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LETTERA AI GALATI
(4)


Nell’ultima parte della lettera ai Galati Paolo parla della vita cristiana in concreto, ma sempre con l’occhio a quanto ha detto finora; la sua mente è sempre fissa nella condizione di libertà del cristiano rispetto alla legge, non solo giudaica, ma da ogni legge, perché la sua legge è l’amore, che contiene tutte le norme che si possono dare per i rapporti umani e che d’altra parte non è mai “soddisfatta” perché non si potrebbe dire, per esempio: “oggi ho soccorso il mio prossimo, ora basta, il mio dovere l’ho fatto!”. Infatti se anche di sera o di notte ti trovi di fronte a chi ha bisogno di te, l’amore di Cristo ti chiama ancora (cfr. Lc 11,5-9). Cristo ci ha liberato perché fossimo liberi, comincia Paolo, proprio col primo v. 5,1; e liberi anzitutto dall’idea di essere già a posto col dovere, cosicché nessuno possa esigere più nulla ora da me… come un operaio dipendente al quale il padrone non può chiedere nulla oltre a ciò che è stabilito per contratto.

1) La libertà dei figli di Dio (5,1-15)

L’esperienza che Paolo ha fatto nel suo incontro con Cristo ha avuto anche questa dimensione: una forte sensazione del passaggio da una specie di schiavitù a una libertà mai avvertita prima; eppure egli era un uomo libero e cittadino romano, in una condizione che lo faceva sentire libero e a suo agio in ogni regione dell’impero romano! Ma solo nell’incontro con Cristo ha compreso e sentito come le innumerevoli norme e osservanze giudaiche fossero una cappa di piombo, che pure egli aveva abbracciato con entusiasmo e nella sicurezza di rendersi così gradito a Dio (“giustificato” dice Paolo), così da meritarsi la giusta e dovuta ricompensa. Solo nell’incontro con Cristo ha scoperto come la legge in qualche modo non lasciava cogliere il vero rapporto con Dio rivelato da Cristo, impostato sull’amore di Dio Padre per noi che attende la risposta dell’amore.
Ora Cristo gli ha fatto comprendere che i figli di Dio devono vivere come tali, come persone di famiglia che non hanno bisogno di pensare alla dovuta ricompensa per un lavoro – in casa c’è tutto – ma di vivere imitando Gesù che è vissuto tra noi operando unicamente per amore al Padre e ai fratelli. Paolo ha già riconosciuto e detto: “Cristo mi ha amato e ha dato (offerto) se stesso per me” (Gal 2,20) e così per ogni uomo; è Paolo stesso che ci invita e ci sprona a imitare Dio come figli amatissimi e camminare (cioè vivere) come Cristo che “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Ef 5,2) e con riferimento alla Chiesa: “Cristo ha amato la Chiesa e ha offerto se stesso per lei” (Ef 5,25). “Ha amato e ha offerto se stesso” è la formula con cui Paolo sintetizza l’opera della redenzione che ci dona la grazia della filiazione di Dio e quindi della libertà dei figli.
Paolo ora ripete a chiare lettere ai gàlati: o si crede che la salvezza viene dalla pratica della legge giudaica o si crede che viene dalla fede in Cristo. Nel primo caso si afferma di fatto che Cristo non serve a niente; ma questo significa allontanarsi da Cristo, che il Padre ha pienamente approvato con la risurrezione, e quindi allontanarsi dalla grazia di Dio. Di fronte all’opera compiuta da Cristo per la nostra salvezza nient’altro ha valore. Paolo accenna alla circoncisione come il segno che indica l’inizio delle osservanze giudaiche, per indicare tutta la legge; ma anche per i giudei di nascita che hanno questo segno, esso non significa nulla né ha alcun valore per la salvezza che si realizza in noi mediante la fede in Cristo che anima e sostiene la carità, l’amore a Dio e al prossimo.
E i gàlati così avevano conosciuto Cristo e l’avevano accolto con fede, “correvate bene, dice Paolo, su questa strada”: chi vuole deformare, alterare la vostra fede primitiva non viene da Dio. Egli riconosce che forse non sono molti costoro, ma possono corrompere la comunità, come poco lievito fa fermentare tutta la pasta! Al v. 11 Paolo ha una frase poco comprensibile: lui non predicava certo la circoncisione, ma forse qualche “giudaizzante” diceva che la loro dottrina si conciliava con quella di Paolo per attirare maggiori adesioni. Paolo però, non lascia spazio ad ambiguità: la continua persecuzione che subisce da parte degli ebrei testimonia che il suo vangelo, e quindi la Chiesa, non può ridursi a una sétta all’interno del giudaismo. Al v. 12 Paolo ha perso la pazienza e ha una espressione pesante verso questi falsi predicatori (“ma vadano a mutilarsi del tutto… coloro che sono venuti a scombussolarvi!”). Egli si riprende subito e ritorna al tema di base: la libertà è in funzione della carità che riassume tutto il rapporto del cristiano verso il prossimo. Libertà quindi non significa… libertinaggio. Poi, forse alludendo alle dispute provocate da quei predicatori, ha una battuta umoristica: se vi mordete… cercate di non distruggervi, come a dire: vi state facendo del male per niente; abbiate un po’ di buon senso!

2) La carne e lo Spirito (5,16-26)

È questo un brano molto noto della lettera ai Gàlati, per la contrapposizione – potremmo dire tipica di Paolo – tra carne e spirito. La carne per Paolo, non riguarda solo il corpo né solo la parte sessuale, ma è tutta la persona umana, uomo o donna, in tutte le sue dimensioni (corpo, intelligenza, volontà e sensibilità), in quanto vive al di fuori della conoscenza e della grazia di Cristo e dell’influsso del suo Spirito ed è quindi un essere soggetto a tutte le tendenze della natura. Lo Spirito per Paolo è lo Spirito Santo, principio della vita cristiana secondo il modello che è Cristo; e lo Spirito porta a produrre quei frutti di bene cui la natura umana profondamente aspira, ma che non è in grado di realizzare senza la forza e la grazia dello Spirito. Senza lo Spirito di Dio si produce nell’uomo una specie di schizofrenia – direbbero gli psicologi – tra aspirazioni profonde al bene e l’impotenza di realizzarle, una situazione che Paolo rappresenterà efficacemente nella lettera ai Romani (cfr. Rm 7,7-24).
Le opere della carne che Paolo elenca, quasi descrivendo il mondo pagano che osserva attorno a sé, si possono raggruppare in quattro categorie: le opere che provengono dalla passione della lussuria, quelle legate a tendenze religiose devianti, come la idolatria e la magia, all’egoismo e durezza di cuore, e alla intemperanza, come ubriachezze e orge. La lista non è certo esaustiva, ma certo ampiamente esemplificativa (Paolo infatti aggiunge: e altre opere come queste!).
In contrapposizione alle opere della carne Paolo parla di frutto dello Spirito. Mentre l’uomo spinto dalle sue tendenze naturali, contro le sue aspirazioni più profonde, compie opere, azioni che deturpano la sua natura come Dio l’ha creata, lo Spirito, invece, lo porta a produrre frutti, cioè una realtà che scaturisce dalla vita, come il frutto dalla vitalità dell’albero: la carità, cioè l’amore gratuito, la gioia del rapporto di amicizia con Dio, la fede come fiducia reciproca tra quanti sono vivificati dal medesimo Spirito… Anche qui la lista non è certo completa, anche perché ognuno fa un’esperienza propria di Cristo e della sua grazia, secondo il suo carattere, le sue capacità e attitudini, le circostanze concrete della sua vita, ecc. E chi si affida pienamente a Cristo, al suo vangelo, al suo Spirito con semplicità e generosità, senza tentennamenti, costui non ha bisogno di leggi, dice Paolo; la legge ce l’ha nella mente e nel cuore ed è portato a vivere sull’esempio di Gesù.
E allora, conclude Paolo, se il principio vitale è lo Spirito, “camminiamo”, cioè viviamo di conseguenza. È proprio di Paolo stimolare i cristiani a essere ciò che sono: dalla realtà del loro essere in Cristo, come ci dice la nostra fede (espressa con verbi all’indicativo), deriva l’impegno del comportamento coerente nella vita (espresso con verbi all’imperativo): Cristiano, sii ciò che sei!

3) Rapporti fraterni (6,1-10)

Paolo è un saggio osservatore della realtà, non solo un grande teologo. E sa che finché siamo in cammino in questa vita, sono sempre possibili infedeltà, deficienze, smarrimenti… Esorta quindi ogni membro della comunità cristiana a sentirsi e a stare vicino al fratello bisognoso, a cominciare da chi sta trascurando la sua vita cristiana e ha bisogno di una parola amica, un atteggiamento che manifesti e ispiri fiducia, pieno di mitezza, che lo avverta a non trascurare il suo essere cristiano. È quello che in seguito fu chiamata, e che noi chiamiamo oggi, la “correzione fraterna” che, naturalmente, è più facile fare e accogliere in gruppi ecclesiali omogenei e affiatati.

C’è poi la solidarietà e l’aiuto fraterno con chi si trova in situazioni penose e ha pesi gravosi da portare nella sua vita. Paolo mette in guardia anche dalla compiacenza e dal vantarsi di fare il bene, per cui non basta compiere dei gesti di bontà e di aiuto, ma è importante che l’intenzione del cuore sia retta e tutto il bene si compia come espressione della sua grazia in noi. Dio vede il cuore e quindi vede se ci sono intenzioni di

orgoglio, vanità, compiacenza che tolgono dinanzi a Dio il valore al bene che si compie: ciò che non si fa per Dio riceve la sua ricompensa altrove! E anche il compiere il bene con intenzioni diverse dal piacere a Dio appartiene alla “carne”, ammonisce Paolo, e Dio non si lascia certo ingannare! Valorizziamo allora il tempo e le occasioni di bene verso tutti a cominciare da quelli che ci sono familiari perché come noi sono cristiani, quindi della nostra stessa famiglia, che è poi la famiglia di Dio.
Conclusione (6,11-18)
Paolo alla fine della lettera, dettata allo scrivano, aggiunge qualche riga di suo pugno. Lui non è abituato a scrivere e traccia i caratteri come può. Le sue mani erano più abili a maneggiare le pelli degli animali per preparare le tende per militari, nomadi, pastori… che a maneggiare lo stilo per scrivere (poi verrà la penna d’oca!). Comunque in queste poche righe conclusive riassume la lettera dettata. Coloro che cercano di convincere i gàlati alla pratica della legge mosaica lo fanno per vantarsi di aver persuaso altre persone delle loro idee, mentre essi non osservano la legge che vogliono imporre ad altri e inoltre con questo zelo per la legge cercano di evitare ostilità e persecuzioni a causa di Cristo e della croce, che fu lo strumento ed è segno della redenzione operata da Cristo.
Paolo sente fortissimo il suo legame intimo, profondo con Cristo e il suo amore salvifico manifestatosi sulla croce, e solo della croce si vanta qualunque ne siano le conseguenze. Tutto ciò di cui Paolo si vantava prima dell’incontro col Cristo – cioè della sua osservanza della legge – è morto sulla croce, e sulla croce anche Paolo è morto per quel mondo. Ciò che vale non è essere o no circoncisi, cioè osservare o meno tante norme, ma l’essere nuova creatura, rinati in Cristo mediante la fede in lui e il battesimo.
Il vero “Israele di Dio”, cioè il vero popolo di Dio è formato ormai da tutti quelli che si radunano attorno al Figlio di Dio, a Cristo, che ascoltano la sua voce, a cominciare dagli appartenenti al popolo dell’Israele storico nel quale il Figlio di Dio ha voluto nascere, vivere, annunciare il vangelo, rivelarsi come il punto d’arrivo di tutte le promesse e di tutta la storia della salvezza svoltasi nei secoli passati a partire da Abramo.
I contrassegni di Cristo, le stimmate, sono i segni, le cicatrici, i lividi lasciati sul suo corpo da battiture, flagellazioni, fustigazioni subite nel compiere la sua missione apostolica, a causa di Cristo (cfr. 2Cor 11,23-27).
Il saluto finale augura ai fratelli della Galazia, la grazia di Cristo, l’unica realtà, dono di Dio, veramente necessaria, indispensabile alla salvezza definitiva.

Per la riflessione personale:

1) “La fede che si attua mediante la carità” (5,6), impegna a un atto di fede prima ancora dell’atto di carità: vedere il fratello, la sorella con gli occhi di Dio per amarlo col cuore di Dio.
2) La libertà cristiana impegna a non fare nulla per essere visti, apprezzati, lodati; ma anche a non omettere nulla per il fatto che qualcuno ci vede (il cosiddetto rispetto umano). Ho presente questa regola nel mio comportamento?
3) Sono capace di fare con serenità e in tono amichevole una osservazione, una “correzione fraterna”? E di accettarla, anche se qualche volta può venir fatta in modo poco fraterno?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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