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UNA TESTIMONE D’ECCEZIONE
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Il 19 marzo, nell’Omelia della Santa Messa, il Papa ha ricordato San Giuseppe patrono della Chiesa universale ed anche suo personale. Alla celeste intercessione di questo grande Santo ha affidato le popolazioni dell’Africa tutta intera, con le sfide che la segnano e le speranze che la animano: “In particolare penso alle vittime della fame, delle malattie, delle ingiustizie, che purtroppo colpiscono adulti e bambini”. Nella stessa omelia il Papa è entrato nel discorso della famiglia, ha parlato della fedeltà coniugale, dell’accompagnamento ed amore per i figli. Anche gli sposi hanno la loro astinenza da vivere sull’esempio della famiglia di Nazaret. Poi il Papa è entrato nel discorso della verginità, di chi si consacra a Dio sull’esempio di Gesù di Nazaret: casto e vergine. Mi rivolgo ai Sacerdoti in particolare – ha detto – uno ed unico sia il vostro maestro da seguire: il Cristo. Una volta passato oltre, è il Cardinal Bertone che mi interpella e chiede se i miei anni li ho passati tutti lì, al Centro; gli rispondo che vengo da tutt’altra zona, dalla Diocesi di Bafoussam; che cerco di andare incontro a bisogni prioritari come malattie e situazioni precarie; curo i detenuti abbandonati nelle prigioni; faccio assistenza alle ragazze di strada, inoltre gli dico che sto cercando di aprire un Centro per le Cure Palliative. Ritengo infatti sia un dovere salvaguardare la dignità delle persone anche in fin di vita; una urgenza per il Cameroun; un combattimento per me che da quattro anni vivo angosce e combatto affinché l’africano capisca la necessità dell’accompagnamento anche verso la morte. È davvero una urgenza... Mi mette 50 Euro nel taschino della camicetta: “Per i tuoi bambini – mi dice – e... ci risentiremo...”. Verso la fine dell’udienza mi invia un giornalista della Radio Vaticana per un’intervista. Alle domande che mi hanno fatto a bruciapelo, a dir il vero, non ricordo cosa possa aver risposto o detto; comunque nient’altro che ciò che lo Spirito Santo mi ha suggerito in quel momento.
Da Yaoundé sono partita con tre dei miei ammalati del Centro Sanitario di Baleng. Una ragazza di 28 anni Sylvie, che fin dal suo dodicesimo anno di vita, ha sempre subito operazioni, soffre di osteomielite generalizzata. A giorni dovrà operarsi pure alle due anche, gira già con le stampelle, una gamba raggomitolata, menomata dalle varie operazioni alle ossa. Una bambina di 10 anni, Belinda, con malformazione cardiaca congenita. Poi il nostro caro Stephane, un bimbo di tre anni con un grosso tumore alla testa. Il piccolo non può più camminare, causa la pesantezza di questa. Stephane ai primi di ottobre 2008, era un bambino normalissimo, poi gli hanno scoperto un brutto tumore alla testa. In pochi mesi, un ‘mostro’; immaginiamo la pena ed il dolore della sua famiglia! Ho deciso io stessa di portarlo dal Papa... Attraverso Stephane, tutta la sua famiglia, ancora ieri mi diceva che con questo incontro con l’uomo di Dio anche i loro cuori sono nella pace. Hanno deciso per una riconciliazione col Signore, sia i nonni che il papà e la mamma, e ora stanno informandosi per regolarizzare il loro matrimonio in Chiesa. E penso che di miracoli del genere, ne siano successi parecchi. La visita di Benedetto XVI ha portato il risveglio alla fede e tanti frutti santi a parecchie persone ed a me personalmente. I tanti battezzati e non troppo cristiani, senz’altro smuoveranno quel piede che ancora sta attaccato alle loro tradizioni, come la paura del Dio che castiga. Finalmente hanno incontrato il Cristo che libera e fa brillare la Sua luce nelle nostre esistenze. La figura, l’aspetto del Papa è quello di una persona soave, fa pensare al Cielo, dà tanta fiducia e speranza; manifesta un grande Amore per tutti coloro che incontra. è l’uomo buono, l’ottimo Benedetto XVI! Sembra di vedere Gesù quando si avvicina alla suocera di Pietro, la prende per mano e la fa alzare (Mc 1,30-31). Noi, attraverso il Papa, abbiamo visto Gesù vivere una giornata tra i malati per sollevarli. Egli ci rivela, con gesti concreti, la sua tenerezza, la sua benevola attenzione verso tutti quelli cha hanno il cuore spezzato e il corpo ferito. Il Papa ha, come vi ho detto, risvegliato la fede in tanti cristiani, ne sto vivendo gli echi dalla gente che ha partecipato e di chi ha seguito la TV Camerunese, che fedelmente ha riportato tutto. A Bafoussam mi dicono di avermi vista col bimbo in braccio e che ho parlato per qualche minuto al Papa, tutto con un senso di predilezione per me e... vengono a ricevere da me la benedizione del Santo Padre! Dal mio arrivo da Yaoundé ad oggi, c’è stato un va e vieni di gente, anche persone che non conoscevo, perché io l’ho abbracciato e gli ho parlato, questo è ciò che rimane a loro di quell’immagine così dolce e soave. Allora io continuo l’evangelizzazione del Papa riprendendo quanto egli ha detto nel suo discorso agli ammalati ed agli assistenti degli ammalati; il cosiddetto fatto di “Simone di Cirene”. Il Papa in un suo discorso ha detto: «Prego, cari fratelli e sorelle malati, perché molti “Simone di Cirene” vengano al vostro capezzale. E so che il Padre di tutte le misericordie accoglie sempre con benevolenza la preghiera che si rivolge a Lui. Egli risponde alla nostra invocazione e alla nostra preghiera, come Egli vuole e quando vuole, per il nostro bene e non secondo i nostri desideri. Sta a noi discernere la sua risposta e accogliere i doni che Egli ci offre come una grazia. Fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, con fede e coraggio, perché da Lui provengono la Vita, il conforto, le guarigioni. Sappiamo guardare Colui che vuole il nostro bene e sa asciugare le lacrime dei nostri occhi; sappiamo abbandonarci nelle sue braccia come un bambino nelle braccia della mamma». Riprendo testualmente il fatto di “Simone di Cirene” spiegato all’assemblea: «Fratelli, alla presenza di sofferenze atroci, noi ci sentiamo sprovveduti e non troviamo le parole giuste. Davanti ad un fratello o una sorella immerso nel mistero della Croce, il silenzio rispettoso e compassionevole, la nostra presenza sostenuta dalla preghiera, un gesto di tenerezza e di conforto, uno sguardo, un sorriso, possono fare più che tanti discorsi. Questa esperienza è stata vissuta da un piccolo gruppo di uomini e donne tra i quali la Vergine Maria e l’Apostolo Giovanni, che hanno seguito Gesù al culmine della sua sofferenza nella sua passione e morte sulla Croce. Tra costoro, ci ricorda il Vangelo, c’era un africano, Simone di Cirene. Egli venne incaricato di aiutare Gesù a portare la Sua Croce sul cammino verso il Golgota. Quest’uomo, anche se involontariamente, è venuto in aiuto all’Uomo dei dolori, abbandonato da tutti i suoi e consegnato ad una violenza cieca. La storia ricorda dunque che un africano, un figlio del vostro continente ha partecipato, con la sua stessa sofferenza, alla pena infinita di Colui che ha redento tutti gli uomini, compresi i suoi persecutori. Simone di Cirene non poteva sapere che egli aveva il suo salvatore davanti agli occhi. Egli è stato “requisito” per aiutarlo (Mc 15,21); egli fu costretto, forzato a farlo. È difficile accettare di portare la croce di un altro. è solo dopo la risurrezione che egli ha potuto comprendere quello che aveva fatto. Così è per ciascuno di noi, fratelli e sorelle: al cuore della disperazione, della rivolta, il Cristo ci propone la Sua presenza amabile anche se noi fatichiamo a comprendere che egli ci è accanto. Solo la vittoria finale del Signore ci svelerà il senso definitivo delle nostre prove. Vedendo l’infamia di cui è oggetto Gesù, contemplando il suo volto sulla Croce, e riconoscendo il suo dolore, possiamo intravedere, con la fede, il volto luminoso del Risorto che ci dice che la sofferenza e la malattia non avranno l’ultima parola nelle nostre vite umane. Io prego, cari fratelli e sorelle, perché vi sappiate riconoscere in questo “Simone di Cirene”. Prego, cari fratelli e sorelle malati perché molti “Simone di Cirene” vengano anche al vostro capezzale. Incoraggio i sacerdoti ed i visitatori degli ammalati a impegnarsi con la loro presenza attiva ed amichevole nella pastorale sanitaria negli ospedali o per assicurare una presenza ecclesiale a domicilio, per il conforto e il sostegno spirituale dei malati. Secondo la sua promessa, Dio vi darà il giusto salario e vi ricompenserà in cielo. |
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