come annuncia ai cristiani di Roma nella nostra lettera (Rm 15,24). Paolo, come “cittadino romano” fin dalla nascita, certamente apprezzava l’organizzazione dell’impero che favoriva provvidenzialmente la sua missione, creando possibilità di viaggiare tra una provincia e l’altra con relativa sicurezza, assicurata dalla presenza delle legioni agli ordini dei governatori delle varie provincie, oltre alla protezione che gli dava anche la sua qualifica di “civis romanus”.
Paolo inizia questo c. 13 esortando i cristiani ad essere in certo senso esemplari nei rapporti con le autorità civili costituite. A noi sembra fin troppo ottimista nella valutazione e nella stima per queste autorità. Sappiamo infatti che c’era di tutto anche fra le autorità che rappresentavano Roma nei vari territori (ingiustizie, sopprusi di gente con pochi scrupoli, che approfittava della carica per arricchirsi), ma indubbiamente c’era un “buon ordine” generalmente diffuso nell’impero. Paolo dunque ha presente l’autorità in se stessa, che normalmente compie la sua funzione, e in questa sua funzione, seppure in ambiente pagano, è “a servizio di Dio” (13,4.6) il quale vuole che gli uomini conducano una vita serena, laboriosa e in pace, facendo del bene ed evitando il male. Paolo ricorda che l’autorità ha il primo dovere di punire chi fa del male e approvare chi si comporta bene. E perciò chi fa il bene non ha da temere nulla dall’autorità. Qui però aggiunge che non si deve evitare il male solo per timore di punizioni, ma anche e anzitutto per ciò che ci detta la coscienza (13,5). E per questo si deve non solo evitare il male, ma anche fare il bene e qui parla anche del dovere di pagare le tasse e i vari contributi, come anche di dimostrare il rispetto dovuto alle autorità per la loro funzione.
Forse qui Paolo ha in mente la parola di Gesù che è certamente rimasta impressa: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Mt 22,21), riportata da tutti e tre i vangeli sinottici (Mt, Mc, Lc).
Dando a ciascuno ciò che gli compete, Paolo raccomanda di non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, che è il vero comandamento cristiano, l’unico che comprende tutti gli altri del decalogo che Paolo qui ricorda (13,8-10). Egli è a conoscenza, non solo del comando già presente nell’A.T. (Lev 19,18), ma anche dell’insegnamento evangelico (Mt 22,34-40) sul comandamento più grande della Legge. Il grande inno all’amore cristiano (1Cor 13) mostra quanto Paolo abbia assorbito l’insegnamento e l’esempio di Cristo che egli propone ai suoi convertiti.
2) La vita del cristiano caratterizzata dall’attesa e dalla lotta (13,11-14)
Con questa esortazione all’amore vicendevole, che deve creare l’atmosfera di vita e delle relazioni nella comunità cristiana, Paolo guarda in avanti nel tempo che Dio ci dona. Sembra che questi ultimi vv. del c. 13,11-14, li abbia dettati ripensando alla liturgia battesimale. Dopo la venuta di Gesù e la redenzione da lui compiuta, noi credenti viviamo nel tempo che è sempre l’ultimo, nel senso che non vi sono più eventi significativi da attendere: viviamo nell’attesa del ritorno di Cristo e quindi in un tempo di vigilanza.
Il contrasto tra notte e giorno, luce e tenebre, sonno e veglia, sono ispirati certamente alla liturgia battesimale, ricordando anche che il battesimo era chiamato nella lingua greca “fotismòs”, cioè illuminazione: la conoscenza e poi la fede in Gesù e il battesimo ci fanno vivere nel giorno, nella luce, nella veglia. La notte, le tenebre, il sonno è la condizione di chi è fuori della luce di Cristo e si dà alle opere della notte e delle tenebre, indicate da Paolo nel v. 13, mentre invita i cristiani a comportarsi degnamente come
conviene a persone che agiscono di giorno sotto gli occhi di tutti.
Certamente questo “vivere nella luce” ha i suoi momenti duri, di lotta, per cui Paolo esorta a rivestire “le armi della luce”. Egli ha la mentalità del lottatore e usa anche altre volte il linguaggio della lotta e delle armi da usare: vedi per esempio alla fine della lettera agli Efesini 6,11-17, dove elenca le varie armi dell’armatura di Dio (la corazza, la cintura, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada!). Qui Paolo invita anche a rivestirci di
Cristo: se le armi della luce possono riferirsi di più al nostro comportamento esterno per combattere
le suggestioni del male e le azioni esterne, il rivestirci di Cristo riguarda più l’assimilazione a Cristo e quell’adesione a lui che è la radice del nostro agire esteriore.
3) Un caso di coscienza non raro alle origini del cristianesimo (14,1-23)
Il c. 14 della lettera ai Romani si occupa di un argomento inconsueto per noi, quasi strano, anche per il linguaggio usato da Paolo, evidentemente compreso dai suoi destinatari, oltre che per l’argomento. Si tratta del rapporto tra “forti e deboli”, linguaggio che non riguarda l’aspetto fisico dei cristiani e neppure quello psicologico, ma l’aspetto più propriamente spirituale delle persone, potremmo dire di una loro maggiore o minore maturità nella fede cristiana.
Il problema, che a noi sembra ora alquanto secondario, riguardava i cibi che, come è noto, gli ebrei distinguevano tra cibi puri che si potevano mangiare, e quelli impuri che erano vietati sia come nutrimento sia come offerte a Dio, così come avveniva per gli animali, alcuni dei quali erano ritenuti impuri per cui non si poteva offrirli in sacrificio né mangiarne le carni. E per gli ebrei convertiti questo era un problema serio: erano norme scritte nella Legge, osservate per secoli dagli ebrei.
Una questione simile era l’osservanza in determinati giorni di astinenze da certi cibi e bevande, in base a tradizioni religiose e ascetiche provenienti anche dal paganesimo. È una questione cui Paolo accenna anche altrove, dato che le comunità di recente formazione erano solitamente “miste”, cioè composte da persone che provenivano parte dall’ebraismo e parte dal paganesimo. Paolo, in questa lettera soprattutto, sembra prendere la questione molto sul serio, dato lo spazio che vi dedica. E poiché egli non aveva fondato la comunità cristiana di Roma, il fatto che egli vi intervenga lascia supporre che abbia avuto delle informazioni sulla situazione e che qualche esponente della comunità abbia sollecitato un suo intervento, anche perché Paolo – proprio come apostolo di Cristo per i pagani (come dice lui stesso qui in 15,16-17) – non era certo ignoto ai cristiani di Roma, se si legge quanta gente saluta alla fine della lettera.
Per Paolo questi problemi non avevano più alcuna rilevanza nel campo della fede: Gesù accoglie tutti, ebrei e pagani che credono in lui figlio di Dio e Salvatore, e quindi queste usanze diverse non devono creare divisioni e rifiuti nella comunità. Paolo parla di forti e deboli, indicando così coloro che sono “forti e maturi nella fede”, e quelli che hanno una fede ancora immatura. I primi si rendono conto che praticamente i cibi non fanno problema: tutto è creato da Dio perché l’uomo se ne serva per il bene proprio e dei fratelli; i secondi sono ancora legati a certe usanze che moralmente sono indifferenti, ma da cui provano disagio a staccarsi, come si diceva sopra.
Paolo riconosce che gli uni e gli altri aderiscono pienamente a Cristo, ed è questo che conta. Tuttavia le diverse usanze sono occasione di divisioni: i deboli giudicavano i forti e i forti disprezzavano i deboli. Paolo li chiama sempre e tutti fratelli e richiama anzitutto i deboli al pensiero che solo Dio che conosce i cuori può giudicare le coscienze di ciascuno; e ammonisce i forti ricordando a loro che il fratello debole non deve andare contro la sua coscienza, per cui chi è forte deve aumentare la sua carità, il suo amore verso il fratello debole, e non disprezzarlo o deriderlo, col rischio di allontanarlo da Cristo che è morto anche per lui. La libertà dei forti deve essere usata con prudenza, per non offendere la carità: se cibi e bevande non condizionano il regno di Dio, è però importante per la carità non creare al fratello scandalo e turbamenti; è importante ciò che “edifica la comunità” e la aiuta a crescere nella gioia e nella pace.
E questo merita bene il piccolo sacrificio per i forti di tralasciare qualche cibo, quando si è insieme.
Paolo parlando dello stesso argomento, nella 1Cor 8,13, dichiara apertamente: “Se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne per non dare scandalo al mio fratello”.
Certo Paolo desiderava che tutti i cristiani arrivassero a comprendere la relatività di pratiche che non condizionano la fede in Cristo, ma invita tutti a rispettare la propria coscienza e quella degli altri. La pratica della carità e la crescita nella comprensione della fede, porterà col tempo a rendere più omogenea la comunità cristiana, con buona pace e serenità di tutti.
4) Una norma preziosa per la lettura cristianadella Bibbia (15,1-13)
Invitando i cristiani a stabilire nella loro comunità un clima di tolleranza e favorire la pace e la serenità, Paolo richiama l’esempio di Gesù il quale ha scelto nella sua vita non ciò che poteva piacere a lui stesso, ma ciò che doveva fare per compiere la sua missione, intendendo tutte le contrarietà fino alla morte di croce. Ma per dire questo Paolo, da buon rabbino, ricorre a un testo biblico, al Salmo 69,10: “Gli oltraggi di quelli che ti oltraggiano sono caduti su di me”.
Per Paolo il salmista qui impersona l’inviato di Dio, cioè Gesù Cristo, oggetto di ostilità, che alla fine si rivolgevano contro Dio stesso nella persona del suo inviato, rifiutato dal suo popolo.
Ma dopo questa citazione dal Salmo, Paolo aggiunge una importante considerazione di carattere generale: egli ricorda che “ciò che è stato scritto prima” – cioè la Bibbia scritta prima di Cristo, l’Antico Testamento – è stato scritto per nostro ammaestramento, cioè per nostra istruzione, non solo quindi come annuncio, o profezia, di ciò che sarebbe avvenuto, cosa molto importante, ma anche per insegnarci come vivere e comportarci. Per Paolo tutto l’A.T. converge su Gesù Cristo e quello che si dice di lui è sempre un insegnamento per noi cristiani. E noi allora siamo invitati a leggere e meditare anche l’A.T., non solo i Vangeli e S. Paolo, perché proprio S. Paolo ci dice che la Scrittura ci dona costanza, forza per vivere la nostra fede, e consolazione nelle difficoltà pensando che Dio ci è sempre vicino, come lo era per l’antico popolo d’Israele: con la sua parola ci illumina e con la sua grazia ci sostiene.
E il nostro padre S. Paolo, conclude augurandoci che il Dio della speranza ci doni gioia e pace nello Spirito. Ed è questo che ci auguriamo anche noi a vicenda.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Questioni minori che non toccano… la fede, possono creare difficoltà alla carità, in famiglia, tra consorelle, nelle convivenze, negli incontri, per il carattere nostro o delle altre persone. Riesco a non impuntarmi, a lasciar perdere con un po’ di buon senso – anche se ho ragione – quando si tratta di piccole cose? Paolo ci invita sempre ad allargare la mente e il cuore.
2) Paolo ci comunica che i libri dell’A.T. sono scritti per nostra istruzione e per portarci speranza e consolazione. Conosco l’A.T.? Sarebbe bene proporsi di leggere ogni tanto qualcuno dei libri che non si conoscono, ma leggerlo tutto da capo a fondo, sia pure a brani, con introduzione e note, cominciando da quelli più brevi.
D. Antonio Girlanda ssp |