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LETTERA AI ROMANI
(7)

 

Il Mistero del popolo d’Israele (Rm cc. 9-11)
Nei cc. 9-11 Paolo medita a lungo, alla luce della sua esperienza di Cristo e della sua vita apostolica, sulla situazione del popolo ebreo, che come tale non ha riconosciuto in Gesù di Nazaret il Messia promesso. Egli era venuto tra il suo popolo, secondo le promesse e gli annunci dei profeti, per liberarlo dal peccato e dalla morte realizzando una nuova alleanza – di cui quella antica al Sinai Israele era una figura – che abbracciasse tutta l’umanità, tutta bisognosa di salvezza.
Ora, mentre tante popolazioni hanno accolto il messaggio e la salvezza portata da Gesù, proprio Israele – a cui Paolo ha sempre pensato nelle sue missioni – sembra l’unico refrattario a Cristo e al suo messaggio. Per Paolo è una situazione dolorosa, ma anche misteriosa. Il testo di questi capitoli è un po’ ostico alla lettura, perché Paolo procede, qui soprattutto, alla maniera rabbinica, poco consona al nostro modo di ragionare. Sarà bene leggere con calma, brano per brano, con pazienza e buona volontà… è sempre il nostro “padre” che ci parla, ci insegna e ci illumina!

L’incredulità d’Israele (9,1-13)

Paolo inizia subito esprimendo il suo sentimento di ebreo di fronte al rifiuto che il suo popolo ha opposto a Gesù. Per lui, apostolo di Cristo nel mondo, tale sentimento non può essere che di sofferenza e dolore, perché si sente troppo legato a questo suo popolo che è sua carne e sangue suo: vorrebbe essere addirittura “anatema”, separato e maledetto da Dio se ciò potesse portare i suoi fratelli di sangue ad accogliere Gesù.

Paolo elenca i titoli di cui può vantarsi Israele (vv. 4-5): sono israeliti, cioè discendenti del patriarca Giacobbe, chiamato Israele dopo la lotta con l’angelo (cfr. Gn 32,29); hanno l’adozione a figli di Dio che chiama Israele “mio primogenito”, quando manda Mosè dal faraone per ordinargli di lasciare libero il suo popolo (Es 4,22); la gloria è la manifestazione folgorante di Dio che interviene per liberare e proteggere il suo popolo, specie dall’esodo fino all’arrivo nella terra promessa; le alleanze: oltre a quella del Sinai (cfr. Es cc. 19 e 24), la Bibbia parla dell’alleanza con Abramo (Gn 15,1) e gli altri patriarchi (Gn 32,29); la legislazione che manifestava chiaramente la volontà di Dio al suo popolo; il culto liturgico specie al tempio, nel quale Israele si univa al suo Dio per esaltarlo e implorare misericordia e perdono; le promesse fatte già ai patriarchi e continuate poi mediante Mosè, Davide e i profeti; infine Israele è il popolo da cui proviene Cristo nella sua natura umana. E qui Paolo conclude con una “benedizione”, comune ai rabbini quando nominavano Dio, e che ora Paolo rivolge a Cristo, che è per natura figlio di Dio.
Nonostante il rifiuto, la parola di Dio giunta a Israele non è caduta nel vuoto, perché, come ricorderà più avanti (11,6), ci sarà sempre “un resto d’Israele” che rimane fedele al suo Dio. Intanto, dice Paolo, non tutti gli Israeliti sono degni di questo nome, come non tutti i figli dei patriarchi sono eredi della promessa. Dei due figli di Abramo, Ismaele e Isacco, solo il secondo è “figlio della promessa” di Dio, e tra i figli di Isacco è scelto Giacobbe e non Esaù. Le parole “amato e odiato” è modo di esprimersi ebraico per dire “ho scelto, ho preferito questo invece di quello”; anche Gesù dice: “Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo” (Lc 14,26), eppure egli ci chiede di amare anche i nemici! Matteo 10,37 ci chiarisce il linguaggio di Gesù, dicendo: “Chi ama il padre e la madre più di me…”.

Dio non è ingiusto col popolo giudaico (9,14-33)

Nel comportamento di Dio verso il suo popolo, Paolo intende salvaguardare anzitutto l’assoluta libertà di Dio nelle sue scelte e nei suoi progetti che non dipendono dalle opere o dalle qualità delle persone scelte (v. 16). Il richiamo all’Esodo e al faraone, al quale “Dio indurisce il cuore”, dice che Paolo sta interpretando la storia della salvezza che mostra come Dio è presente e fedele alla parola data al suo popolo attraverso Mosè. Sorge l’obiezione spontanea: “Se Dio sceglie e opera, quale responsabilità ha l’uomo?”. Per ora Paolo sottolinea la libertà di Dio nella sua azione, ricorrendo all’immagine del vasaio che con la stessa materia produce bei vasi per uso onorevole e vasi per uso banale.
La libertà di Dio si manifesta sia nella sua potente azione contro il faraone come nella sua grande pazienza e sopportazione verso il suo popolo che ha rifiutato il Messia inviatogli. Questo comportamento è in vista della misericordia da usare verso tutti gli uomini chiamati a formare “il vero Israele”, i quali provengono sia dagli ebrei sia dai popoli pagani. Il testo di Osea nei vv. 25-26 è letto da Paolo come annuncio della chiamata dei pagani a far parte del popolo di Dio.
I profeti hanno parlato anche di un “resto d’Israele”, come erede delle promesse, col quale Dio continuerà la storia della salvezza che ormai, dopo Cristo, coinvolge tutti i popoli. I pagani, secondo l’esperienza apostolica di Paolo, mostrano di comprendere il progetto di Dio e si convertono a Cristo accogliendo, mediante la fede, la grazia di Dio, mentre Israele, cioè la maggior parte degli Israeliti, cerca una salvezza, o giustizia, che deriva dal compiere le opere richieste dalla legge. Essi così rifiutano la salvezza che Dio offre mediante il Figlio suo, morto e risorto. E così Gesù è divenuto per gli Ebrei una pietra che li ha fatti inciampare e cadere sulla via della salvezza.

Israele non ha raggiunto la salvezza portata da Cristo (10,1-21)

Paolo ripete i suoi sentimenti di affetto e compassione per i suoi connazionali: riconosce la loro buona volontà di ricercare Dio, ma rifiutano la luce che indica la strada giusta per raggiungerlo. Si sono fermati alla legge, rifiutando Cristo che ne è lo scopo, il fine e anche la fine, sia nel senso che le opere che si compiono con l’osservanza della legge non creano dei diritti alla salvezza che Dio dovrebbe sottoscrivere, sia nel senso che presso altri popoli tante norme non avevano alcun senso né valore.
La giustizia che ci rende graditi a Dio è solo grazia che egli dona all’uomo che crede nella rivelazione e nell’opera di Cristo.
E di questa “giustizia”, quasi personificata, già la parola di Dio dice che essa non è lontana, irraggiungibile, nel cielo o nell’abisso, perché dal cielo è già arrivata in terra e dall’abisso è già risalita: è il Cristo che nell’incarnazione è sceso sulla terra e nella risurrezione è risalito dagli abissi. è lui che predicano gli apostoli; la salvezza quindi si raggiungerà credendo intimamente (nel cuore) e confessando, cioè proclamando apertamente (con la bocca) il Cristo annunciato nella Chiesa. Forse qui Paolo ha presente la pubblica professione di fede che si faceva nel battesimo e che riconosceva il Cristo costituito Signore dell’universo con la risurrezione. Paolo dà la massima estensione alle affermazioni di Isaia 28,16 e di Gioele 3,5 applicandole ad ogni uomo di qualunque popolo senza alcuna discriminazione: Cristo è l’unico Signore, ricco di grazia e bontà verso tutti coloro che si rivolgono a lui con fede.
Paolo torna alla situazione dei giudei del suo tempo. La fede che salva non è sconosciuta: i giudei del tempo hanno udito l’annuncio del vangelo perché la voce dei predicatori ha percorso tutta la terra d’Israele e altre regioni e città, ma pochi l’hanno accolta “obbedendo” a questa voce. Paolo cita Dt 32,21, applicandolo ai giudei: molti pagani hanno compreso e accolto il vangelo, abbracciato la fede, mentre i giudei che erano più preparati a farlo, l’hanno rifiutato. Dio, dice Paolo, vorrebbe “rendere gelosi” i giudei che vedono dei pagani entrare a far parte del popolo di Dio e così indurli a riprendere il loro posto tra questo popolo. Ma Israele, come già altre volte nel corso della sua storia, si è mostrato ribelle al suo Dio.

Dio non ha ripudiato il suo popolo (11,1-10)

Ma Dio non si pente dei suoi doni (vedi 11,29), né ripudia Israele. Come al tempo di Elia, anche al tempo della predicazione apostolica, c’è “un resto d’Israele” (v. 6) che ha accolto il vangelo con fede e quindi in linea col progetto di Dio che sceglie per grazia, come anche Israele era stato scelto per grazia fin dai suoi antichi padri, i patriarchi. E questo resto è il ceppo vivo che si svilupperà. Israele cercava la salvezza nelle opere da presentare come un credito a Dio, ma era la via sbagliata. Esso si mostra ostinato in questo suo atteggiamento, anch’esso previsto dalla Scrittura (Is 29,10: Dt 29,3; Sl 69,22s) che attribuisce tutto direttamente a Dio, nel senso che nessuna realtà è fuori o indipendente dalle sue misteriose e imprevedibili disposizioni. Ma tutto ciò ora è visto da Paolo in una luce particolare.

La riprovazione di Israele utile ai pagani (11,11-24)

Paolo nega anzitutto che la situazione di incredulità d’Israele sia definitiva e poi – con una illuminazione inattesa – afferma che questa situazione di rifiuto di Cristo appare provvidenziale perché ha provocato, o almeno favorito l’annuncio del vangelo ai pagani e quindi la loro salvezza. Poi guarda al futuro (lontano) ed esclama: se l’incredulità di Israele ha provocato la salvezza delle nazioni (“una ricchezza” dice), quale effetto potrà avere la sua globale conversione a Cristo? Nei vv. 13-15 ripete un po’ il pensiero dei vv. 11-12. Egli dice che come apostolo dei pagani fa quanto può per portare a Cristo il maggior numero possibile, anche per suscitare, quasi come Dio, la gelosia tra i suoi fratelli di sangue, cosicché sentano di essersi posti fuori del popolo di Dio e vi rientrino. Se la loro ripulsa della fede in Cristo ha portato la riconciliazione del mondo pagano con Dio, il ritorno di tutto Israele sarà come una risurrezione, cioè una esplosione di vita e di felicità dell’unico popolo di Dio.
Le “primizie” sono quel numero limitato di giudei che hanno accolto Cristo come Messia e salvatore. Essi però sono della stessa pasta degli altri rimasti increduli. Dopo questo breve accenno, Paolo sviluppa un’altra immagine: paragona gli ebrei a un grande albero di olivo buono, la cui radice “santa” porta e nutre tronco e rami, mentre i pagani sono come degli olivi selvatici.
Contro la prassi normale, Paolo parla di taglio dei rami dell’olivo buono e dell’innesto in esso di rami dell’olivo selvatico, ma si capisce bene il suo pensiero: i rami rimasti nell’olivo buono rappresentano gli ebrei che hanno creduto in Cristo (“il resto d’Israele”); i rami di olivo selvatico sono i convertiti dal paganesimo; i rami tagliati rappresentano gli ebrei che hanno rifiutato di credere in Cristo, ma che saranno reinnestati se si convertono (v. 23). La salvezza per tutti dipenderà dall’essere nutriti e fortificati da quella radice santa che rappresenta la fede nel vero Dio, avviata con i patriarchi e che ora si compie come adesione alla parola e all’opera di Cristo.

Alla fine anche Israele sarà salvo (11,25-32)

Paolo parla ora di un mistero, o di un piano misterioso di Dio per la salvezza dell’uomo e, come profeta, annuncia il disegno di Dio, rileggendo annunci dei profeti Isaia (59,20s) e Geremia (31,34) che si riferivano alla venuta del Messia. Egli distingue i tempi iniziali del Messia e quelli finali, quando il piano di Dio avrà il suo compimento per tutta l’umanità.
Per ora, buona parte degli ebrei sono nemici del vangelo e Paolo lo ha sperimentato lungo tutta la sua vita di apostolo; ma egli vede ormai l’aspetto provvidenziale di questa ostilità. Essa non annulla la loro posizione di fronte a Dio, perché i doni di Dio sono irrevocabili (v. 11,29) e la fedeltà di Dio a se stesso è la roccia solida, per cui la sua provvidenza troverà le vie per la salvezza globale d’Israele. Paolo conclude i suoi ragionamenti ricordando come tutti, ebrei e pagani, sono in situazione di peccato, lontani da Dio e dalla salvezza, e perciò vengono salvati dalla sua infinita misericordia che si rivolge a tutti, perché nessuno si salva da sé.

Lode alla infinita e misteriosa sapienza di Dio (11,33-36)

La conclusione dell’insieme di questi tre capitoli non può essere che un inno di lode a Dio e alla sua sapienza insondabile con la quale la sua bontà e misericordia porta a compimento la salvezza dell’uomo, di tutta l’umanità senza discriminazioni. E il profeta Isaia, ancora una volta, presta a Paolo le parole adatte.

Per la riflessione personale:

1) La presenza dei nostri “fratelli maggiori” come popolo numericamente consistente nel mondo (a parte l’esistenza dello stato d’Israele), deve portarci a rileggere qualche volta queste pagine accalorate di Paolo e unirci a lui nella preghiera di intercessione, affinché si compia il “mistero di Dio” per il suo popolo.

2) In questo brano soprattutto notiamo il senso che aveva Paolo, e che allora era comune a Israele, dell’unità del suo popolo non solo nello spazio ma anche nel tempo: sembra che lo veda unito e compatto in tutto il tempo della sua esistenza, come un’unica realtà che si rompe a un certo punto, ma che si ricomporrà. è un invito indiretto a sentirci sempre coinvolti nel popolo cui apparteniamo e al quale la nostra presenza e condotta può portare grazia e salvezza oppure aumentare il male, il peccato, che non fa male solo a noi, ma al popolo di cui facciamo parte, nel quale la Provvidenza ci ha posto.

D. Antonio Girlanda ssp

 

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