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LETTERA AI ROMANI
(5)
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Coloro che hanno accolto Cristo come Figlio di Dio e Salvatore, mediante la fede e il battesimo, sono come trasferiti in un’altra vita. Nei cc. 5-7 della sua lettera ai Romani Paolo descrive, anche in modo drammatico, come il cristiano, assimilato a Cristo morto e risorto, è liberato dal peccato, a cominciare da quello originale, è liberato dalla morte provocata dal peccato, ed è liberato dalla legge che stimola e spinge l’uomo a trasgressioni peccaminose. Qui ci limitiamo a “leggere” i cc. 5-6 in cui Paolo fissa l’attenzione sulla liberazione dal peccato e dalla morte. L’invito di Paolo a “gloriarsi” (5,1-11) Prima dell’incontro con Cristo, Paolo era fiero e si gloriava di essere ebreo, figlio di Abramo, appartenente al popolo eletto, come dice nella lettera ai Filippesi 3,5-6, dove ci presenta la sua carta di identità, alla quale però aggiunge che tutto ciò che nel giudaismo rappresentava motivo di vanto e di gloria, lo giudica inutile, anzi una perdita, roba da buttare tra i rifiuti, rispetto alla conoscenza di Cristo e alla grazia che gli è venuta da lui. Nei vv. 5,1-11 Paolo sembra dirci che, se si gloriava e si vantava di ciò che egli era nel giudaismo, tanto più ora ha ragione – lui e ogni cristiano – di vantarsi e di gloriarsi per ciò che Dio gli ha rivelato e donato mediante la fede in Cristo. Non si tratta certo di orgoglio; in realtà è un atto che riconosce tutta la povertà della sua condizione umana che la fede in Cristo rende manifesta e che porta a |
riconoscere quanto è grande l’amore di Dio per l’uomo se ha voluto manifestarsi a lui donandogli il Figlio suo come salvatore. È questa la realtà di cui Paolo ora vive e il suo gloriarsi di ciò che è diventato, proprio perché non è opera sua, è un atto di umiltà, cioè di verità, è un atto che ringrazia e glorifica Dio che lo accoglie come figlio, ad immagine di Cristo.
Perciò questo vantarsi porta a vivere coerentemente, con coraggio come ha vissuto e ha insegnato Gesù, e con la serenità interiore di chi sa di camminare sulla via giusta, qualunque cosa avvenga in questa vita incerta e insicura, ma illuminata dalla speranza che non delude (5,4-5) perché basata sull’amore di Dio che è lo Spirito Santo presente in noi. Noi potremmo meravigliarci che Dio ci tenga a salvare quella umanità descritta nei primi capitoli della lettera (ricordate Rom 1,18-3,20). Il fatto è che egli vuole salvare l’opera sua, quella che egli ha creato. Noi in quei capitoli, e anche qui, leggiamo di uomini empi, peccatori, ingiusti, nemici… Ma questi “titoli” non rappresentano l’opera di Dio, non sono la sostanza del-l’uomo e della donna creati da Dio a sua immagine e somiglianza (Genesi 1,27). Dio vede in noi l’opera sua deturpata e deformata dal peccato e vuole salvarla eliminando ciò che la deturpa e la deforma, il peccato, appunto, ogni peccato che – come il primo – è sempre negazione di fiducia, di amore e di obbedienza a Dio che ha mostrato il suo amore per l’uomo donandogli tutto ciò che aveva creato. Per questo Paolo dice che “ora Dio dà prova del suo amore per noi nel fatto che, mentre ancora eravamo peccatori, Cristo morì per noi” (5,8), e con ragione conclude: “tanto più, ora che siamo già riconciliati”, in pace con lui, Dio ci donerà la salvezza definitiva a cui siamo destinati, che ci rende partecipi della vita di Cristo risorto (5,10). I due “capostipiti”: Adamo e Cristo (5,12-21) Nella prima parte del c. 5 Paolo parla di Cristo, dono del Padre per la salvezza di tutti. Questa realtà e questo rapporto uno-tutti nel-l’ambito della salvezza illumina nella riflessione di Paolo, la realtà simile e opposta, cioè il rapporto uno-tutti nell’ambito della perdizione. Ciascuno di noi fa parte di un tutto; nessuno è autonomo e isolato e lo sperimentiamo fin dalla nascita: proveniamo da determinati genitori, cresciamo in una famiglia, in un ambiente e territorio che ha una sua lingua, abitudini e tradizioni. Ci sentiamo appartenenti a un determinato “nucleo umano” e lo sperimentiamo anche più direttamente nel nostro tempo in cui veniamo facilmente a contatto con tante persone che provengono da altri ambienti e culture. Il battesimo genera la vita cristiana (6,1-14) Il c. 6 – che ha come punto di riferimento principale il battesimo cristiano e il suo contenuto – si articola in due parti che iniziano in modo simile con una domanda “retorica”, che ha come risposta immediata e ovvia: “Non sia mai detto!”. L’impegno morale nel cristiano (6,15-23) Come dicevamo, Paolo riprende il suo discorso con una domanda simile a quella del v. 6,1. Aveva accennato che i figli di Dio, i battezzati e credenti in Cristo, non sono sotto la legge, ma sono liberi da essa, per cui si domanda: ma allora, se non siamo più sotto la legge, possiamo fare tutto ciò che vogliamo, anche ciò che la legge proibisce? Dovremmo peccare perché viviamo in un regime di libertà e di grazia e non di una legalità fissa, precisa? “Non sia mai detto!”. Paolo ha in mente l’ambiente familiare nella sua versione ideale, dove l’amore dei genitori e dei figli crea un ambiente in cui la “legge” non ha senso, perché ognuno manifesta l’amore verso l’altro in maniera spontanea, affettuosa, gioiosa, e fa con tutta naturalezza ciò che è gradito al-l’altro o ciò di cui ha bisogno… In questo senso noi cristiani, famiglia di Dio, non siamo sotto una legge quanto più entriamo in questo clima familiare… che dovrebbe essere quello delle nostre “piccole” comunità… Ma le comunità parrocchiali sono già troppo grandi per instaurare un clima di questo genere! Conosciamo i vari movimenti, gruppi, associazioni e Istituti religiosi laicali, come il nostro, che riscuotono notevole successo nella Chiesa…, anche per il clima familiare che riescono a stabilire tra i loro componenti, un clima di cui tutti sentiamo il bisogno. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Sono capace di “vantarmi” come Paolo, per quello che Gesù ha fatto di me, per la fiducia che mi ha dimostrato, al di là di ogni mio merito? 2) Paolo in Rom 5,12-21 rende esplicita una verità che non emerge dall’AT, anche se ha le radici in Genesi 1-3: la solidarietà che lega il genere umano, e anche tutto il creato, nel bene e nel male. L’offerta della propria vita a Cristo con la preghiera e la sofferenza per il genere umano di cui siamo parte, fa parte della nostra vocazione. 3) La mia appartenenza a Cristo come persona particolarmente consacrata, mi dona serenità, o mi crea angoscia per la mia inadeguatezza, difetti o altro? D. Antonio Girlanda ssp |
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