L’insurrezione ebraica era scoppiata nel 66, ma i romani avevano riconquistato la Palestina e Gerusalemme che ricadde nel 70 in loro potere e fu distrutta.
Da chi fu scritta? L’autore della lettera agli Ebrei è sconosciuto. Si pensa che sia tra i collaboratori di Paolo, o comunque nella cerchia dei suoi discepoli, dato che sono presenti nella lettera idee e frasi “paoline”; ma la lettera scritta in un greco stilisticamente migliore rispetto a quello delle lettere paoline e soprattutto, il modo di presentare la figura e l’opera di Gesù, convincono che l’autore non sia Paolo. Molti pensano, per esempio, a Barnaba o ad Apollo, ma nessun documento antico indica il nome dell’autore. Già Origène, un grande studioso delle Scritture, vissuto ad Alessandria d’Egitto nella prima metà del III sec., diceva che “solo Dio sa chi ha scritto questa lettera”. Alla fine l’autore dice: “Vi salutano quelli dall’Italia” (13,25) che può indicare da dove è partita questa lettera, forse dalla comunità di Roma, in cui vi erano anche molti cristiani provenienti dal giudaismo.
A chi fu scritta? Certo, l’autore conosceva bene la comunità a cui indirizzò il suo scritto, una comunità che molto probabilmente viveva in Palestina, che aveva subìto già qualche persecuzione nel suo ambiente, per cui cominciava a scoraggiarsi e a disperdersi. L’autore dice infatti che diversi già disertavano le riunioni (cfr. 10,25) e la disgregazione non distrugge solo la comunità, ma porta anche i singoli ad abbandonare la fede già abbracciata e mantenuta in momenti difficili, proprio perché sostenuta dalla solidarietà e dal coraggio esemplare di fratelli e sorelle con cui ci si sente uniti e si condividono sofferenza e coraggio perché tutti conservino il tesoro della fede.
Il tema fondamentale. La lettera agli Ebrei, dicevamo, sviluppa un tema praticamente ignoto alle altre lettere paoline: potremmo dire che essa ci offre una presentazione “liturgica” della persona e dell’opera di Gesù, oppure dire che legge e vede la persona e l’opera di Gesù con “categorie liturgiche”. Essa ci presenta Gesù come un sacerdote, anzi come il sommo sacerdote, che offre in sacrificio se stesso ed entra nel tempio del cielo, il vero tempio di Dio, offrendogli il suo proprio sangue in espiazione dei peccati del popolo, cioè dei peccati di tutti gli uomini – perché egli offre se stesso per salvare tutti – a somiglianza del sommo sacerdote ebraico che, una volta all’anno, nel giorno dell’Espiazione (detto jom kippur) entrava nel Santo dei Santi (cioè nel luogo santissimo, il più sacro del tempio) portando il sangue dei sacrifici compiuti sull’altare che si trovava all’esterno, in espiazione dei peccati del popolo. In questo luogo anticamente era collocata l’arca dell’alleanza considerata la sede di Dio. Con la distruzione del tempio, al tempo di Nabucodonosor (586 a.C.) l’arca scomparve e nella ricostruzione dopo l’esilio, il Santo dei Santi rimase un luogo vuoto. Tuttavia il sommo sacerdote ebraico entrava nel Santo dei Santi portando il sangue dei sacrifici, secondo la liturgia indicata in Levitico 16.
Sappiamo che la morte di Gesù in croce e tutta la sua passione non ha avuto nulla di… liturgico: è stata l’esecuzione barbara di un uomo condannato a morte dal tribunale ebraico e romano, e condotto al patibolo della croce tra indifferenza e derisioni, insulti e tormenti.
Tutta l’esistenza e le parole di Gesù, durante la sua vita pubblica, erano orientate verso questo “sacrificio” e le lettere di Paolo sono piene di richiami a “Cristo crocifisso”; però la passione e la morte di Gesù non erano ancora state “lette” e considerate sulla traccia della liturgia che si praticava nel giorno dell’espiazione; una liturgia che all’autore della nostra lettera è apparsa sempre più come l’ombra di cui la vicenda di Gesù era la realtà; egli infatti usa proprio questa immagine per indicare il rapporto tra eventi e persone di carattere religioso dell’A.T. e del N.T. (cfr. 8,5; 10,1). Egli ha percepito nella liturgia dello jom kippur la anticipazione profetica della nostra redenzione compiutasi nel sacrificio del Figlio di Dio a favore noi tutti.
Per il nostro studio possiamo dividere la lettera in due parti, oltre al prologo e all’epilogo: a) 1,5-10,18; b) 10,19-13,21.
Il Prologo della lettera (1,1-4)
Il prologo della lettera, senza mittente, destinatari e saluti – come dicevamo – inizia subito presentando Gesù in tutta la sua infinita grandezza di Figlio di Dio, risorto dai morti e rivelatore definitivo di Dio che in lui si è rivelato come Padre.
In questi versetti iniziali l’autore mette anzitutto in evidenza la continuità della storia della salvezza e della rivelazione che ne ha manifestato il senso. Ora mediante il Figlio si compie pienamente quella rivelazione di Dio che in passato si era manifestata in modo incompleto e frammentario. In Gesù trova la sua completa espressione il disegno divino per la salvezza di tutti gli uomini. Assieme alla continuità appare anche tutta la superiorità dell’intervento di Dio nella storia dell’umanità mediante Cristo.
L’ultimo e definitivo rivelatore di Dio è dunque il Figlio della stessa natura del Padre, Parola sua che sta all’origine di tutto ciò che esiste e che ne è pure il fine nel senso che il Figlio è l’erede, e quindi il Signore, di tutto ciò che è del Padre, cioè dell’intero universo.
Di questo Figlio l’autore dice che è l’irradiazione… e l’impronta: sono espressioni desunte da Sap 7,26 e che intendono affermare l’identità di natura tra Dio Padre e Gesù Cristo il Figlio, usando l’immagine del raggio che è della stessa natura della fonte luminosa da cui proviene, e quella dell’impronta lasciata dal sigillo che è perfettamente identica al sigillo che l’ha impressa. Mediante il Figlio che è la sua stessa Parola onnipotente, il Padre ha creato, dato origine ad ogni cosa e il Figlio che è Parola onnipotente mantiene tutto nell’esistenza (esprime in altri termini il pensiero di Paolo in Col 1,16-17).
Ma la storia della salvezza non è solo rivelazione: essa ha il suo elemento fondamentale nella purificazione dai peccati, nella redenzione, qui appena accennata, ma sulla quale si diffonderà ampiamente la nostra lettera. Ora il Figlio è assiso in trono accanto al Padre (secondo l’immagine desunta dai sovrani sui loro troni!), al di sopra di ogni potenza terrena e celeste. Il Nome nel linguaggio biblico equivale a dignità, grandezza e potenza della persona che lo porta. Il richiamo agli angeli annuncia il tema che sarà trattato subito di seguito, in 1,5-14.
La superiorità di Gesù Cristo sugli angeli (1,5-14)
La prima domanda che viene spontanea, leggendo questi dieci versetti, è: perché mai l’autore insiste tanto sugli angeli, riportando tanti testi della Scrittura? Così infatti egli vuole mostrare che l’argomento non solo è importante per lui, ma che esso è importante anche per i suoi destinatari, quasi che per essi fosse in discussione!
In realtà, esisteva nel giudaismo al tempo di Paolo (I sec. d.C.) una corrente di pensiero chiamata “gnosticismo”, secondo la quale tra Dio purissimo spirito e il mondo della materia cui appartiene anche l’uomo, non esisterebbe alcuna comunicazione diretta, ma solo una lunga serie di esseri intermediari, angeli di varia importanza e potenza, che l’uomo doveva ingraziarsi e rendersi propizi con atti di culto e così ottenere il loro “lasciapassare” per poter arrivare gradatamente a Dio e quindi alla salvezza eterna. Tra questi esseri intermediari veniva collocato anche Gesù Cristo che non era quindi da considerare come “l’unico salvatore” dell’uomo, l’unico al quale si doveva tributare un culto religioso.
L’autore della lettera intende – con tutta la tradizione apostolica – liberare il campo da simili idee, di provenienza anche pagana, e affermare chiaramente senza alcuna ambiguità o incertezza, che di fronte al Figlio di Dio nessuna potenza può non solo contrapporsi ma neppure paragonarsi, così come nessuna potenza o nessun essere può contrapporsi o paragonarsi a Dio stesso. Niente di simile è stato mai annunciato da Gesù o dai suoi apostoli che hanno cominciato a predicare il vangelo dal giorno della Pentecoste, ripieni dello Spirito Santo, inviato loro da Gesù e dal Padre suo.
Esortazione ad accogliere la salvezza (2,1-4)
Nella lettera agli Ebrei, oltre a una parte di carattere più esortativo e pratico, come si trova nelle lettere di Paolo, incontriamo anche brevi brani di questo tipo, isolati e connessi con il discorso che l’autore sta facendo, come troviamo qui all’inizio del c. 2 ai vv. 1-4. Egli invita qui i suoi destinatari a conservare con impegno ciò che hanno udito, cioè appreso e imparato su Gesù Cristo quando lo hanno accolto come il Salvatore, l’unico, e sono diventati suoi fedeli seguaci. è fondamentale per la salvezza ritenere quanto hanno annunciato e trasmesso i primi apostoli e discepoli di Gesù. Qui la lettera si richiama a una antica tradizione rabbinica secondo cui la Legge fu comunicata mediante gli angeli a Mosè che la trasmise a Israele.
Il richiamo a questa tradizione, nota agli ebrei, è fatto per rafforzare ciò che l’autore vuol dire, e cioè: se le norme trasmesse da Dio al suo popolo mediante gli angeli e Mosè erano esigenti e le trasgressioni a quelle norme erano punite severamente, quanto più sarà punita la trascuratezza e la noncuranza nei confronti della salvezza comunicata a noi dal Figlio stesso di Dio e annunciata a noi dai suoi apostoli riempiti del suo Spirito che garantiva la loro predicazione mediante prodigi e segni che la accompagnavano? Il libro degli Atti testimonia queste affermazioni della lettera agli Ebrei.
Grazie a Dio, lo Spirito Santo non solo ha accompagnato e assistito gli apostoli e i discepoli che per primi annunciarono Gesù e il suo Vangelo, ma ha anche assistito con la sua ispirazione coloro che noi chiamiamo gli evangelisti, come gli altri autori del Nuovo Testamento, a mettere per iscritto la predicazione degli apostoli, così che la Chiesa fin dalle origini avesse dei testi scritti da conservare e su cui confrontare sempre il suo insegnamento e valutare “idee nuove” che qualcuno pretendesse aggiungere al cosiddetto “deposito della fede” che la Chiesa continua a conservare e ad annunciare a tutte le generazioni lungo i secoli della storia.
Per la riflessione personale:
1) Tengo presente l’importanza del “fare chiesa” col mio gruppo – con tutte le sorelle – proprio per alimentare, al di là di simpatie personali, il senso di appartenenza al Cristo, superiore ad ogni altro motivo di amicizia?
2) A volte possiamo sentire persone che con disinvoltura dicono cosa dovrebbe o non dovrebbe fare la Chiesa, il Papa… Siamo capaci di reagire, certo con gentilezza, ma facendo notare che la Chiesa e il Papa non sono “i padroni, ma i servi della verità”, e che non possono dire e autorizzare ciò che vogliono o ciò ciò che vorrebbe “una maggioranza” (presunta).
3) Prova a leggere con calma il cap. 16 del libro del Levitico, in una Bibbia con delle note, per entrare un po’ nel linguaggio e nella mentalità ebraica del tempo di Gesù e dell’autore della lettera agli Ebrei.
D. Antonio Girlanda ssp
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