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LETTERA AI ROMANI
(6)

 

Nei cc. 7-8 Paolo continua la sua meditazione sulla condizione dell’uomo schiavo del peccato, della morte e della legge, da cui solo Cristo lo libera.

Cristo libera l’uomo dalla schiavitù della legge (7,1-6)

Dopo aver parlato nei cc. 5-6 della liberazione dal peccato e dalla morte, ora nel c. 7 Paolo affronta la liberazione dalla legge, che per lui è la legge mosaica data da Dio a Israele. Eppure Paolo, l’entusiasta osservante e l’acca-nito difensore della legge, dopo l’incontro con Cristo, avverte la situazione difficile e addirittura insostenibile in cui la legge pone “l’uomo vecchio” nel suo rapporto con Dio e con la sal­vezza, rispetto alla situazione che si crea con Cristo, accogliendolo come il Figlio di Dio, realizzatore del progetto di salvezza del Padre per tutti gli uomini indistintamente.Paolo inizia dicendo di parlare a gente – i cristiani di Roma – che di legge se ne intende, e forse tra loro c’erano anche di quelli che, come Paolo, appartenevano alla categoria dei “cittadini romani” che godevano di diritti particolari, come quello di appellarsi al tribunale dell’imperatore in cause giudiziarie, cosa che farà Paolo durante il suo processo (cfr. Atti 22,25-29).
Restando nel terreno legale, egli dice come cosa ovvia che la legge vale solo per i viventi e porta l’esempio della donna legata dal vincolo del matrimonio finché vive il marito e sciolta da esso quando egli muore. Paolo però ha in mente la si­tuazione del cristiano che col battesimo è morto per ogni legge e ora appartiene solo a Cristo.

Fuori dell’influsso della grazia di Cristo l’uomo è “in balìa della carne” che ha una sua legge, ma è quella che lo trascina al male. Sappiamo che nel linguaggio di Paolo “la carne” non richiama soltanto, né in primo luogo, la sfera della sessualità, ma tutto l’uomo con tutte le sue passioni e vizi a cominciare dalla superbia, dalla affermazione di sé, che recepisce comandi e divieti della legge come una limitazione e scatena in lui l’istinto della trasgressione, che produce frutti di morte, colpe e peccati. La grazia che Cristo dona ai credenti li porta a vincere questo istinto, liberandoli da questa schiavitù, perché li introduce in un mondo nuovo, quello dello Spirito.

La legge santa e spirituale, occasione di trasgressione (7,7-12)

Ora Paolo parla in prima persona, ma non per manifestare un’esperienza sua personale, ma quella di ogni essere umano, fuori dell’influsso della grazia di Cristo: è la lacerazione interiore tra la percezione del bene cui l’uomo aspira e che giudica di dover compiere, e l’impotenza che avverte in sé di comportarsi secondo tale giudizio.
Come già nel c. 6, Paolo si fa un’obiezione che sorge spontanea da quanto ha detto: se Cristo libera l’uomo dalla legge come dal peccato, si devono porre queste due realtà sullo stesso pia­no? E risponde ovviamente: No! (7,7-8). Però la legge con le sue proibizioni stimola il desiderio a trasgredire, che egli chiama “concupiscenza” e che indica la forte attrazione dell’uomo ad ogni cosa che soddisfa i suoi egoismi. Il peccato, qui personificato da Paolo, approfitta di questa concupiscenza e induce alla trasgressione.
A questo punto, sempre parlando in prima persona, traccia un quadro che, per alcuni studiosi, alluderebbe alla condizione dell’uomo nel paradiso terrestre prima del peccato (7,9-11). Allora non c’era alcuna legge e il rapporto con Dio era familiare, spontaneo, nello stato di innocenza primitiva. Il frutto proibito stimolò il desiderio che, attizzato dal serpente, portò alla trasgressione. Ma, a parte ogni allusione, Paolo ha qui presente l’esperienza comune ad ogni uomo.

L’uomo lacerato in se stesso tra le attrattive del bene e del male (7,13-25)

Ogni uomo, soprattutto un ebreo, pensa che la legge di Dio è spirituale, santa, perché Dio non intende certo spingere l’uomo al peccato. La situazione drammatica si crea nell’uomo “decaduto”: egli, da una parte non ha perduto totalmente il senso di Dio e il richiamo della coscienza a una vita buona e giusta, e dall’altra avverte tutta la sua debolezza, l’impotenza a seguire quel richiamo e la forte propensione a soddisfare ogni desiderio e passione della sua natura umana (7,12-14).
Per tre volte, con leggere varianti, Paolo descrive questa situazione che l’uomo sperimenta in se stesso: nei vv. 15-17; 18-20; 21-23. Il suo linguaggio sembra rappresentare un uomo alienato, fuori di sé e quasi irresponsabile; di fatto egli coglie vivamente la realtà concreta dell’esistenza umana fuori dell’influsso di Cristo. Alla descrizione drammatica che si chiude con un grido di disperazione (7,24) segue la risposta vera: chi può, vuole e desidera liberare l’uomo è solo Dio e lo fa mediante il figlio suo Gesù, il Signore (7,25).

Lo Spirito di Dio dà forza per dominare “la car­ne” (8,3-18)

Dopo la rappresentazione drammatica della situazione dell’uomo, dominato dal peccato, dalla morte e dalla legge, nel c. 8 Paolo guarda al-l’uomo dominato dallo Spirito di Dio, che è lo scopo di tutto il suo discorso, perché è lo Spirito che porta nell’uomo la vera vita, liberandolo dalle sue schiavitù. Lo Spirito ci appare in S. Paolo come l’esecutore del progetto del Padre per la salvezza dell’uomo, realizzato dal Figlio e messo in atto dallo Spirito nella Chiesa e nei credenti, “in coloro che sono in Cristo”. L’espressione frequente nelle lettere di Paolo, richiama chiaramente quella profonda e vitale unione tra Cristo e i credenti, vista da lui come l’unione tra il capo e le membra di un organismo vivente (1Cor 12), per cui ogni membro spontaneamente è in funzione degli altri e dagli altri riceve ciò di cui ha bisogno: è la legge dello Spirito che libera da ogni costrizione e dona a ciascuno forza e capacità di compiere ciò che vede buono e giusto, dandogli così anche la gioia di realizzare veramente se stesso. La legge del peccato e della morte invece è come una forza estranea all’uomo che lo trascina alla sua rovina.
Ora, per realizzare il suo progetto, il Padre, manda il Figlio suo nel nostro mondo ad assumere la nostra carne, “la carne di peccato”, come la definisce Paolo, cioè la nostra natura ridotta nello stato in cui noi la sperimentiamo. E pur essendo libero da ogni peccato, Cristo ha subìto nella nostra carne la condanna del peccato avvenuta sulla croce, che rappresenta la condanna del male, del peccato che è nell’uomo, non la condanna dell’uomo e neppure della carne in sé, perché la nostra umanità assunta da Cristo è opera del Padre e quindi è stata recuperata e rinnovata nella risurrezione di Cristo e ora rappresenta il modello, il punto d’arrivo del nostro destino. Questa natura, intanto, con la grazia ha la possibilità di compiere “la giustizia della legge”, (letteralmente: il giusto comandamento della legge), cioè quel comandamento che la riassume tutta e che Paolo preciserà più avanti dicendo: “Piena attuazione della legge è l’amore” (13,8-10), che è quasi l’eco del comando di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). E i credenti in Cristo hanno in sé lo Spirito con la sua forza liberatrice e operante per vivere sulle orme di Cristo (vv. 3­9). Paolo vede già il corpo dei cristiani con tutto ciò che ha di negativo, morto sulla croce con Cristo, ma risorto nello Spirito, a causa della giustificazione avvenuta (vv. 8,3-11).
Certo, Paolo non perde il contatto con la realtà concreta: in questo mondo anche i credenti sono “in via”, sono pellegrini e quindi in una situazione precaria in cui è sempre possibile ricadere a vivere “secondo la carne”. Di qui l’esortazione a “mortificare”, a dare la morte, a eliminare le opere della carne che tende a riprendere il suo dominio sull’uomo (8,12-13). Ma i credenti possono sempre superare questa tendenza: lo Spirito infonde in essi un principio vitale divino che li rende figli adottivi di Dio, eredi del suo regno con il Figlio, per cui difficoltà e sofferenze attuali sono ben poca cosa e sono passeggere, rispetto alla felicità che li attende per l’eternità: la sproporzione è evidente! (8,14-18).

La creazione attende la gloria dei figli di Dio (8,19-30)

Questo brano è uno dei testi più originali di Paolo. Il suo sguardo ora si estende dall’uomo all’intera creazione. L’uomo ne è parte come l’essere più importante e significativo, perché l’unico in grado di valutare e apprezzare in essa l’opera di Dio. Egli non solo ne fa parte, ma la coinvolge nella sua avventura fin dalle origini (ricordiamo Genesi 1-3). E dopo il peccato dell’uomo anche la creazione non è più in sintonia con l’uomo, ma in conflitto. E attende ansiosamente “la rivelazione dei figli di Dio”, cioè che si manifesti ciò che sono realmente, cosa che avverrà quando sarà redento, cioè risorto il loro corpo, la parte dell’uomo che più si avvicina alla creazione, diciamo così, materiale.
Paolo “personalizza” anche la creazione nel suo insieme e, dopo il peccato dell’uomo, la vede ridotta in uno stato innaturale, usata insensatamente contro la sua natura di rivelatrice della grandezza e della generosità del Creatore verso l’uomo; essa appare come violentata da lui, costretta a nascondere Dio, a usurpare il suo posto (così si adoravano stelle, certi alberi, certi monti… e poi i vari idoli di oro, argento…).
Così Paolo vede anche la creazione soggetta a una “schiavitù della corruzione”, costretta, contro la sua natura, ad alimentare l’idolatria dell’uomo. Perciò essa “geme e soffre” per essere liberata in vista di una nuova esistenza (per questo si accenna alle “doglie del parto”), cioè quella di riprendere la sua vera funzione di rivelatrice di Dio.
E anche noi cristiani, pur rinati a nuova vita, siamo per Paolo “nelle doglie” in attesa della piena manifestazione del nostro essere figli di Dio con la redenzione del nostro corpo, cioè con la risurrezione. Coscienti di essere “in via” e di essere salvati nella speranza (8,24), camminiamo con perseveranza verso la nostra mèta definitiva. Ma vivendo in un mondo sempre alquanto ambiguo, non sappiamo cosa sia veramente conveniente domandare al Padre affinché si compia il suo disegno di salvezza per noi. Perciò lo Spirito stesso, presente in noi, “geme e prega” in noi, in perfetta sintonia con la volontà del Padre.
È una realtà stupefacente che Paolo ci rive­la qui e che sta alla base della verità che ci an­nuncia subito dopo: con lo Spirito che prega nei credenti, cioè in noi, “tutto nella vita di coloro che amano Dio, concorre al loro bene” (8,26-28). Paolo elenca quasi le tappe del progetto di Dio per la nostra salvezza. Naturalmente a noi si pre­sentano come tappe distribuite nel tempo, ma sono da sempre tutte presenti in Dio. Da sempre siamo da lui conosciuti e predestinati a divenire conformi all’immagine del Figlio suo, già ades­so nella nostra vita di fede. E questo vale per tut­ti; nessuno è escluso in partenza dalla salvezza, nessuno è predestinato alla dannazione. Solo chi rifiuta positivamente ogni rapporto con Dio si esclude dal suo progetto di salvezza (8,29-30).

Nulla potrà separarci da Cristo (8,31-39)

Dopo avere espresso quanto sente e vive profondamente in sé sull’amore di Dio quale si rivela in Cristo e nello Spirito, Paolo conclude esclamando che nessun dubbio è lecito, nessuna paura è giustificata per i figli di Dio: non esiste nulla e nessuno che possa contrastare la potenza del suo amore per noi, né esiste alcuna condizione di vita che possa separarci dal Dio Padre che Gesù ci ha rivelato. Paolo si sente “il primo dei peccatori” (cfr. 1Tm 1,15), eppure Cristo lo ha perdonato, convertito e fatto suo apostolo… e sembra dire: se Cristo ha fatto questo per uno come me, nessuno può dubitare di essere amato e salvato da lui. Sicuro di questo amore, ha superato difficoltà e sofferenze, ha affrontato le potenze del mondo (politiche, religiose…) che si organizzano contro Cristo e i suoi seguaci (vedi 2Cor 11,23-28) e può concludere: “Sono persuaso che… nulla potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo nostro Signore” (8,39).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Ho letto con attenzione, in momenti di tranquillità (non tutto di seguito!), il testo impegnativo di Paolo e lo studio proposto?

2) Sempre, ma soprattutto quando sento la mia natura ribellarsi a ciò che sento giusto e santo per me, credo che lo Spirito di Dio opera in me e mi dona vittoria e pace?

3) Sono persuasa, e ci penso nella preghiera specie al mattino e alla sera, che qualunque cosa mi accadrà o mi è accaduta l’ha stabilita l’amore del Padre per me fin dall’eternità?


D. Antonio Girlanda ssp

 

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