Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

LETTERA AI ROMANI
(4)

 

I tempi nuovi (Rom 3,21-31)

La descrizione dell’umanità (pagana ed ebraica) sotto il dominio del peccato, fatta da Paolo, mostra quanto essa abbia bisogno, tutta, di salvezza. Dopo di che, egli espone l’opera di Dio che viene incontro all’uomo per salvarlo.
Ma ora, a prescindere dalla legge, la giustizia di Dio si è rivelata…” (3,21). Il linguaggiodi Paolo dà la sensazione che nel mondo sia intervenutoun radicale cambiamento, un capovolgimentodella situazione umana: ora con lavenuta di Gesù Cristo le cose non sono più comeprima, perché con lui si è manifestata “la giustiziadi Dio”, e continua a manifestarsi (secondo ilvalore del verbo greco, che indica un’azionecompiuta, ma che continua a produrre i suoi effetti). Abbiamo già visto che Paolo chiama “giustizia”
questo intervento di Dio perché pienamente conforme alle promesse fatte nell’AT, “nella legge e nei profeti”: Dio è giusto perché promette e mantiene la sua parola. Qui Paolo non indica dei passi precisi, ma egli, ottimo conoscitore della Bibbia, poteva avere in mente annunci profetici come quelli di Isaia 7-12
sull’Emmanuele, “il Dio con noi”, oppure i canti del Servo di Jhwh, specie Isaia 53, che presenta un misterioso personaggio, creduto “percosso e umiliato” da Dio, mentre egli si era offerto per i suoi fratelli e aveva ottenuto loro la grazia della salvezza. Ma per Paolo, dopo che ha conosciuto il Cristo, tutto l’AT, specialmente i profeti e i Salmi messianici, tende al futuro, al NT, come il NT tende al suo compimento finale.

La fede e la giustificazione (3,21)

Paolo annota subito che il cambiamento è avvenuto al di fuori della legge, cioè indipendentemente dalla legge fissata nella Bibbia, nell’osservanza della quale l’ebreo poneva la sua fiducia di essere a posto con Dio e quindi di salvarsi con le sue opere. Ma è ormai superato il tempo in cui il popolo ebraico si considerava il solo popolo eletto: esso ora lo sarà insieme a tutti gli altri popoli chiamati alla salvezza, perché tutta l’umanità è composta di figli di Dio, tutti uguali di fronte a lui. Paolo insiste sul “tutti” (vv. 3,22s): “la giustizia di Dio è per tutti coloro che credono… perché tutti infatti peccarono”.
E Paolo ha avuto la missione di annunciare anche ai pagani Gesù e il Vangelo, superando qualche pregiudizio dentro la chiesa tutta giudaica agli inizi, cosicché tutti coloro, ebrei e pagani, che accoglievano Gesù come il salvatore, si sentissero fratelli al di sopra di ogni differenza: tutti peccatori, tutti salvati, perché tutti figli di Dio, tutti creati a sua immagine fin dalla prima coppia (Gen 1,27). L’unica condizione per la salvezza è, per tutti, la fede in Gesù, Figlio di Dio, fattosi uomo come noi, morto in croce e risorto, per tutti.
Paolo dice che “tutti sono privi della gloria di Dio” (3,23). Nella Bibbia essa indica una manifestazione straordinaria di Dio, e quindi una sua presenza, che interviene per salvare il suo popolo in situazioni critiche e che provoca lode e ringraziamento a Dio. Nell’uomo, prima del peccato, essa era presente e risplendeva nella prima coppia; ma dopo il peccato essa si è come “oscurata”, allontanata, e tutta l’umanità sprofondò nelle tenebre del peccato, come Paolo ha già descritto. Dio però intende recuperare la sua immagine e far risplendere ancor più in essa la sua gloria.
E poiché l’uomo non potrebbe mai tornare a Dio, anche osservando i precetti della sua legge, Gesù, il Dio con noi, è venuto tra noi a prenderci per portarci al Padre come suoi figli, dopo averci meritato la partecipazione alla sua vita divina. Unica condizione è la fede in lui che può farlo e lo fa. La nostra salvezza sarà completa quando anche il nostro corpo “sarà pienamente redento” (8,23), cioè sarà risorto e trasfigurato come quello di Gesù. Allora saremo avvolti nella luce della gloria di Dio.

La redenzione, il sangue, il “propiziatorio”
(3,24-25)

Paolo ci dice che veniamo “giustificati gratuitamente”, mediante la redenzione (3,24) che Gesù ha compiuto. Chi sa un po’ di latino, si rende conto che “redimere” significa “ricomprare” o anche “riscattare”; è un termine commerciale che indica procurarsi qualcosa sborsando un prezzo.
Si tratta di un’immagine per dire che a Gesù, il redentore, noi siamo costati. A noi invece Dio chiede solo di credere a lui e al suo amore di padre. Gesù ha offerto tutto se stesso e tutta la sua vita, non solo la morte, con tutto l’amore e la filiale obbedienza verso il Padre, ridonando così al Padre ciò che l’umanità fin dal primo uomo gli aveva negato: l’amore, la fiducia, l’obbedienza.
In Gesù questi atteggiamenti non son venuti meno neppure di fronte alla passione con tutte le sue crudeltà, né alla morte di croce. Il Padre risponderà con la risurrezione, cioè non sottraendolo alla morte fisica per una vita che sarebbe comunque stata mortale, ma donandogli una vita e una condizione “divina”, una vita al di fuori di ogni pericolo e precarietà. Credendo in Gesù Redentore, noi crediamo di arrivare a questa vita. Il sangue di Gesù appare quindi come il prezzo del nostro riscatto, ma più che un prezzo è il segno del suo amore a tutta prova per noi.
Qui Paolo ricorre a un’altra immagine, legata a un oggetto dell’antico culto ebraico, e dice che Gesù è stato ed è per noi come “il propiziatorio” (3,25), in ebraico “kappòret”. Con questa parola gli ebrei indicavano il coperchio dell’arca dell’alleanza, custodita nel tempio di Gerusalemme, nel luogo chiamato “Santo dei santi”, cioè “luogo santissimo”. Questo coperchio, costituito da una lastra d’oro, era ritenuto come il trono di Dio, il luogo della sua presenza tra il suo popolo, ed era sormontata da due angeli adoranti. Nel Santo dei santi poteva entrare solo il sommo sacerdote, una volta all’anno, nel giorno dell’espiazione (detto “yom kippùr”), portando il sangue dei sacrifici offerti a Dio.
Con questo sangue egli aspergeva il propiziatorio e Dio lo accoglieva come espiazione dei peccati di tutto il popolo. Era il giorno più solenne dell’anno (vedi Levitico 16).
Paolo quindi presenta Gesù sulla croce, ricoperto del suo sangue, come il vero propiziatorio in cui si stabilisce la nuova alleanza, in cui vengono perdonati i peccati di quanti credono in lui e che il Padre accoglie come suoi figli, a qualunque stirpe appartengano. Nella morte in croce di Gesù che offre alla vista del mondo il suo corpo insanguinato, Paolo vede la vera grande liturgia del mondo per l’espiazione del peccato, l’unica liturgia che estende i suoi effetti a tutti i tempi e a tutti gli uomini compresi quelli del tempo passato, che Paolo chiama “il tempo della pazienza di Dio”. Anche in passato il perdono di Dio avveniva in vista del sacrificio di Cristo, come al presente avviene per tutti coloro che credono in Cristo (vv. 3,25-26).
Nei vv. 3,27-31 Paolo diventa un po’ polemico contro certi cristiani legati ancora al giudaismo e all’idea di imporre la legge mosaica a tutti i credenti in Cristo. Paolo ha già detto che non vi sono opere, per quanto comandate da Dio, che ci fanno arrivare alla vera vita all’infuori della fede in lui. La fede non elimina certo la legge, ma nella nuova condizione di figli, redenti dalla grazia di Dio, osservare i comandamenti del Padre che ci salva, sarà l’espressione della vita nuova e della fede autentica.

L’esempio del nostro padre Abramo (Rom 4,1-25)

A questo punto Paolo riflette sugli inizi dellastoria di Dio col suo popolo, avviata con Abramo, un uomo che era un pagano, originario della città di Ur nella bassa Mesopotamia (attuale Iraq). Egli è vissuto probabilmente tra il sec. 18° e il 17° a.C., e non aveva alcun merito particolare per cui Dio dovesse rivolgersi a lui. Paolo si richiama ad Abramo, capostipite del popolo ebreo e personaggio esemplare per il rapporto di ogni ebreo con Dio, per dimostrare che la giustificazione in base alla fede ha nella Scrittura, e proprio in Abramo, l’esempio più convincente. Abramo è “nostro padre secondo la carne” dice Paolo, che si sente autentico israelita. E proprio di Abramo la Scrittura dice che non fu giustificato, cioè non divenne gradito a Dio, per le sue opere buone; non erano queste il suo “vanto dinanzi a Dio”. La Bibbia dice che egli ha creduto alla parola di Dio (Gen 15,5), per quanto incredibile per lui (Gen 5,18-21), e questa fede lo ha collocato nella posizione giusta dinanzi a Dio che lo ha approvato, lo ha “giustificato” (Gn 15,6).
La fede infatti non è un’opera da compiere; essa è solo la disponibilità del cuore ad accogliere quanto Dio ha detto e promesso. Continuando la lettura della Bibbia, Paolo nota che solo dopo l’atto di fede in Dio, Abramo riceve l’ordine di compiere un’opera, praticare la circoncisione, come segno dell’alleanza, pratica che egli esegue e che entrerà nell’uso ebraico (Gn 17,10s).

La legge e la fede

La fede di Abramo e la sua giustificazione sono quindi precedenti alla circoncisione e ad ogni altra sua opera, cosicché egli è “padre nella fede” di tutti coloro che credono, non solo dei suoi discendenti, secondo la carne (gli ebrei).
Paolo dice che Abramo è “erede del mondo”  (4,13): frase che appare come una amplificazione della paternità di Abramo che sarà “padre di molti popoli” (cfr. anche Sir 44,21).
Non è quindi la legge mosaica che porta la salvezza, anzi per Paolo la legge si rivela piuttosto come fonte e occasione di peccato (4,15; cfr. 3,20; 5,20), data la natura umana proclive alla trasgressione e all’egoistica affermazione di se stessa. La legge indica il dovere di fare o non fare qualcosa, ma non dà la grazia, la forza morale, di compierlo.
La vera discendenza di Abramo è quella che imita la fede di Abramo, il quale “sperò contro ogni speranza”, come spiegano i vv. 4,18-21.
Egli cioè credette sulla parola di Dio che sarebbe diventato padre, nonostante la sua vecchiaia e quella di sua moglie Sara, che era sterile anche nella sua giovinezza. Abramo ha creduto che Dio può realizzare la sua parola, perché non esistono impossibilità per lui (cfr. Luca 1,37).
Questa fede rinasce ora nella fede di quanti credono al Dio di Abramo, che ha risuscitato dai morti Gesù Cristo, consegnato alla morte per il perdono dei nostri peccati, e risuscitato perché i credenti partecipassero alla sua nuova vita (4,23-25). Questa vita è già ora presente nei credenti, come dice Paolo scrivendo ai Galati: “Non son più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20), e ai Filippesi: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21). Ed egli parlava della vita di ogni credente, non di una esperienza solo personale.
La vita di Cristo, ora solo come un seme in noi, fiorirà pienamente alla nostra risurrezione che ci stabilirà nella condizione stessa di Cristo risorto, primogenito e modello di tutti i figli di Dio.
Ora egli ci dona la grazia di seguirlo nella nostra vita terrena, per arrivare alla sua vita di risorto.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Paolo si trovava di fronte a un mondo tutto da evangelizzare e avrebbe camminato fino alla fine del mondo se Gesù Cristo avesse voluto. Mi sento anch’io responsabile, con tutta la Chiesa, nella mia preghiera e offerta quotidiana, di questa immensa opera di salvezza, qualunque sia la mia vita? O vedo solo le mie personali necessità?
2) Se sono catechista, o se collaboro in qualche modo all’azione pastorale della parrocchia, mi impegno anche con fatica, a trasmettere il senso cristiano di questa vita che è tutta in rapporto a quella che il Signore ci dona per l’eternità?
3) Nel nostro mondo sempre più vario per la presenza e la mescolanza di molti immigrati, sento di dover ricordare, secondo le occasioni, l’uguaglianza di tutti di fronte a Dio, anche se non sono cristiani?

D. Antonio Girlanda ssp

 

 

torna su