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LETTERA AI GALATI
(3)

 

Dopo la rievocazione di vicende personali relative alla sua qualifica di apostolo e al suo apostolato, Paolo compie una seria indagine sulla Scrittura per mostrare che il fondamento della sua predicazione si trova nella Rivelazione già fatta da Dio al suo popolo nel Primo Testamento. Nei cc. 3 e 4 Paolo ci porta a riflettere su Abramo, la promessa e la fede, quindi su realtà che annunciano il NT, da una parte, e su Mosè, la legge e l’osservanza, dall’altra, sul particolarismo della legge e sull’universalismo della salvezza mediante la fede.

1) Abramo e la fede (3,6-14)

Abramo, la figura che Paolo richiama anzitutto, è stato l’uomo che Dio ha chiamato per primo a un rapporto personale e continuo con lui, in vista di una discendenza che si sarebbe ingrandita fino a diventare un popolo, “il popolo di Dio”. Dio lo chiama e lo invita ad andarsene dalla sua terra e dalla sua parentela; e Abramo crede a Dio e va (Genesi 12).

San Paolo

Dio gli promette una grande discendenza dalla sua moglie Sara, anziana e sterile, e Abramo crede alla parola del suo Dio (Gen 15). Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio unico, avuto dopo tanta attesa, e Abramo si dispone a obbedire, sicuro che Dio non verrà meno alla sua promessa (Gen 22). Dio che voleva la fiducia di Abramo, ma non la morte del figlio Isacco, fermerà la mano di Abramo e rinnoverà la sua promessa.
Paolo non ricorda le varie vicende di Abramo; dice solo con la Bibbia: “Abramo credette a Dio e questo fu per lui un titolo di giustificazione” (Gen 15,6). (La Bibbia CEI traduce: “Abramo credette e Dio glielo accreditò come giustizia”). Paolo rifletterà a lungo in questa lettera (e soprattutto in quella ai Romani) sui termini “giustizia” e “giustificazione”. Sono le parole che in sostanza esprimono la volontà salvifica di Dio e il suo amore misericordioso che attua tale volontà donando all’uomo, al mondo, il “vangelo” la buona notizia, che è anzitutto Gesù Cristo stesso, con tutto ciò egli ha detto e fatto nella sua vita.
Essere giusti, o giustificati, in senso biblico significa essere graditi a Dio. E noi siamo graditi a Dio in quanto accogliamo con fede Gesù Cristo come il suo figlio venuto a salvarci: noi cioè siamo graditi a Dio e ci salviamo non per quello che possiamo fare noi per Dio con le nostre opere, ma accogliendo e credendo a quello che Dio ha fatto per noi mediante il suo Figlio. E la salvezza che Dio ha disposto per noi è la vita nella felicità eterna con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ora questa “salita” al cielo, a Dio, non la possiamo realizzare con le nostre forze e la nostra buona volontà: è impossibile per noi raggiungere Dio; solo lui può “scendere” a noi e portarci a vivere felici con lui. Ecco il mistero dell’incarnazione: Gesù che viene a noi, si fa Emmanuele “Dio con noi”, nella nostra condizione umana. è il nostro affidarci a Cristo, alla sua opera, è il nostro fidarci di lui e della sua parola che ci salva. Questa è infatti la nostra fede: fidarci di Dio e affidarci a lui. In questo modo noi diventiamo “giusti”, cioè ci poniamo nella posizione giusta di fronte a Dio, ci mettiamo in pari con il progetto che lui come Padre ha preparato per noi. E perché è padre vuole fare di noi non degli schiavi, operai o stipendiati… ma dei figli suoi.

2) I veri figli di Abramo (3,7)

Ad Abramo non era stato rivelato il senso della promessa; con lui però Dio stabilisce il rapporto di fede e fiducia che sarà perfetto con Gesù, ma che si annuncia come il tipo di rapporto che sarà salvezza per tutte le genti. Perciò Abramo è “padre di tutti i credenti” (Rom 4,11). Paolo, che è stato uno dei più fanatici sostenitori del giudaismo e della legge mosaica, non può parlare della fede a cui Cristo stesso l’ha chiamato a Damasco, senza sentire l’opposizione “fede e legge”. E Paolo sottolinea ciò che la Bibbia dice della legge: “Maledetto chiunque non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della legge” (3,10), puntando sull’osservanza integrale e continua della legge, pena una maledizione. I rabbini ricavarono 613 precetti dai libri di Mosè. Ora, constata Paolo, nessuno è in grado di vivere in questa “perseveranza”, per cui nessuno è giustificato dalle opere della legge. Il profeta Abacuc dirà chiaramente: “Il giusto vivrà per la fede” (Ab 2,4).
Paolo dice anche che “chi farà queste cose vivrà per esse”, citando il Levitico 18,5; ma è l’impossibilità, propria dell’uomo decaduto, di un’osservanza totale e perseverante a impedirgli anche il bene che vorrebbe fare, come Paolo spiegherà più estesamente in Rom 7,7-24. La teologia cristiana ci dice che la legge ci manifesta la volontà di Dio, ma non ci dona la grazia per osservarla.
Una dimensione dell’opera di Gesù è stata ed è quella di liberarci dalla schiavitù della legge e dalla maledizione per chi non la osserva. La parola “maledizione” ci sembra inaccettabile parlando di Dio, come del resto anche “l’ira di Dio”: sono espressioni che appartengono al linguaggio dell’AT. e che indicano non tanto un sentimento in Dio che si irrita e poi… gli passa e torna benevolo. Queste espressioni cercano – forse per noi in modo ingenuo – di ispirare al credente, l’orrore al peccato alla colpa, mostrando come non ci può essere alcun compromesso tra Dio e il peccato; esso allontana inesorabilmente da Dio finché non lo si elimina dalla propria vita e coscienza. Gesù ci ha amato tanto da accettare anche il supplizio dei maledetti, quelli appesi al legno, come gli impiccati per esempio. Anche lui è stato appeso a un legno umiliandosi fino alla morte di croce, per liberarci da quella maledizione, e realizzare in noi che crediamo, la benedizione promessa già ad Abramo per quanti avrebbero creduto, affidandosi a Dio come lui.

3) La promessa e la legge (3,15-29)

Paolo sta parlando ai gàlati di origine pagana, ma parla a loro come fossero di origine ebraica, maneggiando da esperto qual era, l’Antico Testamento, come in una riunione di rabbini o quasi. Dobbiamo dedurre che sia lui, sia i falsi maestri che si erano introdotti nelle comunità cristiane della Galazia, dovevano avere istruito quei cristiani abbastanza estesamente sulla storia della salvezza, sul valore e senso della rivelazione che ha preceduto e preparato la venuta di Cristo… è un invito implicito a conoscere sempre meglio questo Antico Testamento, tutto, non solo nella storia, abituandosi al suo linguaggio.
Un aspetto importante dell’AT è distinguere ciò che è valido e duraturo in esso, da ciò che era transitorio e legato a quel periodo. Rimanendo fermo sulla figura di Abramo, il prototipo dell’uomo in rapporto con Dio che si rivela, Paolo dice che ad Abramo Dio ha fatto delle promesse. Naturalmente le promesse riguardano il futuro; difatti Paolo dice “ad Abramo e alla sua discendenza” (3,16). E qui si nota una precisazione sottile, diremmo rabbinica, nel senso che è strettamente legata alla parola così come suona. Per noi “discendenza” è parola generica che riguarda figli, nipoti, pronipoti, ecc., in linea diretta di una coppia; Paolo invece sente la parola “discendenza” così come è grammaticalmente, al singolare, e lo sottolinea: questa promessa è stata fatta a una discendenza che è il Cristo, in cui si è adempiuta, perché in lui è venuta all’uomo tutta la grazia della salvezza.
L’alleanza che Dio ha stretto col suo popolo, mediante Mosè sul monte Sinai, e la legge che gli ha dato sono le basi su cui si regge tutta la vita religiosa d’Israele e la sua stessa storia. E l’alleanza con la relativa legge si configura come un patto tra contraenti che può decadere per la inosservanza delle clausole del patto stesso. La promessa fatta ad Abramo, invece, per Paolo è come un testamento intoccabile e irrevocabile, perché basata sulla volontà di una sola persona.

Ora quello che Dio intende donare all’uomo (la salvezza in Cristo) è legato alla promessa, non alla alleanza e alle sue norme (la legge). E allora, perché c’è la legge, se la salvezza non dipende da essa? Paolo dà una risposta che lascia di stucco! La legge fu data “a motivo delle trasgressioni”, dice Paolo, cioè per rendere esplicite e chiare le colpe, sapendo con certezza che certi atti sono contro il volere di Dio, cosicché l’uomo avesse la chiara coscienza del peccato che lo allontana da Dio. E questo “finché giungesse il seme”, la discendenza di Abramo: Cristo.
Se la legge ha provocato il moltiplicarsi del peccato e la coscienza che l’uomo da solo è soltanto capace di farsi del male, Dio ha disposto così perché l’uomo si rendesse sempre più conto della gratuità (grazia) della promessa di Dio, che vuole solo la salvezza dell’uomo e la fede nella misericordia divina come unica condizione.
Nei vv. 23-29 Paolo paragona la condizione del popolo di Dio nell’AT, alla situazione di chi è sotto custodia, come i figli del padrone che sono sotto il comando del “pedagogo”, cioè dello schiavo o del servo che li conduceva alla scuola, al maestro. La legge è stata come il pedagogo che ci ha condotto al Maestro, a Cristo, e che ha così esaurito la sua funzione. In questo paragone sentiamo anche tutta l’importanza dell’AT, che non è solo legge, ma conduce a Cristo perché è promessa, prefigurazione e profezia del NT: senza l’Antico il Nuovo diventa del tutto incomprensibile. Ma arrivati a Cristo, è lui che ci insegna e ci mostra come si vive da figli di Dio, nella grazia, nella gioia della fede. I vv. 3,28-29 sono uno dei testi più celebri e importanti di Paolo (cfr. anche Col 3,11). In Cristo si abbattono barriere e separazioni tra popoli e civiltà; egli non distrugge le diversità e la varietà, che sono una ricchezza, ma distrugge le divisioni, l’ostilità, il disprezzo preconcetto, creando intesa e collaborazione: egli è veramente la benedizione per tutte le genti.

4) Figli minorenni e maggiorenni (4,1-7)

Dopo l’esempio dei ragazzi agli ordini del pedagogo, Paolo ricorre a un’altra situazione per mostrare la differenza tra chi vive sotto la cappa della legge, per così dire, e chi ne è stato liberato e vive liberamente della fede in Cristo; anche questa esemplificazione riguarda i figli minorenni e maggiorenni: si tratta dell’erede. Questi è padrone di tutta l’eredità che il padre gli ha lasciato, ma finché non avrà raggiunto l’età stabilita dal padre (così il padre poteva disporre), egli è sotto l’autorità dei tutori e non può disporre di nulla pur essendo padrone di tutto; non è diverso da uno schiavetto. Così si trovava il popolo di Dio prima della venuta di Cristo.
Gli “elementi del mondo” cui Paolo accenna possono indicare quelli che si riteneva costituissero l’universo (acqua, aria, terra e fuoco), dominati e governati da potenze celesti, che si cercava di ingraziarsi affinché fossero propizi e non provocassero sventure. Ma qui Paolo sembra avere di mira anche il regime della legge, cioè in generale tutto ciò che ostacolava o riduceva il valore fondamentale e unico di Cristo e della sua opera per la salvezza dell’uomo.
A questo punto incontriamo un altro straordinario brano di Paolo (4,4-7) che, tra l’altro, è il primo testo del Nuovo Testamento – dato che i vangeli non erano ancora scritti – in cui si accenna alla madre di Gesù, sia pure in modo generico: “Dio inviò il suo figlio, nato da donna…”, espressione che intende affermare la natura umana di Gesù uguale alla nostra: egli è carne e sangue come noi, formato nel grembo di una donna come tutti noi! Dio, signore del tempo e della storia, stabilisce il momento della missione del Figlio suo, per liberare, “riscattare”, chi era soggetto alla legge, e farne dei figli suoi, inviando nei credenti il suo Spirito che li porta a gridare “Abbà”, padre, e li rende maggiorenni e quindi eredi, come diceva prima Paolo.
5) I figli della Gerusalemme celeste (4,21-31)
Il resto del c. 4, i vv. 8-31, sono tra i brani più appassionati di Paolo, tra quelli che mostrano tutto il suo affetto per i suoi figli spirituali, ricordando loro il primo incontro, quando si fermò in Galazia, costretto da una indisposizione, e ha trovato tra loro un’accoglienza inattesa (vv. 8-20). Poi ritorna all’argomento che più lo occupava, cioè ad Abramo, alla legge (vv. 21-31).
Abramo ha avuto due figli, uno dalla schiava Agar secondo le leggi normali della generazione umana, e uno dalla moglie Sara, in base alla promessa di Dio, dato che Sara era anziana e sterile, promessa alla quale Abramo aveva creduto. E sarà questo l’erede delle promesse di Dio, non il figlio della schiava che anzi deve essere allontanato dalla casa di Abramo. è un episodio della vita del patriarca che Paolo legge simbolicamente: le due donne sono un simbolo delle due “alleanze” e anche delle due città, che figurano come la diversa patria dei figli e discendenti delle due madri. C’è una Gerusalemme terrena, storica che è la patria simbolica di quell’Israele che ha rifiutato Gesù, e c’è una Gerusalemme celeste, che è già la sede, la patria nostra, di noi che abbiamo accolto Cristo e crediamo in lui e che, come figli, siamo già “domiciliati” lassù dove abbiamo anche la nostra eredità, come Paolo diceva poco sopra (4,4-7).

Per la riflessione personale:

1) Ho trovato difficile la lettura di questa parte della lettera ai Galati? Ho trovato in essa dei vv. più comprensibili e stimolanti per la vita spirituale?
2) Ho compreso, o mi sono resa conto dell’importanza che Paolo dà all’Antico Testamento anche per capire il Nuovo?
3) Ho cercato di cogliere la gioia che Paolo ha in sé – e che vuole trasmettere – nell’essere passato dal peso della legge alla libertà di sentirsi figlio di Dio?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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