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La meditazione del nostro Fondatore ci fa riflettere sulle realtà ultime della nostra esistenza: la morte, il peccato, il giudizio, il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno. Il fine ultimo dell’uomo è il Paradiso e per raggiungerlo bisogna: 1) fare penitenza 2) evitare il peccato veniale deliberato 3) eccitarsi al fervore.
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La morte è una pena del peccato. Adamo ed Eva non tennero conto della minaccia di Dio, ma si cibarono del frutto vietato ed allora fu pronunziata la sentenza: “Tu morrai”. Ma questa morte è incerta. Può avvenire in ogni momento, in ogni luogo, quando meno ce l’aspettiamo. Si può morire in qualsiasi posto: per strada, nel letto, a tavola, in chiesa, durante il lavoro. Si può morire a tutte le età. Non si è sicuri dal mattino alla sera. Levandoci al mattino, non sappiamo se alla sera torneremo a riposarci sani nel nostro letto; alla sera non sappiamo se al mattino saremo ancora vivi. Non siamo sicuri, e questa è la più terribile incertezza, circa il modo in cui moriremo. Moriremo bene o male? Quindi la grazia di una buona morte è una delle grazie da chiedersi, e da chiedersi ogni giorno. La morte è il giorno in cui si raccoglie ciò che si è seminato. Chi avrà seminato peccati, raccoglierà peccati; e chi avrà seminato buone azioni, raccoglierà grandi meriti. Dobbiamo aver cura di conservare sempre l’anima monda e in pace. Avessimo la disgrazia di cadere in peccato grave, confessiamocene al più presto, confessiamocene bene e poi non pensiamoci più per evitare ansietà inutili e spesso dannose. Nostro Signore, parlando della morte, ha detto: Siate sempre pronti, “con le candele accese”, perché si deve fare un viaggio lungo, oscuro e tenebroso. Le lanterne da prendere per tale viaggio sono le opere buone che ci impediscono di cadere nell’inferno o nel purgatorio e ci fanno andare direttamente al Padre Celeste. Quindi il nostro fine è il Paradiso. Ciò che ci impedisce di raggiungerlo è il peccato, che è una trasgressione della legge di Dio. Dio vuole da noi una cosa e noi ne facciamo un’altra. Il peccato può essere grave o veniale; il peccato grave è quello che porta a trasgredire in cosa grave. Per essere tale, però, richiede, oltre la materia grave, anche la piena conoscenza e il consenso da parte di chi lo commette. Se manca la materia grave, o l’avvertenza o il consenso, il peccato non è grave. Dobbiamo evitare il peccato, perché ci impedisce il raggiungimento del Paradiso. Col peccato diventiamo nemici dell’anima nostra; il peccato impedisce la santificazione dell’anima se è veniale; impedisce la salvezza se è mortale. Tre sono le tentazioni che c’inducono al peccato: il mondo, il demonio, la carne. Se non vigiliamo, lo spirito del mondo ci perseguita anche nella vita consacrata. Il secondo pericolo ci viene dal demonio, il quale è sempre lì a tentare, a tendere insidie. Il terzo pericolo di peccare viene da noi stessi, dalle nostre passioni, specialmente dai sette vizi capitali. I peccati più pericolosi sono interni e sono quelli che si commettono con la mente e con il cuore. Con la mente: pensieri di scoraggiamento, di diffidenza, di disperazione; dubbi contro la fede, la carità, sospetti temerari, giudizi troppo spinti, pensieri contro la povertà, l’obbedienza, la giustizia, l’umiltà ecc. Col cuore: certi desideri contrari alla carità, alla povertà, all’obbedienza, contro la fedele osservanza dei doveri della vita consacrata; peccati interni di memoria che rinfresca sempre il ricordo di fattacci, di cose viste, lette, udite: se questo si fa deliberatamente, si fa male. Il peccato è il vero male dell’anima nostra, perché ci allontana dal fine, il Paradiso, e c’impedisce quell’aumento di grazia e di meriti che desideriamo raccogliere nella nostra vita. Il peccato è una rivolta, un atto di insipienza, di ribellione al Signore; è l’atto del verme stolto, superbo, miserabilissimo della terra che si leva contro il suo Creatore. Allora preghiamo: “O Signore, fa’ ch’io non muoia prima di aver scontato quaggiù tutti i miei peccati e quelli che ho fatto commettere ad altri. Fa’ che io riconquisti quel posto che mi hai preparato, anche se, con i miei peccati, l’avessi già perso”. Il Giudizio è un altro passo verso la nostra ascensione al cielo, un altro passo verso la glorificazione dell’anima fedele. Subito dopo la morte vi è il giudizio particolare; l’altro è il giudizio universale che Gesù farà di tutta l’umanità alla fine del mondo. Abbiamo un duplice complesso di doveri: il primo in quanto siamo persone private, il secondo in quanto siamo persone pubbliche, ossia membri della società. I doveri come privati saranno esaminati al giudizio particolare, i doveri come persone pubbliche al giudizio universale. Appena uscita l’anima dal corpo, Gesù sfolgora su di essa una luce, in modo da manifestare il suo giudizio. L’anima buona entrerà immediatamente in cielo; se avrà dei peccati gravi, dal peso di essi sarà trascinata all’inferno, essa sentirà una divisione: si sentirà attirata da Dio, verso il cielo, e nello stesso tempo trascinata dalle sue colpe all’inferno, respinta da Dio. Sulla terra abbiamo quattro mezzi di santificazione; ci salveremo se li useremo bene; primo mezzo, i Sacramenti in cui Gesù stesso opera e produce il frutto; secondo mezzo, i sacramentali; terzo, la pratica delle virtù teologali e cardinali; quarto mezzo è l’orazione con la quale otteniamo tutto. E Gesù sarà contento se adopereremo bene i mezzi di salvezza che ha messo a disposizione nostra. Umiliamoci pure: pensiamo che il giudizio di Gesù è un giudizio veritiero e non possiamo ingannare Gesù, né valgono davanti a Lui le nostre scuse. Gesù, venuto dal Paradiso, parlava volentieri del suo regno celeste che innamorava coloro che lo ascoltavano. Quanto è contento Gesù che risolviamo proprio di andare in Paradiso, che glielo chiediamo insistentemente, che invochiamo l’aiuto della sua grazia! Il Paradiso è la nostra ricompensa; questo solo è nostro, la terra è in prestito. La fatica è momentanea, la mortificazione passa, ma il Paradiso resta, ed esso è il gaudio anticipato dei santi. Tutto ciò che viene all’esterno e ci fa soffrire, come le mortificazioni e le lotte, non ci devono spaventare. Un minuto solo di Paradiso compenserà mezzo secolo passato sulla terra in angustie e affanni. Il Paradiso è la nostra vera vita; qui siamo per la strada, forestieri, non è questa la nostra vera patria, ma il Paradiso dove ci aspetta il nostro Padre e la nostra Mamma celeste. Solo il Paradiso è nostro; dunque il Paradiso è la nostra gioia, la nostra unica felicità. Nulla ce lo può togliere se noi non lo vogliamo. Il Signore l’ha creato per noi, e, avendolo perduto per il peccato originale, ce lo riacquistiamo a prezzo del suo preziosissimo sangue. Siamo chiamati al Paradiso. Aspettiamo il Paradiso perché siamo figli di Dio, quindi per eredità: perché nostro Signore ce l’ha promesso, quindi per la fedeltà di Dio; in premio delle buone opere che facciamo. Il nostro pensiero si fissi perciò nel Paradiso e speriamolo come cosa nostra e cosa certa, e la nostra volontà non si lasci abbattere da nessuna cosa al mondo. La strada è stretta, penosa, ci stanchiamo presto, pesano le croci che noi stessi spesso ci costruiamo con la nostra superbia, con l’invidia, la pigrizia... ma Gesù ci prende in braccio, ci aiuta, ci porta la parte più grossa, lasciando a noi la più piccola per potercene dare il merito. Noi spesso c’immaginiamo il Paradiso lontano, lontano, ma può essere invece molto vicino, ed è momentanea e leggera la croce che qui dobbiamo portare in confronto al gaudio che ci aspetta. Il Signore, poi, ci ha dato la sua Madre santissima per guida e aiuto; ogni giorno ci fa chiedere il Paradiso per mezzo del sacerdote che celebra la S. Messa; la S. Comunione che facciamo è un pegno della futura gloria. Gesù viene allora nel nostro cuore a darci una caparra di quella Comunione che faremo in Paradiso, la cui dolcezza non verrà mai meno. Dopo quella Comunione, Gesù non si partirà più da noi, né noi da Lui. L’anima è attirata nel luogo beato dal peso dei propri meriti, o all’inferno dai peccati, o essa stessa desidera purificarsi nelle fiamme del purgatorio se non è ancora completamente purificata. Il Purgatorio è lo stato di purificazione, per cui l’anima finisce di distaccare totalmente i suoi affetti dalle cose terrene per stabilirsi definitivamente in Dio. È lo stato di purificazione, per cui l’anima che ha ancora debiti con la divina giustizia finisce di pagare. È lo stato di amore penoso, per cui l’anima, uscita tiepida dalla terra, finisce di affinare i suoi desideri per meritare l’ingresso in Paradiso. Il Purgatorio è uno stato fortunato e penoso nel medesimo tempo. Fortunato, perché quelle anime sono già salve; penoso, perché vi sono tante sofferenze fisiche e morali. Le cause per cui si va in Purgatorio sono tre: 1) La pena dei peccati passati. Quando andiamo a confessarci, viene cancellato il reato di colpa e di pena eterna, ma non sempre viene cancellata tutta la pena temporale. Se si va all’eternità senza aver totalmente soddisfatto il debito, Iddio esigerà che paghiamo per mezzo delle pene del Purgatorio. 2) Il peccato veniale: le anime tiepide fanno poco conto del peccato veniale e lo commettono con tanta facilità: pensieri mondani, di vanità, di leggerezza; sentimenti terreni, simpatie, antipatie, curiosità, fantasie, pigrizie... 3) la tiepidezza: è la causa ordinaria per cui si soffre in Purgatorio. È impossibile che un’anima fredda nel servizio di Dio, uscita da questa terra, possa passare immediatamente all’unione intima con Dio; è necessario che rimanga in quell’anticamera del Paradiso a purgarsi. Tre sono i mezzi per schivare il Purgatorio: 1) Fare penitenza; in generale la penitenza è fare il contrario del peccato; chi mortifica la mente, fa penitenza dei peccati commessi col pensiero. 2) Evitare il peccato veniale deliberato; chi dicesse: Questo non è grave! È segno che non comprende che cosa è il Purgatorio. 3) Eccitarci al fervore; siamo fervorosi nella Comunione, nella Messa, nell’esame di coscienza... Chi purifica il suo cuore, si rende degno di passare immediatamente da questa terra alla visione di Dio; vive di Dio; il suo pensiero è fisso in Dio; il suo cuore sospira Dio. Beato Giacomo Alberione |