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CRESCERE IN GIOVENTU'

 

Riportiamo due meditazioni: una tratta dal testo Alle Figlie di San Paolo. Spiegazioni delle Costituzioni (1961) pp. 428-430; l’altra dal testo Alle Figlie di San Paolo 1929-1933, vol. II, pp. 261-262. Alberione esorta le sorelle anziane alla pazienza, alla santificazione e all’utilizzo delle forze che il Signore ancora dona. Il tempo è un tesoro da usare bene.

LE SUORE ANZIANE

Tardare a divenire anziane, cioè non mettersi così facilmente nel numero dei vecchi e di sentirsi ormai a riposo. Nella vita religiosa non ci sono pensionati; la pensione è in cielo. Quindi [utilizzare] quel tanto di forze e di attività che ci rimangono. “Cum infirmor tunc potens sum: perché ammalato, sono più potente” (cfr. 2Cor 12,10), perché allora offro anche la sofferenza, compio la volontà di Dio con [il] cuore; perciò posso essere più utile a me e più utile ancora al prossimo. Il Signore Gesù (secondo il nostro modo di pensare, così per esprimerci, perché non corrisponde del tutto all’oggettività delle cose), [con] le sue tre ore di agonia quanto giovò all’umanità! E noi vediamo che la Chiesa dappertutto ce lo rappresenta agonizzante, crocifisso. Quindi, come c’erano da fare sacrifici per reprimere le tendenze e la generosità della gioventù, così [ora] spingere un po’ le nostre forze, quanto è possibile, fin che il Signore ci chiama.

La pienezza dell’età

Alle anziane, se sono veramente anziane: riconoscenza del lavoro che hanno fatto; rispetto

a chi ha già speso la vita santamente ed ha già una ricchezza di meriti; imparare dai loro esempi; curare le loro infermità secondo le necessità. Sono persone che si sono immolate in molte maniere, che hanno portato “pondus diei et aestus: il peso della giornata e il calore” (cfr. Mt 20,12). Che impressione ci fa questo! È vero che prima di morire, il Signore, se ci dà grazia, ci mette nell’umiliazione e nella sofferenza, affinché siamo uniformati a Gesù Cristo, il cui ministeroapostolato gli ha meritato il “crucifigatur” (cfr. Mt 27,23), perché ha combattuto il male e ha predicato il bene. Se noi sappiamo meritarcelo questo! “Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris” [O Signore, che io meriti di portare il manipolo del pianto e del dolore]: questa è la preghiera che facciamo nel vestire i paramenti al mattino per la celebrazione [della Messa]. Che impressione ci fa considerare il nostro padre san Paolo l’ultima volta che è stato in carcere a Roma: “Portami il mantello” (cfr. 2Tm 4,13), e voleva dire che aveva freddo. Povero vecchio! In carcere, non al caldo, letteralmente abbandonato, fuorché da colui a cui scriveva l’ultima sua lettera. Abbandonato da tutti! E lo descrive nella sua lettera: Gli uni se ne sono andati, gli altri hanno avuto vergogna di me... Questi non hanno perseverato, quegli altri mi hanno fatto soffrire... Anche nel dibattito al processo che avevo subìto [nessuno mi ha assistito] (cfr. 2Tm 4,9-16). Ecco la ricompensa! Eppure nelle sue lettere sono nominati una sessantina di amici, di seguaci, di discepoli. Non crediate che il bene sia premiato sulla terra; e guai se lo fosse! Cosa dovremmo aspettarci ancora? Lassù il premio, ed eterno! Quindi [le suore anziane] abbiano pazienza e approfittino e santifichino i loro giorni utilizzando ancora quella rimanenza di forze che il Signore loro dà, ma se le forze sono poche, lo spirito è più vivo. E si può dire che [allora] si cresce in gioventù, verso la giovinezza virile, la pienezza dell’età, la contemplazione di Dio in paradiso. È una gioventù nuova, è quella che vive ogni cristiano, ogni anima fedele in cielo.

MEZZI DI SANTIFICAZIONE

[...] L’uomo è destinato a vivere sempre. Incomincia la sua vita su questa terra, ma per brevi giorni, poi entra nella casa della sua eternità e là questa vita non avrà più fine. Ma il tempo, che è così breve di fronte all’eternità, è la chiave dell’eternità, una chiave che può aprire le porte del cielo e può aprire le porte dell’inferno. Chi usa la chiave secondo la divina volontà apre il cielo; chi usa del tempo invece malamente, apre le porte dell’inferno. Due giovani possono avere gli stessi giorni di vita; due compagni possono sempre andare avanti insieme e nella giovinezza e nella virilità e nella vecchiaia ed anche chiudere i loro giorni nello stesso giorno, ma lo stesso tempo può essere per l’uno la chiave del cielo e per l’altro la chiave dell’inferno. Non importa che siano stati vicini, non importa che abbiano avuto le stesse occupazioni, non importa che siano stati della medesima statura, non importa che abbiano avuto la stessa vocazione, gli stessi giorni di vita: “Unus assumetur, alius relinquetur” [L’uno verrà preso e l’altro rilasciato]. Fra di noi si possono contare quelli che hanno gli stessi anni di vita: uno può essere ricco di meriti e l’altro poverissimo, e un terzo potrebbe anche essere in peccato grave. Il tempo è un tesoro, ma usato bene compra un altro tesoro, il tesoro del cielo. Invece se è usato male, è dissipato, ci rende responsabili davanti a Dio, il tempo diventa la nostra condanna: potevi e non hai fatto. E intanto: “Tempus non erit amplius” [Non vi sarà più indugio], viene la morte, si chiude il tempo, è finito, ciò che è compiuto rimane in eterno.
Se un giovane avesse ricevuto grandi tesori in eredità dal padre suo, trafficando potrebbe moltiplicarli, dissipandoli diverrebbe un disgraziato prodigo. La sera è immagine della morte. Orbene, ogni sera un’anima diligente può numerare le sue azioni, in esse ha messo impegno, ha fatto quanto le fu possibile con gran fervore, rettitudine d’intenzione, precisione. Un tesoro di meriti ha dunque raccolto nella giornata. L’anima negligente invece, riducendosi alla sera a dare uno sguardo alla sua giornata, troverà che vi sono state tante imperfezioni, tante debolezze. Quanto purgatorio ha accumulato! Può anche esservi un’anima cattiva che, giunta a sera, debba dire: “Giornata nera, oggi, guai se mi raggiunge la morte! Giorno perduto, ho sprecato il mio tempo”. Vi sono dei fanciulli morti in tenerissima età che usarono bene del poco tempo e sono santi. Vi sono giovani che hanno fatto similmente: S. Luigi, Savio Domenico, S. Stanislao Kostka, S. Giovanni Berckmans, S. Agnese, ecc. Altri vissero a lungo, ma “Longa vita non semper emendat” [Non sempre una lunga vita corregge i difetti], dice l’Imitazione di Cristo. Usiamo bene del tempo! Il tempo si può sprecare in quattro modi: commettendo dei peccati; perdendolo in cose inutili; facendo il bene malamente; facendo il bene, ma senza retta intenzione, cioè per vanità o fini umani. Per usare invece bene il tempo bisogna: spenderlo in opere buone; queste opere buone compierle santamente, cioè in grazia di Dio, con retta intenzione e con perfezione; avere sempre nelle nostre azioni un grande amore di Dio e con debita penitenza riparare il tempo perduto. [...]

Beato Giacomo Alberione

 

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