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LETTERA AI ROMANI
(3)

 

Dopo aver proposto brevemente il tema della sua lettera (1,16-17), come abbiamo visto nel mese scorso, Paolo osserva l’umanità del suo tempo (e di ogni tempo) e ne traccia un quadro quanto mai fosco, cominciando a ritrarre a grandi linee il mondo pagano (1,18-32), specie il paganesimo greco-romano che aveva sotto gli occhi, per passare poi all’ambiente giudaico in cui era cresciuto (2,1-3,9).
Ma dobbiamo tener presenti due osservazioni di fronte alla “panoramica di vizio e di peccato” che Paolo fa del mondo pagano ed ebraico: a) anzitutto le due requisitorie contro i pagani e contro i giudei non intendono affermare che non vi siano uomini retti e onesti tra gli ebrei e tra i pagani. Si tratta di una panoramica, come si è detto, e il ragionamento di Paolo parte dall’alto. Cristo Gesù ha compiuto l’opera di redenzione per tutta l’umanità che, sia pure in modi diversi, è tutta lontana dal Dio vero; b) questo ci porta all’altra osservazione: l’intento di Paolo in queste descrizioni, sia del paganesimo che del giudaismo, dal punto di vista religioso, non è di tipo moralistico, allo scopo di sferzare e castigare certi costumi e pratiche aberranti dei popoli; il punto di vista di Paolo, apostolo di Cristo, è “teologico”: egli descrive la situazione del mondo sia pagano che giudaico, per mostrare quanto tutti abbiano bisogno di redenzione e di salvezza. Questa panoramica è la necessaria premessa.

La situazione dell’umanità pagana (1,18-32)

Nel paganesimo Paolo nota la sua lontananza dal Dio vero, che non poteva certo essere conosciuto come egli si era rivelato a Israele.

E – avendo presente probabilmente anche la Bibbia (Gen 3-11) – osserva che l’uomo, allontanandosi da Dio, perde anche il senso della sua vera dignità: da una parte diventa “insipiente” fino al ridicolo e dall’altra arriva a tutte le aberrazioni e perversioni morali, e addirittura approva queste aberrazioni. Connessa col “peccato”, Paolo parla subito dell’ira di Dio, distinta dalla giustizia di Dio. L’ira corrisponde a quella che si chiama la giustizia punitiva di Dio. Così si comprende  meglio il senso dell’espressione “giustizia di Dio” che per Paolo è la salvezza dell’uomo.
La lontananza dell’uomo da Dio, iniziata fin dalla prima ribellione, col peccato originale (Paolo ne parlerà più avanti), non è quindi un fatto naturale, ma voluto e provocato dall’uomo e che va sempre più crescendo, mano a mano che cresce l’umanità. L’uomo, dice Paolo, “soffoca la verità”: e infatti la malvagità per scatenarsi, deve soffocare, sopprimere, eliminare dalla mente e dalla cultura, dalla società, ogni idea e verità su Dio, perché “se non c’è Dio tutto è lecito” (Dostoievskj).
Certo, l’universo creato dovrebbe portare l’intelligenza dell’uomo che lo contempla e lo ammira, a concludere all’esistenza di un Dio che ha dato origine a tutto questo e quindi a riconoscere la sua onnipotenza e sapienza che ha creato le realtà meravigliose della natura mettendole a disposizione dell’uomo con una generosità infinita. Ma gli uomini, invece di adorare e ringraziare il Creatore, si cercarono e si fecero altri dèi, o tra gli animali o tra altre cose create, e la loro intelligenza divenne insipienza, stoltezza.
Ai vv. 1,24 e 26 Paolo parla di punizione, ma non accenna a pene positive scatenate dall’ira di Dio. Piuttosto vede una punizione che deriva dalla malvagità stessa: sono le conseguenze stesse della colpa la prima e reale punizione. Il rifiuto della verità su Dio, anche se conosciuto in maniera elementare – e Paolo vi insiste ripetutamente ai vv. 25.28.32 – sta all’origine di tutte le perversioni morali che egli elenca nei vv. 24-32, concludendo che gli uomini allontanatisi da Dio non solo le compiono, ma le approvano e le giustificano. E così si degradano sempre più. (Questa pagina sui “costumi” pagani lascia sconcertati; ma il nostro mondo attuale non sembra molto migliore!).

La condizione del popolo ebraico (2,1- 3,1-9)

Paolo passa ora quasi insensibilmente (2,1-11), a parlare dei suoi antichi… correligionari, degli ebrei. Egli comincia rivolgendosi a un “tu” che non appare subito come un appartenente al popolo giudaico. Si comincia a capirlo dal fatto notorio che gli ebrei giudicavano quasi istintivamente i pagani, accusandoli di tutte le malvagità già elencate da Paolo, a cominciare dal culto insensato a tanti dèi, che non frenava ma anzi attizzava tutte le passioni umane. Gli ebrei, forti della legge data a loro dall’unico vero Dio che si era rivelato solo a loro, si sentivano in grado di sapere che cosa Dio vuole dall’uomo e quindi in diritto di giudicare negativamente gli altri popoli, disprezzandoli cordialmente per la loro insipienza.
Paolo conosceva bene i giudei, specie i farisei, come era stato anche lui, pronti a giudicare e condannare gli altri (cfr. Luca 18,9-14), senza guardarsi dentro il cuore per notare la superficialità di tanti gesti religiosi, l’ipocrisia del loro comportamento denunciata già da Gesù (cfr. Mt 23,1-32), e le loro tante trasgressioni alla legge, simili a quelle condannate nei pagani, ma scusate con futili pretesti. Paolo si rivolge a un “tu”, come all’ebreo-tipo, che giudica e condanna, ritenendosi al sicuro perché appartenente al popolo di Dio. Ma Paolo ripete che Dio non ha riguardo di nessuno: valuta e giudica secondo le opere di ciascuno. E avverte a non ritenere un’impunità il fatto che Dio non punisca subito: egli sopporta con longanimità, in attesa paziente della loro conversione. Ma arriverà la giustizia imparziale di Dio per ebrei e pagani, come dice ai vv. 2,9-10, nominando espressamente “giudeo e greco”.

In Dio non c’è parzialità. – Nel seguito del c. 2 (vv. 12-16) Paolo continua a smontare le sicurezze su cui gli ebrei si basavano per sentirsi al sicuro dalla condanna, protetti dalla loro appartenenza al popolo dell’alleanza con Dio. Ma Paolo, che era stato un campione di questa mentalità, ora afferma chiaramente e senza esitazione che chi fa il male, conosca o no la legge mosaica (cioè: sia o no ebreo), avrà la sua punizione e chi compie il bene, conosca o no la legge, sarà dichiarato giusto, cioè troverà la salvezza. è l’affermazione chiara che in Dio non c’è preferenza di persone (vedi al v. 2,11).
Del resto Paolo, che conosceva bene anche il mondo pagano, in mezzo al quale compiva la sua missione, riconosce (vv. 2,14 e 15) che anche i pagani mostrano di avere una legge in se stessi, perché quando compiono il bene o il male avvertono nel loro cuore l’approvazione o la disapprovazione per ciò che hanno compiuto. è la loro coscienza che reagisce in base a questa legge posta in loro da Dio, anche se non l’ascoltano. E così ogni uomo sarà giudicato in un giudizio finale che anche Paolo annuncia, come già aveva fatto Gesù nel discorso sulla fine dei tempi (cfr. Mt 25,31-46). E Gesù che ha offerto a tutti grazia e redenzione con la sua morte, sarà il giudice di tutti.

Privilegio e responsabilità. – Dal v. 2,17 alla fine del capitolo Paolo ritorna al “tu” dell’inizio e, affronta con grande passione, il giudeo che si credeva in situazione privilegiata rispetto al pagano. Dio, infatti, si era rivelato solo al popolo ebreo, mostrando tutta la sua preferenza per esso; ma poiché esso non rispondeva a questo privilegio compiendo ciò che Dio chiedeva da lui, ecco che il privilegio diventava responsabilità e motivo di condanna anche per l’ebreo, nel giudizio di Dio. Paolo, nella foga oratoria, lascia in sospeso il pensiero esposto nei vv. 2,17-20 che si può completare così: “17Se tu ti vanti… 20…questa legge ti condannerà”. L’ultima frase del v. 2,22 è poco comprensibile per noi. Si deve ricordare che il contatto e il possesso di oggetti, anche preziosi, legati al culto dei templi pagani provocavano uno stato di impurità per gli ebrei; ma quando questi oggetti rendevano bene, allora con qualche cavillo si giustificava tutto.

Il segno della circoncisione. – La circoncisione era una pratica caratteristica dei giudei; la Bibbia ne ricorda le origini in un ordine dato da Dio ad Abramo (cfr. Gn 17,1-12). Era un segno che ricordava agli ebrei l’alleanza stabilita dal Signore fin dal tempo dei patriarchi. Questo “segno sulla carne” doveva ricordare perennemente la fedeltà all’alleanza e non crederlo una garanzia di impunità alle trasgressioni.
Paolo ricorda qui (2,29) l’ammonimento di profeti per i quali la vera circoncisione è quella del cuore (cfr. Dt 30,6; Ger 4,4; 9,24-25). Non è l’asportazione di un po’ di pelle che conta. I profeti e Paolo puntano su questo “togliere”, applicandolo a ciò che si doveva togliere dal cuore, cioè ogni tendenza cattiva che porta all’infedeltà all’alleanza. Paolo sa che ormai, nella Nuova Alleanza stabilita col sacrificio di Gesù ed aperta a tutti i popoli, questo segno non ha più alcun valore in sé. Egli aveva già scritto ai Galati: “In Cristo Gesù ormai né la circoncisione né la incirconcisione vale qualcosa, ma la fede che si attua mediante la carità” (Gal 5,6). E Paolo ha dovuto lottare nella chiesa contro i cristiani giudaizzanti che ritenevano la circoncisione ancora necessaria a tutti i convertiti.

C’è differenza tra giudei e pagani? – Stranamente Paolo risponde di sì, a questa domanda; anzi, dice che è grande (3,1). Ma poi al v. 3,9 si domanda ancora: “Abbiamo dei vantaggi (noi giudei)?” e risponde: “Niente affatto!”. Evidentemente egli intende far presente ai suoi lettori le due realtà che investono il popolo d’Israele. Da una parte, esso è il popolo eletto a cui Dio ha fatto molti benefici, rispetto ad altri popoli, come racconta la Bibbia (vedi l’Esodo e poi Giosuè). Israele si tramandava questa storia, perché era come il suo “credo” (cfr. Dt 26,5-9; Gios 24,2-13), e ricordava la fedeltà di Dio alle sue promesse. D’altra parte però, Israele si è mostrato ingrato a tanti benefici del Signore; e tuttavia ha costatato che l’infedeltà dell’uomo non ha annullato le promesse di Dio. Egli si è manifestato verace, di parola; mentre l’uomo si mostra menzognero, così che, l’infedeltà dell’uomo fa apparire ancor più evidente la gratuita fedeltà di Dio.
Paolo, però, capisce che qui può essere malcompreso: se l’infedeltà dell’uomo fa risaltare maggiormente la fedeltà di Dio, allora “facciamo il male e così ne deriverà del bene”, cioè la glorificazione della bontà e fedeltà di Dio! E Paolo era anche accusato di sostenere questa idea da chi gli era ostile (3,8). Ciò era evidentemente falso; però resta vero che tutti gli uomini, giudei e pagani, sono sotto il dominio delle tendenze malvage e del peccato. E qui Paolo non ha difficoltà a riportare vari testi della Scrittura (3,10-18), che costatano questa realtà dalla quale l’uomo non può liberarsi, perché la conoscenza della legge rende solo più evidente la conoscenza del peccato, ma non lo toglie (3,20).

Conclusione. – Dopo questa sentenza perentoria Paolo alza lo sguardo dalle miserie provocate dall’insipienza e dalla presunzione dell’uomo per fissarlo in Dio Padre che mediante il suo Figlio Gesù Cristo realizza le promesse di salvezza per giudei e pagani, perché egli è il Dio di tutti, vuole che tutti si salvino e conoscano la verità (1Tm 2,4).

Per la riflessione personale:

Come sempre, è indispensabile leggere con calma, attentamente Rom 1,18-32 e 2,1-3,20 e poi i brani più brevi come vengono segnalati.
1) Nella nostra “civiltà” occidentale si parla tanto delle sue radici cristiane, ma sembra che la mentalità più corrente sia molto vicina a quella che denuncia Paolo nel paganesimo, cioè la tendenza ad “avere, potere, godere”. Sento il bisogno di vivere la mia vita di consacrata nel mondo anche come segno e testimone del Vangelo che rimane, mentre tutto passa?
2) Sono cosciente di essere una “privilegiata” dal Signore Gesù? Ci penso qualche volta nella giornata per ringraziarlo e per superare momenti oscuri?
3) Essendo privilegiate, sentiamo la responsabilità di essere una sua presenza che trasmetta serenità e pace a chi incontriamo o che ci vive accanto?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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