Dopo aver riflettuto sulla figura di Maria nella Rivelazione Biblica e sulla comprensione che la Chiesa ha di Lei attraverso i dogmi, vogliamo cercare di capire, per meglio vivere, la presenza della Vergine nella Liturgia.
Ci soffermeremo su due ambiti particolari nei quali si concretizza la lode di Maria da parte della chiesa, in special modo della chiesa d’occidente: la liturgia e la pietà popolare. Tratteremo le festività mariane che costellano l’Anno liturgico (tralasciando quelle che sono state già oggetto della nostra riflessione, come ad esempio l’Assunta, l’Immacolata, etc.) e le forme di pietà popolare mariane più radicate. In questo percorso, cercheremo anzitutto di comprendere a quale titolo Maria è presente nella liturgia della chiesa. Tre le piste prese in esame: il fondamento cristologico, il fondamento biblico e il fondamento ecclesiologico.
Fondamento cristologico
La liturgia non è pura ritualità, ma “in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza” (SC 7). È la presenza sotto il velo dei simboli, dell’opera divina della Redenzione (O. Casel). È Cristo stesso presente nelle azioni liturgiche, in particolare nei sacramenti e soprattutto nell’eucarestia per glorificare perfettamente il Padre e santificare gli uomini (cfr. SC 7). Sulla base di queste affermazioni, è lecito chiedersi: come si inserisce Maria nella liturgia? In che modo si giustifica teologicamente la sua figura e quale apporto offre alla liturgia stessa e ai fedeli che ne celebrano il culto?
Come è noto, la liturgia ha come nucleo la Risurrezione di Gesù Cristo, evento fondante a partire dal quale scaturiscono tutte la altre feste. Come sappiamo tra Gesù e la Madre corre una relazione del tutto speciale, non solo, Ella partecipa in modo singolare e privilegiato a tutti gli eventi salvifici. Al riguardo afferma la Lumen gentium: “La beata Vergine […] per disposizione della Divina Provvidenza fu su questa terra l’alma madre del divino Redentore, compagna generosa del tutto eccezionale, e umile ancella del Signore. Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col Figlio suo morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, […] per restaurare la vita soprannaturale delle anime” (LG 61).
Dai passi mariani del Nuovo Testamento riassunti dal Concilio Vaticano II, risulta evidente che la Vergine è nel cuore del mistero dell’Incarnazione e altresì nel mistero della Redenzione. Con l’incarnazione si determina un “rapporto essenziale, vitale, provvidenziale tra madre e Figlio” (Paolo VI). Infatti “Ella non fu strumento puramente passivo nelle mani di Dio, ma cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede ed obbedienza” (LG 56). Nella Redenzione, la Madre di Gesù è ugualmente associata al mistero pasquale, comprendente la passione-morte-risurrezione del Signore, perché ha sofferto nell’anima la trafittura della spada (Lc 2,34-34). Essa raggiunge il suo culmine presso la croce dove ella “stava” (Gv 19,15) per divina disposizione. Nuova Eva accanto al nuovo Adamo, accolse la redenzione e si unì maternamente al sacrificio di Cristo per la riconciliazione degli uomini (A. Serra).
Si può dire che fin dagli inizi, la chiesa ha avuto coscienza della straordinaria relazione esistente tra Maria e l’opera della redenzione realizzata da Cristo. Nella splendida Omelia sulla Pasqua di Melitone di Sardi, pronunciata verso il 160-170, troviamo scritto: “È lui, che in una Vergine si incarnò […]. È lui l’agnello muto, è lui l’agnello sgozzato, è lui che nacque da Maria, l’agnella pura”. Per tre volte Melitone si riferisce all’incarnazione di Cristo nel seno di una Vergine, come fase di un’unica economia che culmina nella morte e risurrezione. Maria è chiamata con il titolo piuttosto inconsueto di t˜es Kal˜es amnádos, letteralmente “la bella agnella”, che i patrologi del primo millennio interpretano come “una bellezza verginale, immacolata, che congiunge l’Agnella con l’Agnello, non solo nel generarlo, vestendolo delle sue carni, ma nel donarlo al mondo per il sacrificio” (Testi Mariani del Primo Millennio, Vol I).
In modo incisivo e sintetico, una frase di Giovanni Paolo II riassume il motivo fondamentale della presenza di Maria nella liturgia: “Maria è presente nel memoriale – l’azione liturgica – perché fu presente nell’evento salvifico (Angelus del 12.2.1984).
Paolo VI, nella Marialis cultus asserisce che il culto alla Vergine ha radici profonde nella Parola rivelata e trova “la sua ragione ultima nell’insondabile e libera volontà di Dio, il quale, essendo eterna e divina carità, tutto compie secondo un disegno d’amore: egli l’amò e in lei operò grandi cose” (MC 56). Ciò significa che il culto di Maria ha carattere di risposta: non è un’iniziativa degli uomini o della chiesa, ma obbedisce alla volontà divina che operò eventi salvifici in e con Maria.
Mi chiameranno beata
Le parole profetiche di Lc 1,48 costituiscono un’ulteriore traccia e fondamento biblico del culto di Maria. In questo versetto è presente una formula quasi esclusivamente lucana “d’ora in poi” che indica un inizio aperto al futuro. A differenza di Lia, nell’Antico Testamento, che alla nascita di Aser prevede le normali congratulazioni delle donne amiche (“Per mia felicità! Perché le donne mi dicono felice” Gn 30,13), per Maria si tratta di una profezia che riguarda la totalità delle generazioni future. Nella espressione “mi proclameranno beata” si scorge il culmine del favore di Dio (Lc 1,28) e della benedizione di cui è oggetto Maria da parte di Elisabetta. La donna proclama beata la sua giovane parente, perché Dio l’ha resa Madre del Salvatore.
Dagli inizi del Vangelo di Luca spostiamo la nostra attenzione verso l’epilogo della vicenda umana di Gesù. Ai piedi della croce avviene una solenne consegna: “Ecco la tua madre. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,27). Anche questo brano depone a favore di una necessaria relazione con la Madre. All’invito di Gesù, Giovanni risponde con una pronta accoglienza di fede in tutta la ricchezza dei suoi contenuti, con l’accettazione cioè del ruolo materno di Maria, con un legame personale, un amore attivo e un’apertura a lei nel contesto più ampio della vita in Cristo secondo lo Spirito (cosa che avviene nella Pentecoste).
All’udienza generale del 23 novembre 1988, Giovanni Paolo II considera l’atteggiamento di accoglienza da parte del discepolo amato, una condizione indispensabile per tutti i cristiani, in quanto “ha “valore simbolico per ogni discepolo di Cristo […], ogni vita cristiana deve offrire uno “spazio” a Maria, non può non includere la sua presenza. […] In concreto Gesù fonda con quelle sue parole il culto mariano della chiesa, alla quale fa capire, attraverso Giovanni, la sua volontà che Maria riceva da parte di ogni discepolo, di cui ella è madre per istituzione di Gesù stesso, un sincero amore filiale. L’importanza del culto mariano sempre voluto dalla chiesa, si deduce dalle parole pronunciate da Gesù nell’ora stessa della sua morte”.
Su questa linea si muove anche il beato don Giacomo Alberione. Commentando il brano di Gv 19,26-27, diceva alle Pie Discepole: “Il testamento lasciato da Gesù dall’alto della croce […] stabilì fra Maria e Giovanni un legame spirituale molto intimo. […] Se vogliamo, possiamo sostituire il nome di Giovanni con il nostro: “Donna, ecco…”. E Gesù ricorda il nostro nome. Siamo stati fatti figli di Maria. Maria aveva compiuto la sua missione per Gesù […] e allora Gesù le assegna la missione verso di noi, verso tutta la Chiesa, verso ogni anima. Gesù sapeva bene che noi abbiamo bisogno di una Madre, la quale ci guidi per mano, ci custodisca e renda facile quell’osservanza, quel compito, quell’ufficio che ci è stato assegnato, lo renda facile se esso è difficile. E allora sempre guardare la mamma celeste, sempre pregarla” (APD 1961, pag 127).
Fondamento ecclesiologico
La chiesa, nella celebrazione liturgica, “culmine e fonte” della sua vita (SC 10) è unita e come identificata in Maria, Madre di Gesù. Essa non solo ne venera la memoria, ma “in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere” (SC 103). Afferma la Lumen gentium: “La Madre di Dio è figura della chiesa […]. Infatti, nel mistero della chiesa, la quale pure è giustamente chiamata vergine e madre, la beata Vergine Maria è andata innanzi, presentandosi in modo eminente e singolare, quale vergine e madre” (LG 63). In parole semplici possiamo dire che la chiesa è strutturalmente mariana perché quando celebra la liturgia, contiene in sé le caratteristiche essenziali di Colei che è vergine e madre per eccellenza. In questo senso Maria si colloca come typus (tipo) della chiesa.
Maria che precede la chiesa come prototipo, ne diviene al contempo esempio mirabile nella vita di fedeltà al Signore. Per questo i fedeli “innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (LG 65). Infine il Concilio ricorda che la vera devozione – che procede dalla fede e perviene all’imitazione – non deve essere scambiata con “uno sterile sentimentalismo” o con una “vana credulità” (LG 65). Nella storia del cristianesimo, la lode di Maria trova il suo luogo più adeguato nel culto liturgico che si specificherà progressivamente, prendendo le distanze dal culto reso a Dio e a Cristo. Un’espressione concreta di questa chiarificazione la si può ravvisare nell’evoluzione del termine “adorazione” (proskýnesis). Con Afraate siro, che scrive in Persia negli anni 336-345, si opera una distinzione tra la proskýnesis riservata a Dio e un’altra, inferiore, che si può rendere alla creatura. Il Concilio di Nicea II (787) distinguerà la prostrazione di adorazione riservata a Dio, dalla prostrazione di onore da riferire ai santi. Dopo secoli di confusione di linguaggio, il Concilio Vaticano II sancisce la distinzione ormai comunemente ammessa tra il culto mariano e quello trinitario: “Tale culto [verso Maria] sebbene del tutto singolare, differisce dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato e così come al Padre e allo Spirito santo, e singolarmente lo promuove” (LG 66).
Dopo il Concilio Vaticano II tutti i libri liturgici vengono sottoposti ad una profonda revisione. Dalla considerazione del calendario liturgico rinnovato, emerge come Maria non venga celebrata in modo autonomo con un proprio ciclo particolare. Pur considerando delle inevitabili eccezioni, dovute a tradizioni ed esigenze della pietà popolare, la riforma liturgica ha rispettato il principio dell’unico ciclo liturgico cristologico, che si disvela lungo tutto l’anno, nel quale ha inserito le feste mariane. La scelta operata è in linea con una precisa impostazione che ritroviamo anche nella Lumen gentium: la Vergine non è “qualcosa” di aggiuntivo alla fede, ma è parte integrante del piano salvifico di Dio e della vita della chiesa.
Concludiamo aggiungendo a tutto quanto detto, la meravigliosa eredità mariana lasciataci dal nostro Fondatore. In quanto figlie di don Alberione, sappiamo bene il posto d’onore che il Primo Maestro invitava a riservare alla Vergine, senza per questo temere di sottrarre nulla a Gesù. Nella Via Humanitatis scrive: “La chiesa è affidata a Maria. Nella creazione, nella redenzione, nella distribuzione delle grazie e nell’ordine della gloria, Maria occupa un posto preminente. Ella dà Gesù Cristo al mondo e ad ogni anima. È Madre di Dio e della Chiesa. […] Ella è la radice che porta il fiore, è la madre che dà il frutto benedetto del suo seno, è l’aurora che annunzia il sole. Dove entra Maria, entra pure Gesù. Chi trova la madre, trova anche il Figlio. Per Maria la via è sicura e breve” (VH XXII).
Enza B.
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