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SECONDA LETTERA AI CORINZI
(9)

 

Leggiamo il c. 11 di questa appassionata lettera di Paolo. Si tratta di un lungo e drammatico brano autobiografico, che continuerà fino a 12,13. Paolo vi rivela tutta la sua umanità, debole come quella di ogni uomo, ma ravvivata e sostenuta da Cristo che lo ha chiamato e al quale egli ha risposto, offrendo totalmente la sua vita. Paolo sta per esporre quanto ha realizzato per la diffusione del vangelo. Ma vantarsi di ciò che si è e di ciò che si fa come apostoli di Gesù per la salvezza degli uomini, è una stoltezza. Paolo lo sa e lo ha già scritto ai Corinzi (1Cor 15,10: “Non io, ma la grazia di Dio con me”): è Dio infatti che opera perché solo lui può penetrare nel cuore delle persone per portarvi la sua grazia, anche se vuole la collaborazione di altri uomini e donne: è questa infatti la legge dell’incarnazione, inaugurata dallo stesso Figlio di Dio, fattosi uomo per vivere e comunicare visibilmente con noi, come uomo, e donarci così la salvezza, la grazia che ha la sua fonte in Dio. Ma, poiché gli avversari di Paolo mettevano avanti le loro benemerenze e titoli, anch’egli è costretto a fare altrettanto, per disincantare i suoi fedeli dalle attrattive, dal fascino che, a quanto pare, esercitavano su di essi quei suoi avversari. E Paolo lo fa alternando momenti di forte passione per la sua missione con momenti di bonaria ironia verso i suoi figli, che si ritenevano tanto sapienti e si mostravano tanto ingenui. Il discorso di Paolo è come un torrente in piena, tuttavia possiamo dividere anche questo capitolo in due parti:

1) 11,1-15; 2) 11,16-33. 1) 11,1-15:“Sopportate un po’ di stoltezza da parte mia”.

Paolo inizia chiedendo di sopportare la sua follia, perché dice di essere tutto preso da una gelosia divina (v. 2): è disposto a far di tutto per far ragionare i suoi fedeli. Egli è geloso di loro, non certo per tenerli legati a sé. Ricordiamo bene il primo capitolo della 1Cor, dove Paolo rimprovera i fedeli di attaccarsi a questo o quel predicatore, compreso lui stesso (Paolo, Apollo, Cefa/Pietro). Paolo reagisce contro questa tendenza che quasi emarginava Cristo per mettere in primo piano un predicatore, come se le sue parole, la sua eloquenza,

fossero la cosa importante per la salvezza! Paolo reagiva vivacemente a questa deformazione, che tendeva a ridurre l’essere seguaci di Cristo a una “dottrina”. Seguire Cristo invece è vita vissuta, che comprende certamente anche una conoscenza vera di Cristo. E non dimentichiamo che Paolo, Apollo e Pietro erano in pieno accordo tra loro su ciò che insegnavano di Gesù. Ora invece, questi nuovi predicatori non solo parlavano diversamente da Paolo, come oratori, ma falsavano il senso della persona e dell’opera di Gesù. Paolo è ironico con i suoi fedeli di Corinto, perché conosce bene quella che potremmo chiamare la “curiosità” tipicamente greca di novità (egli parla del primo venuto, o di uno qualsiasi, al v. 4). È la curiosità che egli aveva già sperimentato ad Atene quando, sentendolo parlare in piazza, alcuni lo hanno invitato a parlare nell’Areopago (una specie di sala pubblica dove si radunava anche il tribunale) e lo hanno ascoltato per un po’; ma poi, quando egli ha accennato a ciò che è proprio della fede cristiana – cioè Cristo e la sua risurrezione dai morti – lo hanno lasciato deridendolo: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta…” (cfr. Atti 17,21 e 17,32). A Corinto i predicatori, giunti dalle comunità della Palestina, sembra che fossero i cosiddetti “giudaizzanti” (come dicevamo nella circolare di febbraio scorso, p. 97). Di fatto, costoro mostravano di ignorare la novità più rivoluzionaria di Cristo: essi infatti volevano imporre a tutti, come necessaria alla salvezza, anche l’osservanza della legge mosaica, come se la persona e l’opera del Figlio di Dio non fossero sufficienti a salvare chiunque crede in lui. Con evidente sarcasmo, Paolo chiama arciapostoli (v. 5) questi giudaizzanti che lo disprezzavano come apostolo, ma soprattutto deformavano la vera fede in Gesù Cristo. Per fare ragionare i suoi corinzi Paolo ricorda a loro anzitutto il suo disinteresse perso nale a testimonianza della sua onestà e lealtà nel compiere la sua missione.
Non chiede nulla in compenso ai suoi fedeli, diversamente dai suoi avversari che si facevano mantenere dai cristiani della comunità. Ma sembra che anche questo assoluto disinteresse di Paolo sia stato presentato ai corinzi in modo deformato, così da produrre l’effetto contrario a quello inteso da Paolo. Dai vv. 7-11 si capisce che gli avversari di Paolo insinuavano che rifiutare ogni compenso per la predicazione del vangelo – cosa accettata anche da Gesù (cfr. Mt 10,9-10) – diminuisse o svilisse in qualche modo l’apostolo e la sua predicazione, come se ciò fosse il riconoscimento che valevano ben poco! Mentre invece coloro che si facevano mantenere dalla comunità… mostravano quanto fosse preziosa e importante la loro persona e il loro insegnamento! Così si mostravano molto sicuri di sè e illudevano i cristiani i quali davano loro credito e anche li mantenevano! Paolo ricorda ai corinzi che, per le sue necessità, egli ha accettato aiuti materiali offerti spontaneamente, solo dai fratelli macedoni, cioè dai cristiani di Filippi. Nella foga polemica dice, esagerando, di “avere spogliato” quelle comunità (vv. 8-10) pur di non chiedere un centesimo ai fedeli di Corinto, ma non certo perché non li amasse: “lo sa Dio quanto li ami” (v.11); ma non cambierà il suo comportamento, proprio per distinguersi da quei profittatori che ingannavano i suoi figli e pretendevano anche di essere mantenuti. Compiere in modo disinteressato la sua missione apostolica sarebbe apparso alla fine come un elemento a favore dell’autenticità della sua missione. E qui Paolo va giù di brutto, come si dice, accusando i suoi avversari di essere apostoli falsi, fraudolenti, mascherati, dei diavoli travestiti da angeli di luce! (v. 13). Con queste parole Paolo allude forse a un libretto apocrifo, Vita di Adamo, che circolava al suo tempo tra i Giudei, dove si narrava che il diavolo era apparso a Eva una seconda volta, alla fine della sua vita, nelle sembianze di un angelo luminoso, per convincerla ad abbandonare la penitenza che faceva per il suo primo peccato… Paolo aveva già accennato all’inizio del capitolo (11,3), a Eva ingannata dal serpente (è questo l’unico versetto del NT in cui ricorre il nome di Eva).
E aveva paragonato la comunità di Corinto a Eva, perché temeva che si lasciasse ingannare dai falsi apostoli, come Eva si era lasciata ingannare dal serpente. La comunità di Corinto, e ogni comunità, era per lui come la fidanzata di Cristo, affidata in consegna a lui, come al cosiddetto “paraninfo”, l’amico fidato dello sposo che, secondo le usanze del tempo, doveva vigilare e custodire la sposa per consegnarla pura e illibata all’amico sposo il giorno delle nozze. È questa un’immagine usata anche da Giovanni Battista, che si definisce “l’amico dello sposo” che gioisce quando ode la sua voce, perché è segno che sta per arrivare (cfr. Gv 3,29). Paolo richiamerà questa immagine a proposito di tutta la Chiesa: essa, nel suo insieme, è la sposa di Cristo (Ef 5,25). Per questa responsabilità di fronte a Cristo, Paolo si sente pieno della “gelosia divina”. L’immagine della sposa, già usata dai profeti per il popolo ebraico, significava che il rapporto d’Israele con Dio doveva essere simile al rapporto sposo-sposa, per l’amore, la fedeltà, l’obbedienza e la fiducia in lui. Nel NT, è Gesù lo sposo e la Chiesa è la sposa, formata da tutti i credenti in Cristo, a qualunque popolo appartengano.

2) 11,16-33: “Ritenetemi pure come un insensato, affinché possa vantarmi anch’io un poco”.

Paolo riprende il motivo del “vanto”, sapendo bene che è un discorso insensato di fronte a Dio, ma deve rispondere alle provocazioni degli avversari che cercano di “sviare” i suoi corinzi, tanto sapienti… e così facilmente disponibili a lasciarsi ingannare e anche sfruttare…! Ogni tanto Paolo, in queste pagine, si lascia andare all’ironia… è stato davvero troppo buono e debole con questi suoi figli, rispetto a quei falsi apostoli! Paolo dunque, dicendo di parlare da stolto, mette avanti le sue benemerenze per cui non ha nulla da invidiare a quegli arciapostoli, anzi sa di essere sotto ogni aspetto alla pari e superiore a loro: a) dal punto di vista delle sue origini egli è un giudeo autentico, come loro, non vi sono dubbi: qui Paolo ci mostra la sua “carta di identità” per far capire che conosce perfettamente la religione dei padri e gli annunci dei profeti; b) dal punto di vista del rapporto con Cristo egli è stato personalmente chiamato da Gesù che gli è apparso, lo ha convertito e lo ha inviato a diffondere il suo vangelo di salvezza a tutte le genti; c) dal punto di vista della dedizione alla missione e della testimonianza a Cristo fino alla sopportazione di persecuzioni, prigionie e battiture, nessuno lo può eguagliare, come per l’impegno nel “viaggiare continuamente” per terra e per mare, nonostante tutti i pericoli, le fatiche, la fame, la sete… pur di raggiungere il maggior numero di uomini possibile per annunciare a loro il Cristo. I “40 colpi meno uno” (v. 24), sono quelli della flagellazione, fissati appunto a 40 dalla legge mosaica (cfr. Dt 25,3); gli scribi per timore di oltrepassare il numero legale, facevano fermare gli esecutori al 39° colpo. Oltre a ciò, le comunità cristiane, da poco fondate, essendo ancora molto giovani, tenevano Paolo continuamente preoccupato con tanti problemi per i pericoli di deviazioni dalla vera dottrina e dalla retta condotta; la 1Cor è un esempio dei tanti problemi che sorgevano nelle giovani comunità che vivevano in mezzo ai pagani e che ricorrevano all’apostolo per la soluzione dei loro problemi e dei loro dubbi.
Paolo ci ha fatto rivivere, quasi, la sua ”via crucis”, ciò che gli costava l’essere fedele a Cristo e alla missione affidatagli… e ci sembra impossibile che un uomo in queste condizioni potesse dire: “Sovrabbondo di gioia in ogni tribolazione”, come abbiamo letto in questa stessa lettera (7,4). È lo stesso Paolo il primo a riconoscere: “Non io, ma la grazia di Dio con me”, come ricordavamo all’inizio di questo articolo, e questo vale non solo per le conversioni, ma anche per la sua resistenza a tutte le fatiche e sofferenze! Ma Paolo non vuole esaltare se stesso; vuole che i suoi corinzi aprano gli occhi di fronte alla passione dolorosa del loro apostolo: che cosa costa a quegli arciapostoli andare in giro nelle comunità fondate da altri, facendosi mantenere, vantandosi di venire dalla Giudea, forse di avere conosciuto qualche apostolo? Senza dirlo, Paolo invita a fare il confronto: chi è più credibile, anche da un punto di vista umano, lui o i suoi denigratori? Col v. 31 Paolo sembra concludere questa appassionata rievocazione della sua vita, invece vi aggiunge ancora un episodio… un po’ rocambolesco e anche un po’ umoristico! Il fatto è ricordato anche da Luca in Atti 9,23-25.
Trovandosi a Damasco, Paolo parlava di Gesù nelle sinagoghe degli ebrei e questi, irritati, avevano convinto il governatore della città ad arrestare Paolo. Ma qualcuno dei cristiani di Damasco, aveva la casa costruita a ridosso delle mura della città; e da una finestra di questa casa Paolo, dentro una cesta, fu calato all’esterno delle mura con una corda e così potè allontanarsi da Damasco… Le vie della Provvidenza sono imprevedibili: sul “giovane” Paolo Gesù aveva dei progetti a lungo termine da realizzare! Progetti che comportarono anni pieni di quelle attività e sofferenze che Paolo ha appena ricordato e che continueranno fino… al capolinea del martirio a Roma. PER LA

RIFLESSIONE PERSONALE

1) Riesco, come persona consacrata, e come donna, a trovarmi in sintonia con Paolo, come apostolo impegnato con Cristo, oppure lo sento piuttosto estraneo a me? Sento vibrare in me un po’ della sua passione apostolica? D. Alberione, precorrendo i tempi, non ha avuto paura di gettare in piena attività apostolica donne e ragazze che Dio gli mandava e, come S. Paolo, le ha valorizzate nella Chiesa. In questa prospettiva, mi fa gioire o soffrire, ciò che succede nella Chiesa? Mi sono interessata, per esempio, all’incontro di Verona della Chiesa italiana?

2) Non pretendo di affrontare le tribolazioni e i pericoli affrontati da Paolo, ma sono capace di accettare, col suo spirito, quello che mi costa l’apostolato che posso fare? Se Gesù mi ha chiamata in un Istituto, in una famiglia religiosa che ha come sua caratteristica la diffusione del vangelo attraverso i media, mi dà certamente la grazia di parteciparvi anzitutto col cuore e lo spirito di Paolo, modello, fondatore e formatore dei suoi figli “finché Cristo sia formato” in loro.

3) Mi sento “figlia” e “sorella” di Paolo, che ha avuto anche lui la sua “annunciazione” da parte di Gesù e vi ha risposto col “sì” di tutta la sua vita? Mi viene spontaneo pregarlo, affidarmi a lui, oltre che a Maria Annunziata, Regina degli Apostoli? Se Paolo è “lontano” dalla mia vita spirituale è necessario che mi avvicini a lui, con lo studio delle sue lettere, ma prima ancora con la meditazione, la preghiera e l’offerta di me stessa che mi mette in sintonia con lui.

D. antonio Girlanda ssp

 

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