Ma quando vennero dei giudeo-cristiani da Gerusalemme, Pietro faceva attenzione ai cibi, non prendeva più i pasti con i cristiani di origine pagana, seguendo le norme giudaiche della purità. Paolo che nelle sue missioni aveva annunciato Cristo e non aveva imposto nulla delle pratiche religiose giudaiche, comprese che questo atteggiamento era falso (egli lo chiama ipocrisia: infatti Pietro “nascondeva” la verità di cui era convinto sotto un comportamento che rinnegava di fatto questa verità). A Paolo certo non importava questo o quel cibo, questi o quei cristiani con cui stare a tavola; la vera questione era se si dovesse imporre la legge mosaica anche ai pagani che si convertivano a Cristo. Tra i giudeo-cristiani molti erano ancora convinti che, come Gesù era vissuto da ebreo, così i suoi seguaci, chiunque fossero, dovevano vivere come lui seguendo la legge mosaica, per partecipare alla salvezza di Gesù.
Paolo e Pietro si erano trovati d’accordo, come abbiamo già detto, sia in incontri personali (Gal 1,18; 2,1-2) sia nell’assemblea di Gerusa-lemme (Atti 15,6-12), nel credere e stabilire che per i cristiani è la sola fede in Gesù Cristo con l’accoglienza del suo vangelo ciò che salva, non l’osservanza di pratiche religiose dell’ebraismo.
Qualcuno ha voluto trovare in questo episodio una contrapposizione tra la libertà dello Spirito, rappresentata e rivendicata da Paolo, che deve affermarsi nella Chiesa, e i compromessi della gerarchia, rappresentata da Pietro, quasi per affermare una autonomia dello Spirito dalle le imposizioni della gerarchia. È una posizione faziosa. Paolo nelle sue comunità insegnava la verità e dava norme di condotta da vero responsabile, anche se egli più di ogni altro era disponibile a riconoscere i carismi dello Spirito e ne ha parlato a lungo espressamente (1Cor 12-14). Quindi la funzione di Pietro nella Chiesa, quale è stata definita da Gesù, non può essere messa in discussione, in base all’episodio che qui Paolo rievoca. Paolo stesso ha sentito la necessità di esporre a Pietro il suo modo di evangelizzare per non “correre invano”, così come ha sentito, con Barnaba, il bisogno di essere in accordo con le “colonne” della Chiesa – Pietro Giacomo, e Giovanni – sul loro apostolato (Gal 2,9).
Dobbiamo dire allora che questo episodio mostra che Paolo ha riconosciuto prima e meglio di altri l’importanza della funzione di Pietro e ha fatto prendere coscienza a Pietro stesso dell’importanza di questa sua funzione, perché di fronte al suo comportamento gli altri erano portati a fare come faceva lui, Pietro.
2) Noi giudei per nascita e non… pagani (Gal 2,14-18)
Paolo – vedendo che tutti seguivano il comportamento di Pietro perfino Barnaba che aveva fondato con lui varie comunità in territorio pagano – apostrofa direttamente Pietro: “Tu sei giudeo, ma ti comporti come un pagano, come puoi costringere i pagani a vivere da giudei?” Paolo si mette dalla parte dei pagani: come si deve vivere? come Pietro quando non badava alle norme giudaiche o come Pietro quando aveva ripreso a osservarle?
Pietro, come Paolo, sa che la salvezza è solo in Cristo e che la riceve ognuno che si volge a lui con fede. Non è l’uomo che la merita con le sue opere buone, come se queste costituissero un credito che Dio dovrebbe sottoscrivere: non è l’uomo che può raggiungere Dio, qualunque cosa faccia, ma è Dio che viene verso l’uomo in Cristo.
Paolo ha certo buon gioco a mostrare l’incongruenza di un comportamento come quello di Pietro. Se si crede obbligatorio osservare le pratiche religiose giudaiche, ritenute necessarie, allora Cristo induce al peccato, cioè a un modo di vivere contrario alla volontà di Dio che esigerebbe quelle pratiche! Ma questo è un assurdo. Eppure col suo comportamento Pietro induceva a questo i cristiani che lo seguivano, ritenendolo giustamente il maggiore esponente e responsabile del modo di vivere cristiano, qualunque fossero le sue intenzioni.
Noi non siamo pagani, peccatori – dice dunque Paolo – e tuttavia noi giudei abbiamo creduto in Cristo per essere “giustificati”, cioè salvati, mediante la fede in lui, perché con le opere della legge non viene giustificato nessuno. Ma se poi, credendo di essere salvati mediante la fede in Cristo, ci ritroviamo peccatori perché abbiamo lasciato le opere della legge, allora Cristo ci induce al peccato… Ma questa è una bestemmia! esclama Paolo (v. 17). Però, se anche non lo diciamo a parole, lo mostriamo con i fatti, così come uno che ricostruisce ciò che ha distrutto, mostra di avere commesso un errore nel distruggere.
3) Vive in me Cristo (Gal 2,19-21)
Dopo la dimostrazione logica dell’ambiguità della condotta di Pietro, Paolo sembra rientrare in se stesso e concentrarsi nella cella del suo cuore (come dicevano gli antichi monaci), e cercare di esprimere ai suoi lettori qualcosa della sua vita intima. Al di là delle circostanze che hanno provocato la lettera ai gàlati, questi pochi versetti sono preziosi e meritano da tutti, specie dalle persone consacrate, e più ancora da coloro che si dicono e si sentono figli e figlie di Paolo, un’attenta riflessione quasi quotidiana, perché segnano il ritmo della vita interiore – come il respiro e il battito del cuore nel corpo – per cui, se manca ciò che questi versetti ci dicono, si diventa dei bronzi, dei flauti… strumenti inanimati che fanno rumore, personaggi che recitano una scena; ma fuori della vita vera!
Paolo dunque ricorda a Pietro di non ricostruire ciò che ha distrutto. Dopo aver apostrofato Pietro personalmente, usando il “tu”, Paolo dal v. 15 ha cominciato a parlare usando il “noi”, intendendo tutti i cristiani, ora al v. 19 parla in prima persona ed esprime certamente l’esperienza personale, non però come esperienza che riguarda solo lui, ma come l’esperienza che può fare ogni cristiano, se ha compreso che, col battesimo e la fede, è diventato l’uomo nuovo, come il Cristo risorto.
Anzitutto egli, Paolo, come ebreo di origine, dice di essere morto alla legge, espressione per dire chiaramente che la legge non esiste più per lui; egli aggiunge mediante la legge: il senso di queste parole sembra chiarirsi tenendo presente ciò che egli dice più avanti nella lettera, e cioè che la legge è “pedagogo” a Cristo. Il pedagogo era il servo o lo schiavo che conduceva a scuola i figli del padrone curandosi di loro. Così la legge aveva il compito di condurre Israele a Cristo; ora compiendo la sua funzione ha esaurito se stessa, non esiste più per Paolo, e per i convertiti a Cristo. L’adesione di Paolo, e di ogni cristiano, a Cristo è come una crocifissione, un morire con Cristo che scioglie da ogni impegno che non sia il seguire lui e il vivere secondo il suo esempio e il suo vangelo. È Cristo che vive in me: oltre che l’affermazione di un’esperienza personale, come dicevamo, Paolo descrive la situazione concreta di ogni battezzato, riempito dalla grazia di Cristo crocifisso e risorto, cioè dalla vitalità divina di colui che lo ha amato fino a consegnarsi alla morte per lui; perciò è Cristo che ora diventa l’unica norma di agire del cristiano, come se Cristo vivesse e agisse in lui, chiunque sia, ebreo o no. Certo, Paolo ha sperimentato in modo particolarmente intenso questa presenza, proprio per il modo con cui Cristo era entrato nella sua vita.
La conclusione di Paolo al v. 20 ribadisce l’affermazione di fede nella sua forma più lapidaria: se è necessaria ancora la legge per salvarsi “Cristo è morto per nulla”.
4) O gàlati sciocchi… (Gal 3,1-5)
Col cap. 3 della sua lettera ai gàlati Paolo entra nel tema del nostro rapporto con Dio usando parole che hanno avuto grande importanza nella teologia della Chiesa, soprattutto al tempo della cosiddetta “riforma” protestante, e cioè le parole “giustizia-giustificazione”, di cui parleremo nel prossimo numero.
Ma prima di entrare espressamente in argomento, Paolo dà ancora sfogo, per così dire, al suo stupore per la leggerezza e l’insipienza dei suoi fedeli gàlati nel lasciarsi affascinare da cose insignificanti rispetto all’opera di Cristo, crocifisso e risorto per la salvezza di quanti credono in lui. E si introduce con un’apostrofe (“Gàlati sciocchi…”) che denota non solo la sua meraviglia (cfr. 1,6) e il suo dolore, ma anche la confidenza che egli aveva con i suoi cristiani, per cui può permettersi anche di adoperare qualche parola… poco educata, diremmo noi, proprio come un padre che non ha complessi a rimproverare il figlio che ne ha combinata qualcuna.
Paolo quindi riprende, con un rabbuffo, il discorso con i gàlati e li richiama alla loro esperienza di vita cristiana fatta con l’accoglienza del vangelo e del battesimo. Nella chiesa apostolica l’amministrazione del battesimo era accompagnata spesso da fenomeni straordinari che denotavano la presenza dello Spirito Santo e Paolo parla qui di miracoli, al v. 3,5. Ora, domanda Paolo, queste manifestazioni dello Spirito sono avvenute per avere praticato opere della legge giudaica, o per avere creduto a Gesù Cristo crocifisso come Paolo lo ha presentato? Chi ha incontrato Cristo sa che è la fede in lui che ci salva, perché ci fa incontrare Dio. E talvolta ha anche la bontà di confermarlo anche con segni sensibili.
In questi versetti Paolo accenna a un’altra incongruenza, espressa con il contrasto tra carne e spirito. In Paolo questo contrasto non significa la contrapposizione tra anima e corpo, ma quella tra la persona (uomo o donna) che conduce la sua vita guidata dalle sue tendenze e debolezze, dalle sue capacità e ragioni puramente umane (la carne) e la persona, illuminata e guidata dallo Spirito di Cristo nei suoi pensieri e sentimenti, nella sua vita. Paolo dunque ricorda ai suoi gàlati che, accogliendo Cristo crocifisso come il Salvatore, hanno cominciato a vivere guidati dallo Spirito di Dio. Ma se essi ora accolgono l’insegnamento dei giudaizzanti, finiscono col vivere secondo la carne, illudendosi di ottenere con certe pratiche esteriori quella salvezza che invece è solo dono di Dio. Questo vuole far capire ai gàlati Paolo col suo linguaggio vivace, severo e insieme paterno.
Per la riflessione personale:
1) Paolo non aveva timore di esporre il suo pensiero, anche se toccava l’autorità di Pietro. Mi sento capace di esprimere il mio pensiero anche se diverso dalla maggioranza del gruppo?
2) Mi abituo a pensare spesso che “vive in me Cristo” più di quanto io viva in me stessa?
3) Sono convinta che, più che devozioni particolari, per la vita spirituale è efficace la vera conoscenza del Maestro, di Gesù, che si assorbe dalla lettura meditata e continua del suo Vangelo?
D. Antonio Girlanda ssp
|