La vita mista in cui si associa la preghiera all’azione, è più perfetta. Allora si tratta di “tradere contemplata” [trasmettere ad altri quanto si è contemplato]; prima si considerano i divini insegnamenti per noi, poi si predicano ai fedeli.
“Allora giunse Gesù dalla Galilea al Giordano da Giovanni, per essere da lui battezzato” (Mt 3,13). Giovanni predicava per preparare il popolo ad accogliere il Messia; dava un battesimo di penitenza. “Erano da lui battezzati... confessando i loro peccati” (Mt 3,6). E Gesù, il santo dei santi, chiede questo battesimo accomunandosi coi peccatori. E perché Giovanni si oppose dicendo: “Io dovrei essere battezzato da Te e Tu vieni a me?” (Mt 3,14). Gesù gli risponde: “Lascia fare, per ora, chè ci conviene adempiere ogni giustizia” (Mt 3,15). E fu battezzato. Quanta umiltà! Purtroppo, noi vorremmo sempre apparire giusti; sdegniamo di venir ripresi e corretti; spesso stentiamo a riconoscere ed ammettere i nostri difetti.
“Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11 e 18,14), predicherà poi Gesù: ma intanto ecco che questo si avvera in Lui. “Gesù, battezzato che fu, uscì subito dall’acqua. Ed ecco Gli si apersero i cieli e vide lo Spirito di Dio scendere come colomba e venire sopra di Lui. Ed ecco una voce dal cielo dire: Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,16-17). Grande esaltazione; una solenne manifestazione della SS. Trinità. Lo Spirito Santo si mostra sotto forma di colomba; il Padre riconosce in Gesù Cristo il Suo Figlio incarnato; anzi dichiara che è perfetto oggetto delle Sue compiacenze. Gli era piaciuta la vita privata di Lui, Gli piace ora l’inizio della vita pubblica fatto con l’umiliazione e la preghiera. Qui comprendiamo che l’umiliazione e la preghiera ci attirano lo sguardo compiacente di Dio.
Il ministero di Gesù diede frutti ammirabili. Egli adoperò mezzi nei quali possiamo qualche volta imitarLo, qualche altra ammirarLo.
a) La dottrina divina. Gesù è la stessa verità. In Lui vi è ogni tesoro di sapienza e di scienza (Col 2,3). Parlava quindi con competenza perfetta. La Sua parola si adattava ad ogni intelligenza. Egli parlava come Colui che ha diritto di esigere l’assenso degli uomini. Insegnava con tale amabilità e forza che il popolo Lo seguiva dimenticando il cibo, con irruenza: “La turba si accalcava attorno a Gesù per udire la parola di Dio” (Lc 5,1). Si diceva di Lui: “Nessun uomo ha mai parlato come Lui” (Gv 7,46). Ogni apostolo deve prima studiare, se desidera insegnare.
b) La santità della vita. Nulla Gesù insegnava che prima non avesse praticato. E tanto è legge la Sua parola quanto la Sua vita. Poteva ben sfidare i Suoi avversari: “Chi potrà convincermi di peccato?” (Gv 8,46), e dichiarare: “Imparate da me” (Mt 11,29). E se insegnava ad amare il prossimo, Egli ce ne dà l’esempio: “Come io vi ho amati” (Gv 13,34).
c) La virtù divina: si mostrò specialmente con leggere nei cuori, con i molti miracoli, con le profezie. “Egli compie molti prodigi” (Gv 11,47), dovettero ammettere, loro malgrado, i Suoi nemici. Perciò poteva conchiudere: “Se non volete credere alle mie parole, credete almeno alle mie opere” (Gv 10,38).
d) La costanza. Ebbe una resistenza unica alla fatica. Dedicava il giorno alla predicazione e la notte, spesso, all’orazione. Tre anni di vita pubblica: ma sono densissimi di opere come risulta dagli evangeli; e per di più moltissime cose non furono scritte, come nota S. Giovanni. Si affaticava: “faticatus”; a Lui e agli apostoli ricorrevano le turbe tanto che “Non avevano neppure il posto per mangiare” (Mc 6,31).
Perseverò: nonostante l’ignoranza del popolo e degli stessi apostoli. Nonostante l’opposizione dei parenti che Lo credettero pazzo. Nonostante l’invidia dei dottori e sacerdoti dell’antica legge, come la riscontrò lo stesso Pietro [Pilato]: “Sapeva infatti che Lo avevano accusato per invidia” (Mt 27,18).
e) La preghiera. La Sua orazione era umile, fiduciosa, perseverante. Il Padre Lo esaudiva sempre per i grandi Suoi meriti: “Io sapevo che sempre mi ascolti...” (Gv 11,42).
La caratteristica di Gesù è l’amore, la bontà, la misericordia. Ai più bisognosi e deboli sono rivolte le Sue sollecitudini: peccatori, bambini, poveri, sofferenti.
I peccatori. Il Figliuolo di Dio si era incarnato per salvare l’uomo perduto dalla colpa. Lo dice espressamente nel Vangelo: “Non occorre per i sani il medico; ma per gli ammalati; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17). Lo accusavano di essere troppo familiare con i pubblicani. Ma Gesù raccontò tre parabole per dimostrare la Sua missione particolare: la storia del figliol prodigo, della pecorella smarrita, della dramma perduta. Il Suo comportamento con la Samaritana, con la Maddalena, con l’Adultera, con Pietro, con Zaccheo, con Matteo e persino con Giuda, è commovente. Egli istituì il Sacramento della Confessione perché in tutti i tempi e tutti gli uomini trovino nel Suo cuore l’oceano della misericordia.
I piccoli. Gesù dichiarò che essi sono accompagnati da un Angelo. Minacciò grave castigo a chi avrebbe dato loro scandalo: “Sarebbe minor male se si appendesse al collo una macina da molino e si immergesse nel mare” (Mc 9,41). Egli si mise sotto le vesti di essi e ritiene fatto a Sé ciò che viene fatto a loro: “In verità, in verità vi dico: qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me” (Mt 25,40). Gesù stesso si era fatto piccolo: “Ci è nato un pargolo” (Is 9,5). Egli accoglieva i piccoli che Lo circondavano attratti dalla Sua bontà, e dovevano anche fare chiasso attorno a Lui se gli Apostoli li sgridavano e respingevano. Ma Gesù li difendeva e li chiamava: “Lasciate che i pargoli vengano a me e non vogliate proibirglielo” (Mc 10,14); dichiarandoli degni del cielo: “Di questi infatti è il regno dei cieli” (Mt 19,14). Anzi li propone a modello per gli adulti: “Se non vi farete piccoli come questi fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).
I poveri. Gesù si fece povero: “Essendo ricco, si fece povero” (2Cor 8,9). Dichiarò che era stato inviato ad evangelizzare in modo speciale i poveri: “Sono stato inviato ad evangelizzare i poveri” (Lc 4,18). La prima beatitudine è diretta ai poveri: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Li raccomandò alla carità degli abbienti, affermando che considerava l’elemosina data a loro come data a Lui stesso: “Ebbi fame e mi deste da mangiare” (Mt 25,35). “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non l’ha e chi ha da mangiare faccia lo stesso” (Lc 3,11). Egli stesso ripetutamente moltiplicò i pani per sfamare le turbe affamate.
Beato Giacomo Alberione |