tutti coloro che accolgono Gesù, il suo vangelo e la sua salvezza; allora ci troveremo veramente di fronte “a cieli nuovi e terra nuova” (cfr. 2Pt 3,13; Ap 21,1), che per ora a noi sono del tutto misteriosi.
La “convenienza” della passione del Figlio (2,10-18)
Ora l’autore cerca di spiegare “la morte (di Cristo) a vantaggio di tutti”, come ha detto al v. 2,9. Egli trova giusto, conveniente donare ai figli da salvare (cioè a tutti gli uomini) una guida, cioè Cristo, resa perfetta attraverso la sofferenza, perché così egli si rendeva pienamente partecipe della condizione umana e quindi solidale e compassionevole verso tutti i fratelli che doveva salvare.
I molti figli sono tutti coloro che avrebbero accolto con fede Gesù Cristo, ora coronato di quella gloria che egli ha raggiunto a garanzia che vi arriveranno tutti coloro che credendo in lui lo seguiranno. Gesù e gli uomini sono “tutti da uno”, cioè da Dio, Padre di tutti, e quindi sono tutti fratelli, e lo sono inoltre per la comune natura umana. Per questo Cristo non si vergogna di chiamarli fratelli, egli che li santifica, cioè li purifica rendendoli simili a sé e li conduce, come loro guida, a Dio Padre. Gesù annuncerà il Padre e il suo regno ai suoi fratelli, che può chiamare anche figli con le parole del profeta Isaia, sia perché anche il rapporto padre-figli suppone identità di natura, sia perché egli dona loro la vita vera, la vita eterna, santificandoli.
Cristo ha assunto la natura umana per vincere, nella condizione in cui vivono i suoi fratelli, il nemico dell’umanità, il diavolo e per distruggere la morte che, dopo la sua risurrezione ha perduto il suo carattere spaventoso, essendo divenuta il confine, il passaggio alla vita vera, partecipe della vita stessa di Dio. L’accenno alla stirpe di Abramo (2,16), cui apparteneva Gesù, qui si intende più genericamente come stirpe umana del tutto diversa dalla natura e condizione angelica.
Compare ora la parola “pontefice”, o “sommo sacerdote” (2,17), il titolo principale che la lettera attribuisce a Gesù Cristo, poiché presenterà la sua vita e la sua passione e morte vedendole nel quadro della liturgia dei sacrifici, quale si celebrava nel tempio di Gerusalemme, particolarmente nel giorno dell’espiazione, detto jom kippur. Per l’autore della nostra lettera, le celebrazioni con sacrifici, le invocazioni e altre cerimonie, pur solenni e profondamente religiose, erano come un’ombra dei beni futuri (cfr. 10,1), cioè solo un’immagine del vero sacrificio, della vera espiazione e della definitiva alleanza che il Figlio avrebbe stabilito tra Dio Padre e l’uomo con la sua morte. Qui si accenna sia alla misericordia di Cristo, sommo sacerdote, pieno di compassione e capace di aiutare i fratelli, avendo sofferto come loro, e sia alla sua fedeltà totale verso il Padre che non è venuta meno neppure di fronte a una morte tanto dolorosa e obbrobriosa.
Gesù è il Figlio, Mosè il servo di Dio (3,1-6)
Ma prima di sviluppare il tema di Gesù sommo sacerdote e del suo sacrificio, l’autore che lo ha presentato come capace di aiutare quelli che sono tentati, ora esorta a mantenersi fedeli a Cristo di fronte alla tentazione di abbandonare la fede in lui e tornare alle pratiche religiose e cultuali giudaiche, e si sofferma a fare un confronto anche tra Gesù e Mosè, simile a quello tra Gesù e gli angeli.
Possiamo comprenderne facilmente il motivo. Mosè era il grande liberatore e legislatore del popolo ebreo: era il fiduciario di Dio, colui in cui ogni buon ebreo credeva, perché, mediante lui, Dio aveva liberato Israele, l’aveva guidato nel deserto, gli aveva comunicato la sua legge, la Toràh, facendo con esso una alleanza unica fra tutti i popoli. E Israele ricordava questi eventi della sua storia con Dio, soprattutto nelle feste più solenni che richiamavano a Gerusalemme tanti pellegrini, come Pasqua e Pentecoste a primavera, festa dei Tabernacoli, o delle capanne, in autunno.
Le prime comunità cristiane praticamente non avevano ‘liturgia’, come erano senza tempio. Gli apostoli frequentavano ancora il tempio per le preghiere (cfr. Atti 3,1), ma si radunavano in abitazioni private per celebrare l’Eucaristia, come Gesù aveva fatto nell’ultima cena e aveva ordinato di fare in sua memoria (cfr. Atti 20,7-12).
Forse diversi cristiani provenienti dall’ebraismo, col tempo si sentirono a disagio sia di fronte a forme di persecuzione sia di fronte a una fede che proponeva la persona di Gesù come l’unica realtà in cui c’è salvezza; che parlava di tutta la storia sacra, delle celebrazioni e dei sacrifici come di “ombre” (10,1) che avevano solo la funzione di annunciare e preparare la realtà della grazia e della salvezza, attraverso Cristo risorto, rivelato come il Figlio in cui Dio aveva posto le sue compiacenze.
La lettera richiamerà seriamente coloro che abbandonavano le riunioni della comunità (10,25), rischiando così di perdere la fede in Cristo oltre che di allentare il vincolo di unione fraterna che sostiene anche la fede dei fratelli. Israele in quanto popolo, rifiutò Gesù come Messia e Figlio di Dio. Paolo, il fervente fariseo convertito, ne soffrì per tutta la vita, anche se questo fatto gli farà intuire il mistero che esso racchiude e che egli tratta lungamente nei cc. 9-11 della lettera ai Romani che abbiamo già letto (cfr. Siate perfetti di Aprile 2009 ). Dio non ripudia nessuno, perché egli è fedele sempre, nonostante le nostre infedeltà; e quindi Israele è sempre chiamato a far parte del popolo di Dio che ora è aperto a tutte le genti.
L’autore ben saldo nella sua fede, senza alcun tentennamento, propone all’inizio del c. 3 un confronto tra Gesù e Mosè, come dicevamo. Per il cristiano Gesù è “l’apostolo e il sommo sacerdote della nostra fede” (3,1), cioè l’inviato del Padre agli uomini e il rappresentante degli uomini presso Dio. Il Padre non poteva inviare uno che meglio del Figlio mostrasse il suo amore per l’uomo e l’uomo non poteva avere alcun rappresentante che ottenesse presso il Padre la grazia della salvezza meglio del Figlio in cui aveva posto tutte le sue compiacenze. Ecco che il confronto con Mosè si delinea nella sua verità. Mosè ha compiuto bene la sua missione presso il popolo, trasmettendogli la Legge, guidandolo nel deserto e facendo l’alleanza. Egli fu un ottimo “servitore nella casa di Dio”, cioè nel popolo di Israele; ma si deve riconoscere che Gesù è nella casa come il Figlio che col Padre è il Signore e il “costruttore della casa”, mentre Mosè fa parte della casa ideata da Dio, come tutto ciò che la costituisce e che appartiene a Dio come al suo Signore. Ora, dice l’autore, se si può e si deve ammirare e lodare una casa perché fatta bene, tanto più si deve lodare chi l’ha voluta e costruita così bene. E ricorda, sia pure di passaggio, che la casa in cui il Figlio è il Signore, ora siamo noi, cioè il nuovo popolo di Dio formato da genti di tutti i popoli e aperto a tutti coloro che credono in Gesù e nel suo vangelo.
Esortazione alla fedeltà (3,7-19)
Il ricordo di Mosè e del popolo che egli doveva condurre attraverso il deserto alla terra promessa, offre l’occasione per fare una lunga esortazione al nuovo popolo di Dio, sulla scia del Salmo 95 (94),7-11.
Come ci fu infedeltà tra gli israeliti nel deserto, così ci può essere infedeltà anche tra i seguaci di Gesù Cristo, che possono allontanarsi e abbandonare la fede, attratti da altre cose, o delusi della vita cristiana e portati all’incredulità, a non credere più alla parola di Cristo e a ritornare nel giudaismo. L’oggi importante è questo, cioè il tempo della vita del cristiano. Seguire Cristo non è mai stato semplice e facile (lui stesso l’ha detto…) e chi ha avuto la grazia di credergli e di seguirlo deve perseverare nella sua scelta, specie quando incontrerà delusioni, qualche persecuzione, incomprensione e derisione da parte di altri, che possono essere anche amici, parenti e famigliari.
La lettera riprende in 3,15 il Salmo 95, alludendo all’episodio di Numeri ai cc. 13-14, che narra l’esplorazione della terra promessa che provocò la ribellione d’Israele. La serie di domande incalzanti incatena l’attenzione degli ascoltatori della lettera: coloro che avevano vissuto le meraviglie dell’esodo dall’Egitto non credettero più che il loro Dio potesse portare a termine l’impresa di condurli fino alla terra promessa. E Dio… li lasciò morire nel deserto!
Il “riposo di Dio” ci attende (4,1-11)
L’autore si trasporta ora nella situazione dei cristiani. La terra promessa, “riposo” per le tribù ebraiche nel deserto, era anch’essa un simbolo oltre che una realtà: c’è ancora un riposo di Dio, da cui anche il cristiano può essere escluso.
La buona novella per gli Ebrei nel deserto era stata l’annuncio degli “esploratori” Giosuè e Caleb, i quali assicuravano che Israele avrebbe potuto entrare in possesso della terra promessa, sia pure combattendo; quelli che non credettero a loro morirono nel deserto (Num 14,20-24). I cristiani hanno ricevuto la buona novella del vangelo, specie l’annuncio della risurrezione di Cristo. Anche per i cristiani c’è un riposo di Dio che li attende, un riposo che ricorda quello di cui parla Gen 2,2 al termine del racconto della creazione dove si dice che al settimo giorno Dio si riposò dalle opere che aveva fatto.
È un riposo del quale parla Davide nel Salmo 95, due secoli dopo i fatti dell’Esodo, ricordando che c’è di nuovo un oggi. Per l’autore della lettera è l’oggi della salvezza cristiana che attualizza quella rappresentata dalla terra promessa per gli Israeliti del deserto. Il riposo sarà la vita felice nella visione di Dio, senza più alcuna precarietà o pericolo di perderla; una vita alla quale siamo incamminati fin d’ora, al seguito di Gesù nostra via, in una situazione che presenta non solo pericoli di qualche trasgressione, ma anche la tentazione di abbandonare tutto… la fede, la chiesa, Gesù! Preghiamo sempre che il Signore non ci abbandoni alla tentazione; e se la sentiamo talvolta, anche violenta, crediamo che il Signore vuole liberare qualche altra anima, forse debole e sprovveduta, e ci chiede di “aiutarlo” a salvare quelle anime anche soffrendo questo tipo di tentazioni. S. Teresa di Gesù Bambino ha vissuto esperienze di questo genere, e non è la sola.
Per la riflessione personale:
1) Il Salmo 8 nota la grandezza e la miseria della persona umana, soprattutto da quando il Figlio di Dio ha voluto essere uno di noi. Forse il pensiero della nostra “grandezza” potrebbe aiutare a superarci, più che non il pensiero delle nostre miserie, per vivere da figli di Dio in modo sempre più degno.
2) La partecipazione di Cristo alla nostra natura deve non solo darci forza di fronte alle nostre debolezze, ma deve attirarci d’istinto alla sua missione e andare, come lui, incontro a chi è nel bisogno di qualunque tipo, per quanto possiamo.
3) Sento e rifletto sulla preziosità del tempo che il Signore mi dà e che è tra le grazie più importanti che egli mi dona?
D. Antonio Girlanda ssp |