indica ai cristiani cosa significa in concreto vivere in base a quello che si crede, e non ha paura di indicare ai convertiti, dal paganesimo come dall’ebraismo, il modo di vivere e comportarsi. Egli ripete in varie lettere: “Imitate me, come io imito Cristo” (1Cor 11,1; Fil 3,17; 1Tes 1,6). Non si tratta di presunzione orgogliosa, ma del dovere che egli sente, come apostolo di Cristo, di proporsi non solo come catechista, ma anche e soprattutto come uno che vive di Cristo il quale è la verità, ma è anche la via su cui camminare e la vita da assimilare.
Cominciamo a leggere questi capitoli, ascoltando il padre più che il teologo, preoccupato della vita dei suoi figli, e di noi paolini, suoi figli di oggi.
Il rapporto vitale con Cristo base della vita cristiana (Rm 12,1-2)
Se i primi undici capitoli della lettera ai Romani impegnano una riflessione sulla fede del cristiano e quindi la sua intelligenza prima di tutto, per entrare nelle prospettive di Paolo, la parte diretta a proporre la condotta pratica della vita cristiana non è meno impegnativa per la volontà e la libertà. Anzi questa parte è più impegnativa proprio perché ci provoca a vivere secondo la fede che ci è annunciata. La fede, certamente indispensabile per essere cristiani, non è sufficiente. Possiamo ricordare l’affermazione severa della lettera di Giacomo 2,19:
“Anche i demoni credono… e tremano” di spavento!
Sappiamo che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come si dice, ma ogni cristiano sincero, e tanto più ogni persona particolarmente consacrata a Dio, sa di poter sempre contare sul suo aiuto, sulla sua grazia che sorregge la nostra volontà. Notiamo intanto come Paolo cominci la parte pratica di questa lettera (in 12,1) con un “Dunque”, anche se ricorre dopo “Vi esorto…”.
Il valore di questa parolina è quello di far capire decisamente che quanto dirà è la conseguenza strettamente legata a quanto ha detto finora, soprattutto nei cc. 1-8. La “morale” cristiana non è una serie di regole da osservare, ma è la condotta che deriva dalla fede. E così quanto più e meglio si conosce la nostra fede tanto più viene spontaneo conoscere e compiere ciò che deriva da questa fede. Tante volte si sente dire: “Il Papa, il
vescovo, i preti dicono…” come se dipendesse da loro decidere il modo di vivere cristiano… Ma il Papa e i vescovi non sono “i padroni” della morale cristiana, ma sono i custodi e gli interpreti della parola di Gesù e degli Apostoli fissata nei testi del NT, una parola letta, studiata e vissuta già per 20 secoli. Solo dei presuntuosi (ridicoli) possono pretendere di dire ai responsabili della Chiesa cosa dovrebbero o non dovrebbero dire, fare, permettere…, come se i Pastori della Chiesa non dovessero rendere conto a Dio, a Cristo della missione loro affidata.
Ma torniamo al “dunque” di Paolo. Fin dalle prime parole del c. 12 egli comincia a parlare degli aspetti pratici della vita “esortando”: è la parola di chi, più che ordini, dà indicazioni col prestigio e l’autorevolezza dell’apostolo e con l’affabilità del padre “esperto” nelle cose che raccomanda per il bene dei suoi figli. Paolo non conosceva direttamente la comunità cristiana di Roma, ma conosceva molte persone (vedi al c. 16) che potevano ben testimoniare di lui come il grande apostolo di Cristo, tra ebrei e pagani.
Egli dunque si richiama subito alla “misericordia di Dio”, parola che racchiude tutta l’opera di salvezza da lui compiuta, come da chi ‘si accosta ai miseri col cuore’, (secondo il senso della parola), cioè con la compassione, e aiuta a liberarsi da una situazione da cui non uscirebbero senza questo aiuto. Paolo ha esposto l’opera di misericordia compiuta da Dio mediante il Figlio suo (cc. 1-8), un’opera in cui Cristo ha mostrato l’amore, l’obbedienza e l’abbandono al Padre fino al totale sacrificio di sé. Noi contempliamo quest’opera soprattutto nel Cristo crocifisso, nel cui corpo ci appare visivamente fin dove il suo amore è arrivato a sacrificarsi. Probabilmente l’accenno di Paolo ai “vostri corpi” – che sta per “voi stessi”, “le vostre persone” – gli è stato suggerito, o gli è venuto spontaneo, proprio dalla memoria del sacrificio di Gesù, quale appare appunto in lui crocifisso. Non deve quindi far meraviglia che Paolo attiri l’attenzione dei cristiani
sui loro corpi, come del resto fa anche in altri passi delle sue lettere.
Ad ogni modo Paolo esorta i cristiani a offrire se stessi a Dio, quasi come un ricambio di amore verso il sacrificio che Cristo ha fatto di sé per noi. Qui Paolo non precisa come concretizzare questo “sacrificio” (lo farà poco più avanti), ma orienta il cristiano a guardare e vedere tutta la sua vita come un’offerta a Dio, come un sacrificio perenne: è come dire ai cristiani di prendere coscienza che essi, insieme con Cristo, stanno vivendo in una perenne liturgia, che Dio il Padre gradisce e accoglie come un’unica liturgia, per cui la povera offerta della nostra vita, che è dono del Padre, partecipa agli effetti prodotti dal sacrificio di Cristo stesso, e diventa un continuo atto di amore al Padre che ripara il male e domanda grazia in Gesù e con Gesù per tutto il mondo. Ora, forse, comprendiamo meglio le parole di Paolo, che possono lasciarci perplessi: “Do compimento nella mia carne a ciò che manca della passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Quello che Paolo diceva di sé è la condizione di ogni persona che è in Cristo… anche della nostra persona, tanto più per il fatto che anche in noi la vita cristiana ha una sua particolare caratteristica, quella di una vocazione e consacrazione a Cristo con un carisma apostolico che intende imitare quello di Paolo.
Questa offerta di noi stessi, dice Paolo, riferendosi a tutti i cristiani e quindi con maggior ragione a noi, è il nostro “culto spirituale”, così definito da Paolo non nel senso di invisibile e racchiuso dentro di noi, ma nel senso di animato e condotto dallo Spirito di Dio, per cui è un sacrificio “vivente”, che abbraccia tutta la vita, è “santo” cioè separato da ogni interesse legato a questo mondo o al nostro io; perciò è gradito a Dio e accolto da lui come quello del Figlio suo, perché forma con lui un unico sacrificio.
Ma Paolo sa bene che la tendenza a “conformarsi a questo mondo” è sempre pronta a inquinare le nostre azioni migliori con qualche finalità o intenzione che riguarda i nostri interessi o soddisfazioni personali, oppure portandoci a omettere gesti e atti buoni, ma che possono provocare critiche o disapprovazioni. Per questo, ci ricorda Paolo, abbiamo bisogno di discernimento e quindi della luce dello Spirito nella nostra coscienza per decidere e poi della sua forza per seguire la nostra coscienza così illuminata.
Ogni giorno, allora, abituiamoci a inserire nella nostra preghiera al mattino questo “esame preventivo”
che ci prepari all’offerta del nostro sacrificio che ci unisce a quello di Cristo non solo per la mezz’ora della S. Messa, ma che si estende a tutta la nostra giornata.
Il primo e fondamentale comandamento della vita cristiana (Rm 12,3-8)
Gesù aveva già proclamato esplicitamente i due comandamenti dell’amore a Dio e al prossimo (cfr. Mc 12,28-34). Paolo sembra ignorare il primo; ma non è possibile vivere veramente in Cristo senza partecipare del suo amore, della sua totale disponibilità al Padre. Paolo guarda invece alla condizione concreta dell’uomo e del cristiano, dove la varietà delle situazioni che gli si presentano ogni giorno possono trascinarlo a mancare al secondo comandamento “simile al primo”, come dice Gesù. Perciò Paolo, prima di presentare situazioni concrete, ha cura di presentare o ricordare, dato che lui ne ha parlato distesamente, la situazione concreta in senso crstiano in cui si svolge la vita dei credenti in Cristo: richiama cioè la realtà “mistica” del cristiano che vive con Cristo e con i fratelli come il membro di un corpo di cui Cristo è il capo (cfr. 1Cor 12).
Tenendo presente questa realtà comprendiamo bene le parole di Paolo che invita a “una stima saggia di sé”: ogni membro infatti è indispensabile al corpo e in ogni caso utilissimo (anche il dito mignolo della mano sinistra!), e d’altra parte ogni membro è insufficiente a se stesso, non può esistere separato: ogni membro quindi ha una capacità e un bisogno, è sempre utile alle altre membra e sempre bisognoso di esse. Si comprende la validità del proverbio: nessuno è tanto ricco da bastare a se stesso, né tanto povero da
non aver nulla da dare. La saggia stima evita quindi ogni esaltazione di sé, come evita ogni disprezzo di sé. Tutti siamo bisognosi di Cristo che ci salva, e tuttavia con lui possiamo donare noi stessi ai fratelli come una grazia di Dio, a cominciare dalla nostra preghiera.
La carità, virtù che ne implica molte altre (Rm 12,9-21)
Ora Paolo passa più al concreto, dando avvertimenti e consigli per la condotta pratica. In connessione con la carità ricorda varie altre virtù poiché la carità è l’atteggiamento cristiano per tutte le situazioni che ci si presentano o in cui dobbiamo intervenire. Anche quando si esige una certa serietà e si deve richiamare o correggere non può mai mancare l’atteggiamento di chi vuole veramente il bene del fratello. Ogni frase di Paolo, si può dire, merita qui la nostra riflessione e sarà bene farne oggetto di riflessione un versetto al giorno. In questo brano notiamo anche qualche contatto “verbale” con l’insegnamento di Gesù nel Discorso della Montagna, come quello sul perdono delle offese in cui Paolo, ai versetti 12,14.17.21, richiama la parola di Gesù in Matteo 5,43-44; oppure la raccomandazione di “fare il bene dinanzi a tutti gli uomini” in 12,17
che richiama la parola di Gesù in Mt 5,16 (“Così che gli uomini vedano le opere buone dei seguaci di Gesù e lodino il Padre che è nei cieli”).
Insomma, come non si deve fare il bene per vanità, per farsi stimare, così non si devono tralasciare le opere buone per paura di farsi riconoscere per veri cristiani. E oggi c’è anche questa tendenza, o timore.
Al v. 12,20 Paolo raccomanda di dare qualcosa da mangiare e da bere anche a un nemico, quando è nel bisogno, e per far questo aggiunge un motivo che a noi risulta incomprensibile. E infatti ancor oggi si danno delle spiegazioni diverse e incerte. Il v. 20 dice infatti: “Così facendo, accumulerai carboni accesi sul suo capo”, che Paolo prende dal libro dei Proverbi 25,21-22. Il senso sembra riferirsi a una punizione: se il nemico beneficato non si ravvede del suo sentimento ostile verso il benefattore, accumula su di sé la punizione di Dio per l’ostilità e per il disprezzo di fatto del beneficio ricevuto. Secondo altri, l’immagine dei carboni accesi nell’uso semitico indicherebbe il rossore che il gesto amichevole provoca sul nemico beneficato, portandolo così a togliere l’ostilità dal suo cuore. La prima spiegazione risente di più dell’AT, mentre la seconda si intona meglio col NT! In ogni caso, l’invito a dare un aiuto a chi è nel bisogno, anche se si tratta di un nemico, è presente sia nell’A. che nel NT.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Mi abituo, un po’ alla volta, a pensare alla mia vita e alla mia giornata come un sacrificio da unire a quello di Gesù con le sue finalità?
2) Questa unione non si riferisce solo ai momenti o alle situazioni di sofferenza: Gesù è sempre salvatore in tutti i tempi della sua vita tra noi e in tutto ciò che compiva, e attende da noi questa offerta in qualunque situazione, compresa la gioia.
3) Tra le offerte più gradite c’è sicuramente il perdono in cui imitiamo Gesù nel suo fondamentale atteggiamento verso di noi.
D. Antonio Girlanda ssp |