Lo stile e lo spirito si manifestano in una certa arguzia di Paolo, che nella lettera tratta della vita stessa di una persona, certo Onesimo, e tuttavia riesce a trovare espressioni scherzose che si inquadrano ovviamente nel rapporto amichevole che esiste tra il mittente, Paolo, e il destinatario, Filemone.
Paolo è prigioniero a Roma, per essersi appellato al tribunale dell’imperatore, in qualità di cittadino romano, sottraendosi così alle lungaggini dei tribunali locali. Egli però non si sente prigioniero dell’imperatore romano, ma “prigioniero di Cristo”, l’unico Signore della sua vita, comunque egli la disponga.
Filemone è un cristiano, benestante della città di Colosse alla quale Paolo ha scritto una bella e importante lettera – che abbiamo appena terminato di “leggere” – ma Paolo indirizza la sua letterina anche ad Appia e Aristarco, probabilmente la moglie e il figlio, cioè a tutta la famiglia, forse anche perché l’affare che tratta riguarda tutta la famiglia; inoltre Filemone è benemerito per avere messo a disposizione della “chiesa” di Colosse la sua casa per gli incontri e riunioni liturgiche e quindi l’apostolo saluta tutta la chiesa locale.
Dicevamo altre volte che l’inizio delle lettere di Paolo è contrassegnato dalla preghiera per i destinatari, ma che questa preghiera ha anzitutto la tonalità del ringraziamento. Paolo non si stanca mai di ringraziare il Padre e il Signore Gesù per il bene che la grazia compie nelle persone che, attraverso la sua missione apostolica, credono, cioè affidano tutta la loro vita all’unico Dio e al Figlio suo Gesù, riconoscendo e accogliendo la salvezza e operando con grande amore e carità verso il prossimo, a cominciare dai fratelli e sorelle nella fede. La preghiera si sviluppa poi per chiedere al Signore che queste disposizioni di fede e carità continuino e aumentino lungo tutta la vita. Filemone con la sua famiglia doveva essere un prezioso benefattore per la chiesa, non solo per la disponibilità nell’accogliere nella sua casa le riunioni dei fratelli, ma anche per l’assistenza, l’incoraggiamento, l’unione che promuoveva tra i cristiani, di fronte alle difficoltà che alcuni creavano nella comunità, come abbiamo visto nella lettera ai Colossesi.
Paolo chiama esplicitamente fratello il caro Filemone, proprio anche per questa sua presenza benefica nella comunità, riconoscendo il bene operato da lui verso “i santi”, come chiama spesso Paolo i cristiani (v. 7).
Il “figlio” generato nelle catene
Sembra che Paolo chieda un grande favore per sé al caro Filemone, che egli aveva convertito a Cristo, probabilmente durante il suo lungo soggiorno ad Efeso, la grande città cui facevano capo le località minori dell’interno, come appunto Colosse, Laodicea, Gerapoli e altre. Il facoltoso Filemone poteva avere occasioni frequenti per recarsi a Efeso, la capitale della provincia romana cui apparteneva, che era anche un grande porto sull’Egeo. Lì con tutta probabilità incontrò e fece conoscenza con Paolo, conosciuto certamente in tutta la città, e con la conoscenza sopraggiunse l’amicizia e la proposta “cristiana” che gli fece certamente Paolo conducendolo ad abbracciare la fede in Cristo, fede che fu accolta e abbracciata anche dalla sua famiglia.
Da normale benestante, Filemone aveva nella sua casa dei servi, in realtà degli schiavi che egli “possedeva” come padrone, sui quali – secondo il diritto – aveva potestà di vita e di morte. Può darsi che qualcuno abbia seguito la scelta del padrone e si sia fatto cristiano, non lo sappiamo, anche se questo succedeva (a volte anche per interesse, per convenienza…). Comunque uno dei suoi schiavi non cristiano fuggì via dal suo padrone e naturalmente questi schiavi fuggitivi cercavano di “sparire” all’interno di qualche grande città, dove potevano rimanere nell’anonimato. Si chiamava Onesimo e riuscì ad arrivare nella Roma imperiale. E proprio nella grande città incontrò Paolo, per caso forse, o anche per averlo ricercato allo scopo di avere un punto d’appoggio, sapendo che non l’avrebbe tradito… Non sappiamo nulla dei rapporti intercorsi tra Paolo e Onesimo. Sappiamo invece che Paolo lo “tradì” a modo suo… Infatti lo rimandò al suo padrone Filemone, ma con questa letterina d’accompagnamento: ora Onesimo è suo figlio, figlio di Paolo, generato nelle catene che porta come prigioniero di Cristo, un figlio tanto più prezioso perché generato da Paolo ormai vecchio.
E Paolo trova qui anche la battuta scherzosa. Onesimo, in greco, significa “utile” e Paolo scherza col suo amico Filemone: questo schiavo non ti è stato davvero utile fuggendo da te (e forse anche derubandoti, come pare dal v. 18). Ma ora, divenuto cristiano, è utile a me e a te. Proba-bilmente poteva rendere qualche servizio a Paolo prigioniero, restando con lui a Roma. L’apostolo, però, non vuole “comandare o imporre” nulla all’amico (v. 14) e rimanda lo schiavo al padrone; ma lo rimanda come suo figlio, lo rimanda a un fratello come fratello, come un figlio che Paolo chiama “il mio cuore” (letteralmente: le mie viscere), insomma Paolo manda a Filemone la parte più preziosa di se stesso, quale è un figlio, per una madre o un padre.
Le sorprese di Cristo
È interessante notare ancora come Paolo legge gli eventi della sua vita e di quella dei suoi figli spirituali. Da quello che è accaduto egli non può che ammirare e ringraziare Dio per come sono andate le cose dal punto di vista cristiano. Qualunque fosse l’intenzione dello schiavo fuggitivo (la voglia di libertà, la rabbia contro il padrone, il lavoro faticoso impostogli…), Dio gli ha mostrato la sua benevolenza facendogli incontrare Paolo e portandolo alla fede e quindi alla salvezza. Ora ritorna a Filemone come fratello nel Signore, del quale ambedue sono a servizio. Paolo stesso glielo rimanda dicendogli che, se gli è vero amico, deve accogliere Onesimo come un altro lui stesso. E aggiunge ancora una battuta di spirito, legata al nome di Onesimo: se invece di esserti utile ti ha danneggiato in qualcosa, mettilo sul mio conto, dice Paolo, mi impegno personalmente a pagare! E poi soggiunge quasi all’orecchio: “senza dire che tu devi a me tutto te stesso”, evidentemente nel senso che Paolo ha portato Filemone a Cristo, alla salvezza, alla serenità e al senso della vita, alla gioia, lui e la sua famiglia. Paolo ha un credito immenso e impagabile presso Filemone, il quale può addebitargli qualunque conto, senza mai esaurire il credito!
La nota finale aumenta la serenità di Paolo e del suo destinatario: Paolo si rende conto che il suo processo non avrà luogo o si risolverà a suo favore, data l’inconsistenza delle eventuali accuse, per cui prega l’amico di tenergli preparato un alloggio poiché spera, anche per le preghiere della comunità di Colosse, di poterli rivedere entro non molto tempo. Paolo dice che spera di “venire restituito a loro” da Dio, come una sua grazia, così che possa ancora contribuire alla loro vita cristiana ravvivando la loro fede, speranza e carità fraterna.
Infine manda i suoi saluti alla comunità da parte dei suoi collaboratori presenti a Roma, anzitutto da parte di Epafra, l’evangelizzatore di Colosse e fiduciario di Paolo che di quella comunità conosceva solo Epafra e Filemone.
La schiavitù e la libertà cristiana
Forse di fronte al fatto che ha dato occasione alla lettera a Filemone, qualcuno si meraviglierà che Paolo, campione della libertà conquistataci da Cristo, non reagisca direttamente contro la schiavitù. Ricordiamo solo un testo della lettera ai Galati 5,1: “Per la libertà Cristo ci ha liberati; state dunque saldi e non lasciatevi sottomettere di nuovo al giogo della schiavitù”. Forse Paolo, rimandando Onesimo al suo padrone Filemone, spera che questi non solo riaccolga, per quanto fraternamente, Onesimo ancora come schiavo, ma gli conceda anche giuridicamente lo stato di uomo libero. Tanto più che Paolo è, e sa di essere, non solo un uomo giuridicamente libero, ma anche cittadino romano, che era una specie di libertà al quadrato, per così dire, dato che concedeva particolari diritti a chi godeva di questa cittadinanza.
Ma questa speranza di Paolo – se c’è nella lettera come qualcuno crede – sembra che non importasse a Paolo come cosa cui mirare principalmente nella vita dell’uomo. Egli constatava la presenza di questa condizione giuridica e sapeva che essa si concretizzava in tante forme, da quelle di un trattamento disumano a quelle di un trattamento di tutta fiducia e considerazione. Ma l’esperienza di Cristo fatta da Paolo gli ha creato la netta percezione di una liberazione tale dalla legge di cui era fanaticamente osservante e a cui era tanto legato, che ogni altra forma di “schiavitù” umana, o creata dall’uomo, gli pareva quasi insignificante. è celebre il testo di Galati 3,28: “Non esiste più né giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una persona sola in Cristo Gesù” (cfr. anche Col 3,11). Le differenze etniche, le differenze sociali, le stesse differenze naturali sbiadiscono di fronte alla realtà di appartenere a Cristo, di essere come membra del suo stesso corpo, ciascuno con la vitalità che viene da lui e con la funzione varia e complementare che valorizza le possibilità e la natura di ogni singolo membro.
Paolo esporrà nella 1Cor 12, tutto questo con una visione teologicamente fondamentale e straordinariamente incoraggiante per tutti i credenti in Cristo, qualunque sia il loro stato e condizione in questa vita. Egli sentiva in se stesso che la libertà fondamentale era quella dal proprio egoismo, dalle proprie passioni, dalle proprie colpe e peccati e che da queste schiavitù ci libera solo la grazia di Cristo. Il resto è secondario, per quanto importante.
Questa libertà interiore, che diventa anche rispetto e considerazione per coloro che mi stanno accanto, specie se sono “parte di Cristo” come me, porterà a vedere in loro altrettante membra di Cristo, che lo adorano, lo amano e sono da lui amati come me. Porterà a vedere che nessuno ha diritto di rendere proprio schiavo un suo fratello. Quanto più si diffonderà il cristianesimo tanto più scomparirà la schiavitù, almeno come istituzione giuridica e condizione sociale, senza organizzare rivolte degli schiavi che non provocarono nessun cambiamento sociale. E si esaurirono in un bagno di sangue.
Certo, non c’è da illudersi. L’uomo saprà inventare altre forme di schiavitù per i più deboli e poveri, e anche forme di schiavitù per se stesso, contro le quali è giusto e doveroso lottare (e troviamo in prima linea in queste forme di schiavitù sempre i vari D. Puglisi, D. Diana, e D. Picchi, D. Ciotti, Suor Elvira…). E tutti costoro, alcuni dei quali veri martiri, prospettano Cristo come il vero liberatore dalle schiavitù moderne, come faceva Paolo con quelle del suo tempo. A quanto pare, Cristo fa paura anche ai moderni schiavisti, se cercano di eliminare i suoi testimoni più significativi.
Per la riflessione personale:
1) Mi abituo a ringraziare il Signore per ogni situazione in cui la vita mi pone, anche quando, come Paolo, posso essere “in prigione” (per malattia, doveri di assistenza…) senza la libertà di fare il bene che vorrei?
2) Cerco di vedere in ogni situazione l’aspetto positivo, il bene che ne può derivare e prego che il Signore tragga del bene da ogni situazione, anche negativa e irregolare?
3) La libertà interiore è frutto di coscienza e di educazione cristiana, oltre che di temperamento personale, più estroverso, un po’ aggressivo. So esprimere un mio parere anche poco conforme, quando mi sembra giusto?
D. Antonio Girlanda ssp
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