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Lettera ai Colossesi
(6)
Studio

 



Concludiamo con questo numero la lettura della bella lettera di Paolo ai Colossesi 3,18-4,18, nella quale ci sorprende ancora la spontaneità e familiarità che egli dimostra per una comunità che non conosce direttamente, ma che sente sua.
Epafra, il coraggioso annunciatore del vangelo di Gesù, ha dato vita a questa comunità cristiana senza il supporto diretto di Paolo, che comunque lo aveva inviato o comunque aveva approvato il suo progetto. Paolo lo seguiva paternamente, sia pure da lontano sin da quando era impegnato nella grande città di Efeso e, attraverso amici cristiani, poteva avere possibili contatti con Colosse.


Alla fine di questa lettera, come in quella  molto simile agli Efesini, Paolo dà alcune norme pratiche alle varie categorie di persone, norme che però nella lettera agli Efesini sono più sviluppate: lo vediamo anche solo contando i versetti: qui 9 vv. (3,18 - 4,1), in Efesini 22 (5,21 - 6,9). A queste norme o esortazioni seguono i saluti di Paolo e dei collaboratori che sono con lui, alla comunità e ad alcuni cristiani che Paolo conosce personalmente. Possiamo così dividere la nostra lettura in due momenti: 1) norme di comportamento per le categorie di persone che abitualmente componevano le famiglie (3,18 - 4,6); 2) notizie e saluti (4,7-18).

1) Il comportamento cristiano in famiglia (3,18- 4,6)

Paolo inizia volgendo la sua attenzione alla coppia. In generale è bene tener presente che Paolo non cerca di sconvolgere le situazioni e abitudini mentali del suo tempo e della società in cui vivono lui e le sue comunità cristiane; egli cerca di inculcare la visuale cristiana nei rapporti tra persone che sono tutte membra di un unico corpo che è la chiesa e figli di uno stesso Padre. Secondo la mentalità comune, l’uomo, nella sua casa, è marito, padre e padrone, e fa soprattutto il padrone, anche con la moglie e i figli.
La donna, pur soggetta al marito, deve esserlo “nel Signore” – qui forse Paolo ha in mente l’immagine capo-corpo con cui configura i rapporti tra Cristo e la Chiesa – infatti, aggiunge subito ai mariti di amare le mogli. Anche se l’aspetto della soggezione appare in primo piano, questa non sarà mai indisponente e oppressiva se gli sposi cristiani si amano come Cristo ha amato la chiesa fino a dare la propria vita per essa. Questo atteggiamento non è “naturale” sempre e per tutti, per questo Paolo lo raccomanda agli sposi cristiani.
L’obbedienza dei figli è un motivo ricorrente e abituale, anche presso i pedagoghi non cristiani. Ma anche qui l’atteggiamento cristiano non è solo rivolto ai figli, non richiede solo a loro l’obbedienza, come diceva già il decalogo mosaico (Es 20,12; Lev 19,3); nella famiglia cristiana questa obbedienza suppone la cura da parte dei genitori di formare nei figli dei buoni cristiani, con la parola e soprattutto con la loro vita: per questo l’obbedienza è gradita al Signore, infatti essa gli dona dei figli a immagine del suo figlio Gesù.

I padri devono avere o acquisire la saggezza di promuovere e sviluppare le capacità e doti dei figli e se bisogna correggerli, questo va fatto con misura, senza ira o rabbia, soprattutto senza alcun disprezzo; sono reazioni che possono ingenerare ribellione e odio soprattutto nell’eta evolutiva, oppure complessi di inferiorità; in ogni caso, con conseguenze deleterie, a volte anche per tutta la vita. È anche vero che i genitori non devono sempre difendere i figli, soprattutto di fronte a educatori e insegnanti, come sacerdoti o professori.
L’esortazione agli schiavi cristiani è più sviluppata. Può meravigliare che Paolo non spenda una parola sulla condizione degli schiavi e sulla schiavitù in genere. Paolo non vuole sovvertire l’ordine costituito: l’annuncio cristiano, la coscienza che i cristiani anzitutto sono tutti fratelli in Cristo, tutti salvati dal suo sacrificio, tutti capaci di accogliere la sua grazia che li fa tutti figli di Dio, cambierà gradualmente la mentalità, il pensiero e il cuore, e il cristianesimo diffuso nel mondo antico porterà alla scomparsa della schiavitù, cosa che non era riuscita a fare nessuna rivolta degli schiavi (famosa è rimasta quella capeggiata da Spartaco).
Paolo, comunque, qui raccomanda che l’obbedienza degli schiavi cristiani sia cristiana: correttezza e lealtà nel compiere i servizi comandati anche quando il padrone non è presente, con la coscienza che un servizio compiuto così onora il Signore per il quale si compie il proprio dovere ed egli ricompenserà ciò che si fa con il suo timore, cioè col timore di offenderlo nel proprio comportamento. Anche coloro che come stato civile sono schiavi, sono liberi e responsabili di fronte al Signore che giudicherà senza preferenze e senza riguardi schiavi e padroni, perché se gli schiavi sono liberi, anche i padroni hanno un Padrone che li vede e li giudica; perciò anche i padroni devono provvedere e dare ai loro schiavi quanto è giusto e onesto (4,1).
Dopo le brevi norme ai componenti della famiglia, Paolo torna alle esortazioni generali alla comunità, tanto che qualche studioso pensa che i versetti 3,18-4,1 siano un inserimento posteriore alla stesura primitiva della lettera; infatti si potrebbe “saltare” da 3,17 a 4,2 senza accorgersene, dato che il discorso di Paolo continua sulla preghiera di ringraziamento. Questa dimensione della preghiera è per Paolo come l’atmosfera spirituale, in cui deve vivere il cristiano, cosciente della grazia di essere sempre in rapporto con Cristo come parte del suo corpo. La vigilanza è l’attenzione alle situazioni della vita per scegliere ciò che è gradito a Dio e conforme alla fede cristiana, cioè al comportamento indicato da Gesù nel Vangelo.
La preghiera, anche se personale, non deve mai perdere di vista che ogni cristiano è sempre membro di Cristo e quindi deve abbracciare anzitutto la comunità di cui fa parte con i suoi responsabili. Per questo Paolo chiede l’aiuto e il sostegno della preghiera per poter compiere il suo ministero di apostolo di Cristo: “che Dio mi apra una porta”, dice egli con una frase che usa anche altre volte (cfr. 1Cor 16,9; 2Cor 2,12), per indicare le condizioni favorevoli all’annuncio del “mistero”, cioè della salvezza mediante Cristo, che deve arrivare a tutti. Paolo è prigioniero, proprio perché ha annunciato Cristo e il suo vangelo.
Ma questo annuncio del vangelo non deve essere pensato come impegno esclusivo degli apostoli e di coloro che Cristo chiama ad associarsi a loro. Il comportamento saggio e accogliente dei cristiani verso tutti senza distinzione è la prima condizione per creare stima e simpatia verso Gesù e i suoi seguaci, noi diremmo verso il cristianesimo (allora non esisteva questa parola), e quindi creare occasioni opportune per un interessamento che orienti e porti altre persone a Cristo e alla salvezza. Forse Paolo pensava – anche se non c’erano ancora i vangeli scritti – a quella parola di Gesù che raccomandava ai suoi seguaci di compiere le opere buone così che tutti le vedano e diano gloria a Dio (Mt 5,16); così potranno essere sale e luce per gli uomini.

2) Notizie e saluti (4,7-18)

Siamo all’ultima pagina della nostra lettera e Paolo nomina ora tante persone, per far sentire a tutti di formare insieme una sola famiglia nella conoscenza e nell’affetto reciproco. La conoscenza di Cristo, l’amore per lui che ha donato tutto se stesso per ciascuno di noi, non devono lasciarci nella nostra solitudine e isolamento, ma radunarci attorno a lui e avvicinarci tra noi così da fare di noi non solo una comunità, una famiglia, ma addirittura un unico corpo. Tutto questo deve sostenerci nei nostri rapporti vicendevoli, anche quando si fanno difficili, sapendo che è sempre possibile, con la sua grazia, avere la pazienza e la carità necessarie. Il pregare insieme sembra la migliore condizione per questa grazia, a cominciare dalla famiglia naturale cui si appartiene.
Paolo ricorda anzitutto i collaboratori che più sono impegnati nella comunità di Colosse, Tichico e Onesimo, che torneranno portando la lettera e le informazioni che riguardano la situazione di Paolo. Onesimo è molto probabilmente lo stesso personaggio che ha dato occasione alla lettera a Filemone.
Gli altri compagni e collaboratori di Paolo, mandano attraverso questa lettera i loro saluti ai cristiani di Colosse e in particolare a persone che nella comunità compiono qualche servizio.
Aristarco ha seguito Paolo prigioniero, condotto a Roma in catene (At 27,2) e resta con lui. Marco è l’evangelista, parente di Barnaba, che dopo la separazione (cfr. Atti 15,37-39) un po’ burrascosa si è riunito a Paolo. Di Gesù detto il Giusto non sappiamo nulla; è questa l’unica volta che viene nominato nel NT. Sono tre cristiani di origine ebraica, come Paolo, che lo hanno sostenuto nelle difficoltà della sua missione.
Epafra è il discepolo di Paolo che ha annunciato il vangelo a Colosse e vi ha fondato la comunità cristiana come ha fatto nelle località vicine di Laodicea e Gerapoli. Egli “lotta”, dice Paolo, per le vostre comunità con la preghiera, l’arma che ottiene da Dio le grazie della fedeltà e della perseveranza nella fede e nella vita cristiana. Luca, l’autore del 3° vangelo e degli Atti, è il compagno discreto e l’attento osservatore di Paolo e della sua vita di apostolo, che egli ha descritto negli Atti degli Apostoli (oltre metà del libro è dedicato a Paolo e alla sua missione). Qui è detto solo “il caro medico”, che molto probabilmente ha potuto dare a Paolo assistenza e qualche sollievo nei malanni e indisposizioni fisiche che Paolo con la sua vita intensa e sempre in movimento, si procurava! Dema è ricordato con Luca anche alla fine della lettera a Filemone. Paolo e amici mandano a salutare Ninfa, la persona che a Laodicea metteva la sua casa a disposizione per gli incontri della comunità. Si tratta certo di persona benestante, se aveva una casa capace di accogliere molte persone.
È interessante (v. 4,16) la raccomandazione ai responsabili delle varie comunità di scambiarsi le lettere di Paolo: egli sapeva che quanto aveva scritto ai Colossesi erano cose importanti e valevoli anche per le comunità vicine. Tra l’altro, in questo modo aumentavano le copie circolanti delle lettere paoline con una maggiore possibilità di conservarle e trasmetterle. Paolo con le sue lettere evangelizzava e istruiva nella fede e nella vita cristiana i suoi fedeli e quindi raccomandava che esse circolassero nelle varie comunità. Lo scritto con lui è diventato mezzo di evangelizzazione oltre la parola. Paolo è il primo che lo ha usato e tra i suoi discepoli vi sono due evangelisti (Marco e Luca) che coi loro scritti continuano a evangelizzare la Chiesa e il mondo.
Don Alberione ha visto in Paolo non solo l’apostolo evangelizzatore “come” gli altri, ma lo scrittore che evangelizza anche con le sue intramontabili lettere, un mezzo che solo saltuariamente hanno usato anche altri apostoli, come Pietro, Giacomo, Giuda, Giovanni. Le lettere di costoro sono dette “cattoliche” perché non indirizzate a una comunità, ma ai cristiani in generale.
Archippo è molto probabilmente il figlio di Filemone e Appia, al quale è stato affidato qualche servizio per la comunità che non viene precisato. Forse doveva sostituire Epafra dopo la sua partenza per raggiungere Paolo a Roma.
Paolo traccia alla fine poche parole di sua mano. L’ultima frase è commossa: il ricordo delle sue catene deve alimentare non solo la preghiera della comunità per lui (cfr. 4,2-4), ma anche la fedeltà a Cristo, la cosa che più sta a cuore all’apostolo, che porta sempre i suoi fedeli nella mente e nel cuore, oltre che nella preghiera. L’affetto che lega l’apostolo, i suoi collaboratori e i fedeli è una garanzia, uno stimolo e un reciproco sostegno all’unione, alla perseveranza e alla fedeltà a Cristo fino alla morte, nonostante le prove e le sofferenze. Tutto con la grazia di Dio: è l’augurio finale.

Per la riflessione personale:

1) Nei miei rapporti col gruppo sono portata ad apprezzare tutte le sorelle o sono portata a vedere più i lati negativi?

2) Sono attenta alle sorelle in difficoltà per aiutarle anzitutto con la mia preghiera insistente al Signore?

3) In famiglia, e in genere con i parenti e vicini, sono disponibile all’aiuto per quanto posso, anche se talvolta ne approfittano…?

D. Antonio Girlanda ssp

 

 

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