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Assistiamo in questo nostro tempo ad una proliferazione di cose artefatte, a proposte di paradisi artificiali a buon mercato, che rischiano di farci cadere nell’illusione (o tentazione?!) che non abbiamo più bisogno di guardare al cielo, perché possiamo ricrearlo qui sulla terra.
Tra fiction e virtuale, società liquida e generazione digitale, c’è ancora posto per Dio?
Qualcuno pensa ancora all’anima e al suo destino? Può bastare “panem et circenses”? Sono queste le domande, provocatorie e sofferte, che appassionano Franco, il protagonista di Cielo di plastica, di Luigi Alici delle Edizioni San Paolo. Monaco, giunto ormai al termine dei suoi giorni, chiama vicino a sé due ex compagni di liceo, per consegnare loro uno scritto: frutto di anni di riflessione, preghiera, discernimento. Ma anche un grido d’allarme davanti all’eclisse dell’infinito, nell’epoca che egli non teme di definire delle idolatrie. Il contrario della fede, infatti, non è l’ateismo, ma l’idolatria; essa promette un’alternativa a Dio, un’idoletto addomesticato, non troppo esigente, non troppo distante, non troppo compromettente. Un cielo di plastica, appunto. Dopo la caduta del muro di Berlino, che ha segnato la fine dell’ateismo di stato, dell’ateismo in grande stile, un altro muro ha iniziato a crollare: il muro di Wall Street. Il muro che separava lo stato dal mercato; ora da queste crepe si è iniziato a vedere meglio dentro: un ventre gonfio di nulla. E si è iniziato ad invocare l’etica.
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