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VOCAZIONE, VOTI E VIRTÙ

 

Concludiamo la nostra carrellata di temi trattati da don Alberione sulle circolari dal ’58 al ’71 con la vocazione, grazia immensa per corrispondere alla quale occorre grande preghiera. I Consigli Evangelici, professati con fedeltà e generosità – uniti all’esercizio di quelle che Alberione chiama ‘piccole virtù’ – ci consentono di corrispondere con amore grande a colui che ci ha amati per primo.

La vocazione

Vi è nel mondo una doppia vocazione: una vocazione al Paradiso e una vocazione a un Paradiso speciale, cioè a un maggior grado di gloria in cielo. La vocazione al Paradiso l’hanno tutti ed è di fede: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi”. Essa importa che noi facciamo su questa terra quello che deve farsi come condizione assoluta senza la quale si è esclusi dalla salvezza.
C’è una seconda vocazione, a uno stato più elevato di gloria. L’hanno le persone che il Signore chiama alla vita consacrata. Se uno è destinato a un grado più alto di gloria, deve esercitarsi meglio nel servizio di Dio

e adempiere il dovere dei cristiani comuni, ma in modo molto più perfetto. Non solo credere, ma aver fede molto viva; non solo osservare i comandamenti, ma anche i consigli evangelici; non solo conservare lo stato di grazia, ma aumentarlo continuamente.
La vocazione non è il desiderio di vivere quieti, senza sforzo, ma è il desiderio di credere meglio, di istruirsi nelle cose sacre per conoscere di più Dio, per andare più su in Paradiso. La nostra visione in Paradiso sarà in proporzione della fede e dell’amore che avremo avuto sulla terra.
La vocazione viene da Dio: è soprannaturale perché supera la natura, è soprannaturale nella sostanza perché fa concepire dei desideri soprannaturali, nel fine perché tende alla vita eterna.
Fare professione vuol dire assumere un dovere, un impegno, fare a Dio una promessa, voler attendere alla santificazione. La vita consacrata ha un unico lavoro: lavorare costantemente per diventare più perfetti, unico grave impegno mediante l’osservanza esatta dei voti; una maggiore fede e unione con Dio, perfezionarsi ogni giorno, essere più fervorosi, obbedienti, più attenti al Signore, odiare di più il peccato veniale, escludere tutte le altre intenzioni per aderire unicamente a Dio.
Consideriamo ora l’amore che dobbiamo avere alla nostra vita di consacrazione. Amare la vita consacrata significa amare il nostro Statuto, l’Istituto.
1) Amare lo Statuto, cioè sentire che siete stati chiamati alla santificazione individuale, a tendere alla perfezione, ad aiutare le anime nella loro salvezza mediante l’apostolato.
2) Amare l’Istituto: amate i vostri incontri, amatevi tra voi e specialmente amate chi vi guida, amate le piccole pene, le croci, i sacrifici che si devono compiere: amate il vostro stato e le direttive che ricevete per viverlo in pienezza.
La vocazione è una grazia immensa e per corrispondere ad essa occorre molta preghiera. Anche quando ci pare di essere già stati molto fedeli, dobbiamo ancora sempre temere per l’avvenire. Preghiamo il Signore e la Madonna che ci diano la perseveranza. Beato chi fu sempre fedele; nel passato lo sa il Signore se abbiamo corrisposto o no alle sue grazie; intanto pensiamo a corrispondere con grande amore per l’avvenire.

Voti

Vi è una santità che si chiama evangelica, più perfetta, che si può conseguire attraverso la pratica dei santi voti o consigli evangelici: povertà, castità, obbedienza. Vi è una santità eroica che trascende il modo comune, ma si può ottenere tanto nel mondo da coloro che osservano i comandamenti, come nella vita consacrata da coloro che praticano i consigli evangelici.
Povertà. La vocazione a praticare la povertà evangelica è una chiamata a seguire Gesù più da vicino, cioè ad imitare Gesù anche in questa virtù, e una persona chiamata alla vita consacrata deve considerare come questa sia una vocazione di predilezione. Come è vissuto Gesù? La vita che si stende tra Betlemme e il Calvario è tutta una vita di povertà.
Ciò che forma la povertà non è tanto l’effetto esterno, quanto l’affetto interno, cioè la povertà di spirito, il distacco da tutto ciò che è terreno. è necessario vivere nello spirito di povertà, poiché abbiamo fatto o vogliamo fare i voti. Facciamo in modo che i voti non servano poi di accusa nel giorno del giudizio, ma siano la prova che abbiamo cercato Dio solo. La pratica della povertà consiste nel privarci dell’amministrazione libera dei beni e nel privarci di ciò che non è necessario. Mortificazione della gola, vita semplice in quanto è possibile; saperci adattare volentieri a qualche piccola privazione, conoscendo che non arriveremo mai alla povertà di Gesù.

Castità. La purezza è singolare ornamento dell’anima consacrata, perché la persona che si dona a Dio non solo vuole praticare questa virtù, ma vuole farne voto, in modo che l’intera sua vita sia consacrata a Gesù. L’anima che professa i santi voti consacra la sua vita intera al solo amor di Dio. La vita del consacrato è una professione di amore santo. Nella carità vi sono molti gradi, ma se adempiamo esattamente il precetto divino con tutta la mente, con tutta la volontà e con tutto il cuore, allora si ascende a un grado molto elevato. La professione religiosa è questa: voler ascendere a un amore molto puro, santo, ardente verso Gesù e riservare a Lui tutte le forze della mente, della volontà, del cuore e di tutto il corpo. Per consacrare a Dio tutto il nostro cuore è necessario che ci assoggettiamo a una certa disciplina, a una certa moderazione, a una certa castigatezza del modo di vivere. Una certa castigatezza e disciplina nei pensieri, una certa disciplina nei sentimenti del cuore perché esso, consacrato a Dio, non si occupi della terra o della famiglia come coloro che sono chiamati alla famiglia. Una certa castigatezza nella fantasia, che dobbiamo sempre frenare, una certa castigatezza in tutti i sensi del corpo e assolutamente negare alla nostra curiosità tutto quello che ci potrebbe mettere nell’occasione di peccare.
I mezzi positivi sono: grande amore a Gesù e alla SS. Vergine. Sì, perché noi non mortifichiamo gli affetti del cuore soltanto per rimpicciolire il nostro cuore, ma per dilatarlo nell’amore soprannaturale.

Ubbidienza. Il fare la volontà di Dio, o obbedienza, è l’osservanza dei Comandamenti, il rimetterci totalmente a Dio, fargli ossequio dicendo: sono il vostro servo, parlate e io vi ascolto. L’obbedienza è l’osservanza dello Statuto, del regolamento di vita approvato dai Superiori, l’osservanza dell’orario più che è possibile, è la sottomissione al confessore nelle cose riguardanti lo spirito, la sottomissione ai Superiori dell’Istituto, è l’adattamento a quanto dispone il Signore a nostro riguardo. È rinunciare a disporre di noi in ogni cosa, fosse anche scegliere le pratiche di pietà, le penitenze. Chi è obbediente a tutto, non ha elezioni, vuol essere tutta di Dio: nei desideri, nei pensieri, nel modo di spendere la giornata, nella compagnia di persone che Dio dispone di metterci accanto.
L’obbediente ha solo una risposta da dire: “Quello che piace al Signore; io sono indifferente”. L’obbediente è così rimesso nelle mani di Dio che non preferisce né la salute né la malattia, l’essere compreso o disprezzato, non ha preferenza per una vita lunga o breve, per un Superiore o per un altro: quello che piace al Signore.
L’obbedienza è una virtù rara: si tratta di fare la volontà di Dio rinunziando alla propria, cioè di fare al Signore l’omaggio della nostra parte migliore: riconoscere Dio come il padrone, noi come i servi; Egli il Padre, noi i figli; Egli il creatore, noi le creature. Quando una persona fa propria la volontà di Dio, le sue cose riescono, perché è Dio che opera. Noi cooperiamo con Dio, ma la parte principale la fa il Signore.

Verginità. Il programma delle anime vergini è: seguire Gesù, amare Gesù fino all’estremo, senza intermezzi di persone o di cose. L’amore a Gesù non deve solo dimostrarsi nel frequentare la Chiesa e i Sacramenti, ma in qualche altra prova più intensa, più viva e cioè col sacrificio. La verginità non è soltanto “non sposarsi”, ma è aver scelto lo Sposo divino, è concentrare tutto il cuore in Gesù. Amore che supera le prove e viene dimostrato con la vittoria sui sensi, sulle circostanze, sulle indifferenze che forse ci circondano, o sull’opposizione di chi nulla capisce o nulla sa della via che abbiamo abbracciato per santificarci. Amore che viene dimostrato con la rinuncia a un avvenire roseo. La verginità richiede che ci si renda conto delle due vie: quella del matrimonio e quella della consacrazione a Dio. Vi sono persone che non hanno avuto grandi prove nella vita, il loro amore non è stato un granché contrastato, non hanno avuto altre prospettive per fare una scelta consapevole.
La verginità deve essere vissuta e perfetta. Tale è quella che rinnega le tre concupiscenze: la concupiscenza della carne, la concupiscenza che si chiama avarizia, e la concupiscenza dell’orgoglio, quell’orgoglio che si dimostra specialmente con la poca obbedienza e con la poca carità e stima degli altri. Oltre l’obbedienza, ci vuole anche il distacco dalla famiglia. Per distacco dalla famiglia s’intende anche la verginità materiale e cioè il celibato. Verginità piena ci vuole! Si ha la verginità piena quando l’amore a Gesù è vissuto in modo che le rinunce non sono imposte, non costituiscono più un sacrificio, ma un desiderio; hanno un’attrattiva e sfociano nella volontà di piacere a Gesù. Verginità del cuore, della mente, del corpo fino all’ultimo.

Piccole virtù

Consideriamo la pazienza in quanto si riferisce specialmente alle pene che sono permesse da Dio a nostro riguardo. Le pene interne sono gli abbattimenti, gli scoraggiamenti, le aridità, gli scrupoli. Quando Gesù diede inizio alla sua passione, provò anche queste pene; quanto più un’anima è amata, tanto più deve rassomigliare a Gesù; quanto più un’anima è chiamata a un’alta santità, tanto più si distinguerà dalla pazienza con cui sopporterà le croci. Oltre alle pene interne, ci sono le pene esterne. Il Signore permette malattie, indisposizioni, dolori. Alle volte le pene esterne vengono da maldicenze, calunnie ecc. La pazienza fa i santi. Vale più un “Deo gratias!” quando si è tribolati che mille quando si è consolati. La forza di portare la croce ci viene dalla preghiera: dobbiamo quindi pregare per averla. Finché non arriviamo a capire che la santità consiste nella pazienza con cui si sopportano le croci, noi possiamo aver anche trascorso venti anni di vita consacrata senza aver capito nulla.
La semplicità è la virtù che ci fa mirare sempre e unicamente a Dio in tutti i nostri pensieri, parole e azioni. Dio è la semplicità assoluta e occorre che coloro che lo amano, acquistino questa virtù e siano semplici in tutto. Il semplice ha solo una cosa a cui pensare: cioè se quello che sta per fare piace o non piace a Dio; mentre chi non è semplice deve pensare se quella cosa piace alla tale o tal’altra persona, se acquista stima o no, se verrà giudicata bene o male ecc. Le persone semplici con una parola dicono tutto, quelle false fanno delle filastrocche che non finiscono più. Certe persone sono tenute in poco conto, ma sono molto care a Dio, perché non sanno che cosa voglia dire falsità. La semplicità è un grande segreto di pace e di merito, è la presenza di Dio in noi.
Figlia della pazienza è la dolcezza, che è una certa soavità di pensiero, di tratto e di parole. Dolcezza è sinonimo di mitezza. Gesù ha voluto proprio che lo imitassimo nella mitezza del cuore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. La dolcezza bisogna esercitarla con Dio, con noi stessi e col prossimo. Dio aspetta pazientemente; anche noi dobbiamo attendere con pazienza. A volte nell’apostolato si cura una persona e non si emenda; allora bisogna anche prendere i provvedimenti, ma prima curarla pazientemente. Pazienza con Dio, cioè in tutte quelle cose che dispone a nostro riguardo. Dolcezza con noi stessi. Vi sono persone che si arrabbiano perché sono sempre le stesse, e non pensano che quella dolcezza che dovrebbero esercitare è già il fiore della carità. Dolcezza con gli altri, specialmente con i caratteri più difficili e con chi non capisce mai. Mitezza e serenità! Siate benevoli e non rendetevi pesanti. Preghiamo Gesù, mansueto e umile di cuore, affinché faccia il nostro cuore simile al suo.

Beato Giacomo Alberione

 

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