mi avvicini a lui, con lo studio delle sue lettere, ma prima ancora con la meditazione, la preghiera e l’offerta di me stessa che mi mette in sintonia con lui. D. antonio Girlanda ssp |