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LETTERA AI GALATI

 

S.Paolo Apostolo

 

La lettera ai Gàlati sembra quella che Paolo ha scritto con maggiore agitazione o tensione spirituale. Egli si mostra capace di rimproverare anche fortemente e, insieme, capace di parlare ai suoi fedeli con una tenerezza che non ci si aspetterebbe da lui, verso gli stessi cristiani e nella stessa lettera. Ma la situazione che si era creata nella o nelle comunità dei Gàlati – dato che scrive alle chiese della Galazia – poteva provocare la fine delle comunità, o per lo meno la deformazione della fede cristiana.

1) Chi erano i Gàlati?

Ma chi erano questi Gàlati? Le altre comunità paoline si riconoscono facilmente perché legate al nome della città in cui si sono formate. I Gàlati invece sono gli abitanti di una regione chiamata Galazia che si trovava nella attuale Turchia, attorno e a nord della città di Ancyra (oggi: Ankara). I Romani ne avevano fatta una provincia dell’impero, annettendovi anche altri territori confinanti in cui abitavano popolazioni non gàlate, per cui i destinatari di Paolo possono essere i Gàlati propriamente detti o altri abitanti della provincia romana di Galazia. Ma la cosa non ha importanza: si tratta sempre di cristiani convertiti dal paganesimo.
A noi oggi può sembrare strano, ma questa popolazione aveva origine da tribù celtiche, e proveniva dalla Gallia, da dove migrarono, seguendo forse il corso del Danubio, verso il Mar Nero e la Grecia, per stabilirsi nella regione centro-nord della Turchia. Questa migrazione era avvenuta nel sec. III a. C.
Oltre a non conoscere chi siano i destinatari della lettera, non sappiamo neppure quando Paolo abbia annunciato il vangelo a questa popolazione fondandovi le comunità cristiane a cui scrive. Egli ha attraversato zone della Turchia attuale varie volte nei suoi viaggi missionari, come riferisce Luca negli Atti. Ed è strano che egli non parli mai di una “sosta” di Paolo tra la popolazione o nella regione della Galazia. Nella sua lettera Paolo ricorda di essersi fermato tra i Gàlati anche a motivo di una malattia, ma che questo non ha impedito a loro di accoglierlo “come un angelo del Signore, come il Signore Gesù stesso”. è commovente Paolo quando parla a cuore aperto con i fedeli delle sue comunità (cfr. Gal 4,8-20).

2) La lettera

La lettera ai Gàlati, dicevamo, è tra le più vivaci per il linguaggio usato da Paolo sia quando deve parlare di vicende della sua missione, sia quando entra nel vivo delle questioni riguardanti la fede e la vita cristiana. Dal punto di vista del contenuto, questa lettera è interessante anche per l’ampio resoconto che Paolo ci fa della sua vita nei primi due capitoli.
La missione di Paolo verso i pagani, sulla quale erano pienamente d’accordo con lui Pietro, Giacomo e Giovanni, gli apostoli che egli chiama le “colonne della Chiesa” (2,9), aveva suscitato contrarietà e discussioni in qualche gruppo di cristiani che provenivano dal giudaismo (erano i cosiddetti “giudaizzanti”) e che volevano imporre l’osservanza della legge giudaica a tutti i cristiani. Costoro cercavano di “svalutare” Paolo come apostolo, per squalificare la sua missione e il vangelo che egli annunciava: Paolo non era apostolo, non aveva vissuto con Cristo, non era stato chiamato da lui e il vangelo che annunciava non era genuino. Paolo deve difendersi e lo fa ricordando alcune vicende della sua vita.
Dovremmo quasi… dir grazie ai suoi denigratori perché, per rispondere a loro, ha dovuto parlare di se stesso dandoci così notizie preziose e dirette sulle comunità della Chiesa primitiva, sui suoi rapporti con gli altri apostoli, sui contrasti che sorgevano e che aiutavano la Chiesa a prendere coscienza di sé e della sua missione universale, superando i confini del mondo giudaico in cui si era formata la prima comunità cristiana.
Dopo questi due capitoli autobiografici, Paolo affronta le questioni che mettevano in pericolo la natura della fede cristiana e ne precisa i rapporti col giudaismo (cc. 3-4). Nell’ultima parte della lettera Paolo parla soprattutto della vita cristiana, sempre in rapporto con la fede (cc. 5-6).

3) Indirizzo e saluti (1,1-10)

Fin dalle prime parole si nota la foga di Paolo che mette subito in chiaro la sua qualifica di apostolo, chiamato direttamente da Gesù Cristo risorto. Anch’egli è stato chiamato alla sua missione direttamente da Gesù, come i Dodici; anch’egli ha veduto con i suoi occhi il Signore risorto, come i Dodici, e può quindi testimoniare sulla realtà della risurrezione di Gesù, che ha dato se stesso per i nostri peccati e ci ha salvato sulla croce (vv. 1-5). Sono i temi che Paolo ha fretta di affrontare. Diciamo che “ha fretta”, perché ci accorgiamo che… salta la preghiera abitualmente presente all’inizio delle sue lettere: la preghiera di ringraziamento a Dio per il bene che vi è nella comunità cui scrive, anche se poi deve fare osservazioni e rimproveri!
Dopo il saluto Paolo sente il bisogno di dare subito uno scrollone ai suoi Gàlati dicendo loro che certi predicatori, senza un mandato e senza vera conoscenza di Cristo, li hanno sconvolti così da far loro abbandonare l’insegnamento di Paolo. Ed egli reagisce subito con un giudizio inappellabile (1,6-10): non c’è un altro vangelo, ma ci sono solo alcuni che lo stravolgono. E chiunque stravolge il vangelo falsandolo e rovinando così la fede dei convertiti, è “uno scomunicato, un maledetto” (anàthema) da Dio, perché così distrugge la chiesa di Gesù per la quale egli è morto crocifisso. Raramente Paolo ha detto parole simili! Ma se i suoi figli si sono così presto staccati da Cristo e dal vangelo, anche lui si affretta a richiamarli con forza, a scuoterli, perché sembra che quei predicatori li abbiano ammaliati e intontiti.

4) Chi è Paolo? (1,11-17)

Certo i Gàlati sapevano chi era Paolo e come era divenuto apostolo di Gesù Cristo; ma ora egli ricorda a loro il grande capovolgimento della sua vita. Egli era stato un fervente giudeo, come lo erano i farisei (1,13-14). E aveva perseguitato i seguaci del Nazareno perché li riteneva fuorviati dalla retta via, cioè dalla pratica della Legge di Mosè. Ma venne il momento in cui Dio, per pura grazia, gli aprì gli occhi, gli rivelò il Figlio suo risorto nella gloria celeste, e gli affidò la missione di annunciarlo ai pagani (1,15-16).
Paolo non riporta il breve dialogo con Gesù, ricordato in Atti 9,3-6 – “Saulo, perché mi perseguiti?”; “Chi sei tu, o Signore?”; “Io sono il Gesù che tu perseguiti…” – egli parla di chiamata, rivelazione e missione: parole che, illuminate dalla luce abbagliante del Cristo risorto, contengono per Paolo tutta la sua nuova vita, una vita che lo porterà a valutare come “spazzatura” ciò in cui prima poneva la sua fiducia (cfr. Fil 3,7-8). Paolo si sentì avvolto dalla luce e dalla grazia e si offrì interamente al progetto che Dio aveva preparato per lui fin dal seno materno, come dice riportando una frase profetica riferita a Geremia e al Servo di Jhwh (Ger 1,5; Is 49,1). E così anche tutta la sua vita precedente di fariseo e di persecutore dei cristiani si rivelerà provvidenziale per la sua vita di apostolo di Gesù.
Ora Paolo ripercorre i momenti principali della nuova vita per mostrare che non è andato a scuola da nessuno per “imparare” Gesù Cristo. Dice dunque che da Damasco non è corso a Gerusalemme dagli altri apostoli, ma che si è ritirato in Arabia, praticamente in qualche zona non lontana da Damasco, dove poi è tornato. Egli aveva bisogno di un certo periodo di tempo per riflettere sulla sua nuova vita sia interiore che esteriore. Doveva “rileggere” e comprendere in modo nuovo tutto l’AT, perché ora il centro era Gesù Cristo, Figlio di Dio, il Messia promesso, Salvatore e Redentore di tutti i popoli, tutti da redimere e da salvare. Tutto tendeva a lui.
Difficilmente possiamo immaginare che rivoluzione dovette compiersi nella mente e nello spirito, e anche nella sensibilità ed emotività, insomma in tutta la personalità di Paolo che si sentiva veramente l’«uomo nuovo», come dirà parlando del cristiano, ma forse nessuno lo sperimentò come lui. Era talmente nuovo che i suoi colleghi, amici, compagni di prima non lo riconoscevano più e cominciarono subito a contrastarlo cercando addirittura di eliminarlo, perché non avevano mai visto una conversione così repentina e radicale come quella di Saulo, e anche pericolosa…, perché con la sua cultura, la sua oratoria e il suo entusiasmo, avrebbe certo convinto molti a seguirlo! Ma la sua missione era orientata da Dio verso i pagani. Con i suoi correligionari Paolo, sia a Gerusalemme sia in altre comunità provocava solo reazioni negative e ostili che lo costringevano ad allontanarsi. Questa per lui fu una profonda sofferenza, ma è stata l’occasione per riflettere sul “mistero di Israele”, sul quale mediterà a lungo nella lettera ai Romani (cfr. Rm 9-11).

5) Gli incontri di Paolo con gli Apostoli (1,18- 2,10)

Dopo un certo periodo di ritiro, Paolo torna a Damasco e solo dopo tre anni dalla “conversione” va a Gerusalemme per incontrare Pietro e vi trova anche Giacomo, uno della parentela di Gesù che succederà a Pietro nella guida della comunità di Gerusalemme. Comunque Paolo dice di essersi fermato in compagnia di Pietro (Cefa) una quindicina di giorni. Poi si allontanò da Gerusalemme verso la Siria e la Cilicia, cioè verso Tarso la sua città nativa. Gli Atti (9,25-30) ci dicono che sia da Damasco, sia da Gerusalemme Paolo dovette allontanarsi perché alcuni ebrei fanatici avevano organizzato una congiura per eliminarlo. A Tarso lo ritrovò Barnaba vari anni più tardi, forse verso il 44-45, e lo condusse ad Antiochia di Siria dove si era formata una comunità con molti cristiani, anzi là si cominciò a chiamare “cristiani” i seguaci di Gesù Cristo. E Antiochia divenne la base dei viaggi missionari di Paolo.
Paolo passò ancora da Gerusalemme – egli annota: 14 anni dopo (2,1) – e si preoccupò di incontrare ancora Pietro, con cui parlò delle sue missioni. Egli dice prudentemente: “per evitare il rischio di correre o di aver corso invano” (2,2), cioè di formare chiese diverse per fede o per pratica cristiana. Probabilmente questo incontro coincide con il cosiddetto Concilio di Gerusalemme, di cui parlano gli Atti al c. 15. In questione c’era ancora l’osservanza della legge mosaica da imporre o no ai convertiti dal paganesimo (2,2-3). Paolo sarà sempre contrario a questa imposizione: per la salvezza è necessaria e sufficiente la fede in Gesù Cristo Salvatore. Tanti cristiani di origine ebraica invece sostenevano che era necessario osservare anche la legge mosaica a cominciare dalla circoncisione. Sembrava ovvio e necessario che tutti i cristiani vivessero come il popolo di Dio, regolato da secoli dalla sua legge. Anche Gesù era vissuto da ebreo: anche lui circonciso l’ottavo giorno… e non aveva abolito la legge mosaica. E poi gli apostoli e la prima comunità cristiana vivevano secondo la tradizione religiosa giudaica, oltre a praticare gli insegnamenti di Gesù e celebrare la cena del Signore, l’eucaristia. Era spontaneo ritenere che i seguaci di Gesù vivessero come lui. Ma questo rischiava di appiattire la parola e l’insegnamento di Gesù e tutto il senso della sua esistenza e della sua morte, chiudendolo nel suo mondo giudaico.
Paolo espose chiaramente e con energia la fede autentica in Cristo (“non abbiamo ceduto in nulla… affinché la verità del vangelo rimanga salda in mezzo a voi”, 2,5). E annota con cura che “le colonne” della Chiesa – Pietro, Giacomo e Giovanni – si mostrarono pienamente d’accordo con lui, riconobbero la validità e legittimità della missione di Paolo e Barnaba presso le popolazioni pagane e “strinsero loro la mano destra in segno di unione” (2,9-10), chiedendo solo che si ricordassero dei poveri di Gerusalemme, cosa che Paolo farà raccogliendo offerte nelle sue comunità per i poveri di Gerusalemme, anche per offrire un segno esterno, tangibile dell’unità della Chiesa e tra le Chiese (cfr. 2Cor cc. 8-9).
(Continueremo a leggere il seguito del c. 2,11-21 nel prossimo numero).

Per la riflessione personale:

1)         Leggere con calma la parte della lettera esaminata nello studio: Gal 1,1-2,10, riprendendo poi i tre brani: 1,1-10; 1,11-17; 1,18-2,10.
2)         Paolo ringraziava sempre il Signore per il bene che vedeva nelle sue comunità; so fare altrettanto per le persone e per le situazioni in cui vivo, anche quando vedo deficienze in me e negli altri?
3)         Paolo ha trovato ostilità e incomprensioni proprio dai cristiani che venivano dal giudaismo come lui. Anch’io forse trovo più difficoltà a collaborare con persone che conosco bene più che con altre (in famiglia, in parrocchia, in altre iniziative…)?


D. Antonio Girlanda ssp


 

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