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PROFESSIONALITÀ E MISSIONARIETÀ: UN BINOMIO IMPRESCINDIBILE
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Ci siamo ritrovate, come di consuetudine, all’inizio del nuovo anno per riflettere insieme sulla vita dell’Istituto alla luce del tema propostoci: “L’Annunziatina ed il sociale”, che ci vedrà impegnate in questo 2009 nello studio, nel-l’approfondimento e nello sforzo di attualizzazione. Lavoro, Stato, Famiglia, Città nel pensiero di Paolo”, che ci ha permesso di ravvivare la concezione cristiana del lavoro inteso come strumento offerto all’uomo per esprimere la sua collaborazione con Dio e per raggiungere la piena realizzazione di se stesso. |
Nei confronti dello Stato, contrariamente alla concezione demoniaca del potere presente nell’Apocalisse, si ravvisa in Paolo, è stato evidenziato, una visione improntata al lealismo e al-l’ammirazione probabilmente per le opere degne di pregio realizzate dai Romani, quali l’ampia rete stradale, le strutture militari ed amministrative. Detto riconoscimento induce l’Apostolo ad esortare i cristiani a collaborare con le istituzioni poiché è solo lavorando dall’interno della società che si ha la possibilità di favorirne il cambiamento. Don Gironi ha concluso il suo intervento ricordando che come Paolo ha predicato nelle grandi città con un grande sforzo di inculturazione da parte sua, così anche noi non dobbiamo smettere di evangelizzare queste realtà, dove tutto sembra votato all’agnosticismo. Anche don Alberione privilegiava le grandi città perché esse sono il luogo in cui Dio semina ed opera. Dopo un breve dibattito ci siamo ritrovate in Chiesa per la Celebrazione Eucaristica presieduta da Don Galaviz, che ha introdotto la sua omelia definendo l’apostolato sociale delle Annunziatine un amore operante in mezzo al popolo. Molteplici sono le possibilità di bene in questo campo purché, tuttavia, ricorrano tre condizioni: Dio si è messo al nostro livello per portare noi al suo: “O ammirabile scambio, abbiamo dato a Dio la nostra umanità e Lui ci ha dato la sua divinità. Ci ha destinati tutti al Paradiso”. Don Amorth ha così pregato: “Gesù io ti dò la mia umanità e tu in compenso la tua divinità. Io ti dò la tenda e tu mi dai il Paradiso e mi rendi vero figlio di Dio. Signore dammi la grazia di avere un immenso amore per te, di cercare di imitarti”, ed ha terminato dicendo:”Io sono vecchio, ne ho visti tanti morire più giovani di me; ciò che conta non è vivere poco o molto, ma vivere bene, essere santi”. Di grande attualità sono apparse, poi, le riflessioni che Chiara Onnis ci ha offerto, commentando la sua relazione – che era il cuore del Convegno – dal titolo: “Apostolato nel Sociale. Secolarità nella chiesa e in don Alberione”, in cui, innanzitutto, si evidenzia che l’inserimento nel sociale può avere unicamente una molla: l’a-more per l’uomo. Solo, infatti, chi nutre questa passione accoglie “la possente e tragica invocazione ad essere evangelizzato che sale dal mondo moderno” (Relazione pag. 19) In questa ottica si inseriscono anche le esortazioni di Papa Benedetto XVI di “tornare ad essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica” per “cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”. Le elaborazioni teoriche per quanto ricche ed appassionanti devono, tuttavia, coniugarsi con un’attenta analisi della realtà, che Chiara non ha esitato a proporre, esponendosi in prima persona: “Vedo una chiesa un po’ “rattristata” per la scarsa presenza di tanti credenti, fedeli laici, poco interessati a ciò che riguarda i problemi della società e ancor meno impegnati, forse perché immersi per lo più in un’osservazione un po’ circoscritta della realtà e fanno fatica a spaziare oltre le mura domestiche, del proprio lavoro, della propria città o paese, della propria parrocchia” (ibidem pag. 25). E riportando la dottrina sociale della Chiesa, Chiara evidenzia che “non è più possibile lasciare il credente rannicchiato entro un puro ambito spirituale-intimistico; egli è chiamato a presentarsi spiritualmente profetico” (ibidem pag. 35). Don Alberione, parimenti, esortava, ci ricorda Chiara, a non vergognarsi di servire Dio e l’uomo, ad avere una maternità grande perché con la consacrazione lo spirito materno viene elevato. La persona consacrata nel mondo non può rinchiudersi all’interno della propria famiglia perché ha una famiglia più grande di anime a cui deve pensare, per questo mirerà “un po’ a tutti gli apostolati”. Da qui l’invito a leggere i quotidiani al fine di formarci un’opinione ed essere pienamente inserite nella storia con quell’autorevolezza che ci viene data dalla Parola, riscoprendo la nostra chiamata a lavorare per far penetrare il lievito del cristianesimo nella vita sociale e culturale. “La vita civile non è qualcosa che riguarda gli altri; è la civitas, la città terrena in cui noi viviamo ed operiamo” (ibidem pag. 60). Il terzo giorno don Silvio Sassi, Superiore Generale, facendo riferimento al nostro stile di vita, ha sottolineato che esso nel suo anonimato diventa interrogativo per gli altri, senza parlare di Dio. “La professionalità – ha continuato – cioè fare con competenza la missione scelta, è già segno di impegno nella santità... Quando sentiamo parlare di amore di Dio, questa Parola rimbalza nelle nostre assemblee con un ringraziamento per la fede ricevuta, con la certezza di poter migliorare, con il conforto che la nostra vita non è sciupata quando nell’anonimato può diventare strumento missionario. Siete missionarie con la vostra professionalità”. Don Sassi ci ha invitato ad avere uno sguardo soprannaturale per vedere la nostra identità all’interno del progetto del Fondatore, che ha voluto la Famiglia Paolina mobilitando tutti gli stati di vita presenti nella Chiesa. Occorre amare la Famiglia Paolina con la convinzione che c’è un aiuto reciproco, anche se non evidente; dobbiamo avere coscienza della convergenza dei nostri apostolati: “La Famiglia Paolina è San Paolo vivo oggi in un corpo sociale”. “Ciascun ramo della Famiglia viva bene la propria identità, senza, tuttavia, dimenticare di essere inserito in una Famiglia. L’anno paolino deve aiutarci ad approfondire questo senso di Famiglia. Approfondire San Paolo significa approfondire il carisma paolino; più lo studiamo più comprendiamo la nostra vocazione nella Chiesa. Siamo una convergenza di diversità, ognuno con la propria identità; non ci sono paolini di serie A o B”. Noi che viviamo la nostra consacrazione nel mondo, ha continuato, abbiamo la caratteristica di ricordare alla Famiglia Paolina la ricchezza abbondante della laicità, intesa come storicità; siamo “la campanella che dice alla Famiglia Paolina: il mondo è questo, non sognate!” perché la redenzione va sempre applicata alla storia che passa. Infine, approfondendo il pensiero espresso inizialmente sulla nostra professionalità, così ha concluso: “Si può essere cristiani e professionisti, non c’è professionalità in contrasto con il cristianesimo”. I lavori di assemblea sono proseguiti con la sintesi dei suggerimenti emersi nei lavori di gruppo e nella plenaria del giorno precedente, in un elenco di proposte concrete che coinvolgeranno tutte le sorelle, in vista di un cammino di crescita nel sociale da vivere sia personalmente che a livello di gruppo. Don Vito ha presentato, poi, la Relazione annuale a tutta l’assemblea, seguita da un breve dibattito. Ringraziamo, vivamente, il Signore per questo ampio respiro sociale che il convegno ci ha offerto nell’anno paolino, grazie sia al lavoro di Chiara e alla condivisione della sua ricca esperienza di vita, fatta con la semplicità e la passione per il bene comune che la contraddistinguono, sia agli interventi dei diversi sacerdoti paolini presenti, che ci hanno regalato spunti di riflessione particolarmente attuali. Riprendiamo il cammino con la conferma del nostro giusto operare all’interno della storia, in verità e con professionalità. Carmela P. |
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