Dopo questa breve parentesi, Paolo si ricollega all’inizio del v. 3, indicando il nome del “Figlio suo”, cioè “Gesù Cristo nostro Signore, 5per mezzo del quale… ecc.”. È chiaro che nella lettura liturgica di fronte all’assemblea, questo lungo periodo viene “spezzato” per renderlo più “leggibile” per il lettore e più comprensibile agli ascoltatori.
Noi ora disponendo il testo secondo la sua struttura possiamo renderci meglio conto di come Paolo ha steso questo lungo e complesso inizio della lettera ai Romani. Vediamo che si possono leggere i due “pezzi” della lettera A) di seguito, saltando tutto il resto, così si possono leggere i due pezzi della lettera B) saltando la lettera C). Ci accorgiamo così delle “parentesi” che Paolo ha inserito nel suo brano iniziale per chiarire subito il suo pensiero ai lettori, a mano a mano che gli sembrava necessario, o opportuno spiegare un termine o un concetto.
A) 1Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio,
B) 2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture 3riguardo al
Figlio suo
C) nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti,
B) Gesù Cristo nostro Signore, 5per mezzo del quale abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti a gloria del suo nome; 6e tra i quali siete anche voi chiamati da Gesù Cristo,
A) 7a tutti coloro che si trovano a Roma amati da Dio e santi per vocazione
grazia e pace da parte di Dio Padre nostro e da parte del Signore Gesù Cristo.
(Ad ogni modo stiano tranquille le sorelle Annunziatine: non leggeremo certo in questo modo la lettera ai Romani!)
Paolo, dunque, inizia presentando se stesso: egli è servo, cioè schiavo, tutto proprietà del Signore Gesù; è apostolo quindi inviato, non annuncia Gesù Cristo per iniziativa propria, ma di chi lo ha mandato; è prescelto, cioè riservato, messo da parte per l’annuncio del Vangelo, della “buona notizia” che è Gesù stesso, perché è lui la salvezza che Dio Padre ha predisposto e inviato all’umanità dopo tanti annunci e promesse fatte soprattutto dai profeti nell’Antico Testamento.
Nel v. 5 Paolo ricorda velatamente il fatto centrale della sua vita, l’episodio di Damasco (cfr. Gal 1,15-16; At 9,1-19), dove ha ricevuto la grazia della conoscenza vera di Cristo e la grazia della missione apostolica, “grazia e apostolato” (o “la grazia dell’apostolato”), per portare ogni uomo ad accogliere la salvezza di Cristo, accettando con fede (che Paolo chiama obbedienza) il progetto realizzato dall’amore di Dio.
Paolo scrive a quanti hanno già accolto la salvezza operata e donata da Cristo: essi sono per questo amati dal Padre e sono santi perché appartengono alla sua famiglia: con la fede e col battesimo hanno ricevuto l’adozione a figli, come dirà chiaramente più avanti. Così, fin dai primi versetti Paolo ha presentato la sua fede ai suoi destinatari, ai quali augura grazia (chàris, l’augurio greco) e pace (shalòm, l’augurio ebraico biblico), benefìci che non possono provenire che dal Padre per i suoi figli e da Gesù per i suoi fratelli e sorelle.
Preghiera e informazioni (1,8-15)
Dopo le abituali formule iniziali (mittente, destinatari, saluti e auguri), prima di entrare nel tema della sua lettera, come di solito Paolo si rivolge a Dio con una preghiera di ringraziamento: sembra la prima e più spontanea forma di preghiera che gli sale dal cuore per la grazia della fede, per l’accoglienza di Cristo e del Vangelo, per la vita cristiana presente e operante nei suoi destinatari. Egli non conosce direttamente la comunità di Roma e quindi ricorda particolarmente la fede di questa comunità, conosciuta e ammirata “in tutto il mondo”, cioè nota nelle comunità cristiane sorte in varie città e province dell’impero romano, che allora era “il mondo” praticamente conosciuto. È comprensibile che i cristiani di Roma fossero conosciuti anche da cristiani di molte città dell’impero romano data la possibilità delle comunicazioni, certo più facili e frequenti tra le città locali e la capitale.
Paolo desidera visitare la comunità cristiana di Roma e prega che si presenti l’occasione opportuna di incontrarla per uno scambio e condivisione della fede comune e la comune conoscenza di Cristo, per cui sia lui che loro potevano arricchire reciprocamente tale conoscenza ed esperienza. Paolo non intende presentarsi da maestro alla chiesa di Roma, ma offrire anche a questa chiesa il contributo della sua conoscenza e della sua esperienza di apostolo delle genti, certo di potere anche ricevere da questi cristiani, e non solo donare.
La sua missione di apostolo soprattutto per le genti pagane (dette anche “i gentili” talvolta) lo rendeva cosciente della particolare grazia, annessa alla sua missione, di parlare di Gesù e del vangelo a tutti coloro che provenivano dal mondo pagano, e poi – se leggiamo l’ultimo capitolo della lettera – vediamo che Paolo conosceva molti fratelli appartenenti a quella comunità e quindi gli veniva spontaneo “predicare” (“sentirsi debitore”, dice lui) anche ai fedeli di Roma. Questo annunciare incessantemente Cristo, Paolo lo chiama il “suo culto spirituale” (v. 1,9), la sua liturgia, il modo con cui egli offre a Cristo e al Padre il sacrificio della sua vita. Possiamo notare di passaggio che Paolo non usa mai linguaggio e termini propri del culto liturgico, né quando parla dell’eucaristia, né quando ricorda il sacrificio di Gesù sulla croce, ma solo quando parla della vita cristiana e della sua vita apostolica, cioè quando parla della vita che ciascun cristiano è chiamato a vivere in Cristo secondo la sua “vocazione”.
Paolo dice che ha tanto desiderio di vedere e comunicare con i fratelli di Roma, ma varie difficoltà glielo hanno impedito; ora crede che si presenti l’occasione buona per realizzare questo desiderio. Dicevamo già la volta scorsa che l’occasione era costituita dal suo progetto di rivolgere verso l’Occidente dell’impero romano la sua attività missionaria e di passare prima a visitare la comunità romana.
Purtroppo Paolo arriverà a Roma in catene, in attesa di processo; ma per ora pare significativo questo pensiero o progetto che sta a cuore a Paolo, cioè la sua volontà di incontrare la comunità romana per scambiarsi e arricchirsi reciprocamente nella fede comune. Come il suo accordo con Pietro (cfr. Gal 2,9), così il suo progetto e la sua ansia, quasi, di incontrarsi con la chiesa di Roma sembrano indizi non casuali, ma provvidenziali per la piena valorizzazione di ambedue gli apostoli e dei rispettivi carismi non solo per la comunità locale di Roma, ma anche per quello che essa, ancora senza esserne cosciente, era destinata dalla Provvidenza ad essere per la Chiesa universale: il punto di riferimento per la sua fede e per la sua unità.
Ambedue i grandi apostoli avevano un apporto sostanziale e ineliminabile da offrire per sempre alla fede, alla vitalità e alla missione di tutta la Chiesa di Gesù, coronando ambedue la loro vita col martirio a Roma.
Il tema della parte dottrinale della lettera (1,16-17)
In questi due versetti Paolo condensa il tema del vangelo che egli annuncia e che intende presentare ai fratelli cristiani di Roma: la salvezza nella sua radice, che egli chiama “giustificazione”, è grazia elargita da Dio a tutti coloro (giudei e greci) che credono al vangelo, cioè che accolgono con fede la salvezza che di fatto giunge all’uomo mediante Gesù Cristo, Figlio di Dio, crocifisso e risorto. “In questo vangelo si rivela la giustizia di Dio, di fede in fede”. È un linguaggio che non si presenta molto chiaro per noi: anzitutto l’espressione “di fede in fede” dice come la salvezza si compie dall’inizio alla fine nella fede di chi la accoglie; e qui Paolo cita una frase del profeta Abacuc in cui egli ha trovato l’espressione del suo pensiero: “Il giusto vivrà mediante la fede” (Ab 2,4). È una parola che il profeta riceve da Dio che assicura la vita ai giusti di fronte a un’invasione nemica. Paolo legge in questa affermazione il comportamento di Dio e dell’uomo di fronte alla salvezza definitiva: Dio la garantisce e la dona all’uomo giusto che la accoglie come grazia, affidandosi a Dio e divenendo in questo totale affidamento “giusto”, cioè gradito a Dio.
L’espressione “giustizia di Dio” ci appare poco comprensibile in questo contesto, perché Paolo ci dice che nel Vangelo – che è la buona notizia della nostra salvezza – si manifesta la giustizia di Dio. Noi siamo abituati a pensare la giustizia, anche quella di Dio, come la prerogativa per cui egli dà a ciascuno ciò che si merita, comprendendo quindi il premio per il giusto e la punizione per il peccatore. Questa ci sembra la norma, e la giustizia per essere tale deve attenersi a una norma. Ora quale è la norma cui Dio si attiene per essere giusto? Talvolta si legge nei Salmi: “Per la tua giustizia, salvami Signore” (cfr. per es. Sal 31,2; 71,2); questo ci dice che già nell’AT si invocava la giustizia di Dio per ottenere la salvezza, il suo aiuto nelle situazioni disastrose personali o del popolo. Dio quindi è “giusto” perché è fedele alla norma di venire incontro, di salvare chi ricorre a lui senza pretendere nulla in base a propri meriti, ma con una totale fede e fiducia in lui.
Nel NT, dove la salvezza corrisponde alla grazia di Dio e poi alla vita di piena ed eterna felicità con lui, questa grazia e vita dipendono ancor più totalmente dalla fede in lui e nella via attraverso la quale egli ha provveduto a donarci questa grazia: il Vangelo, cioè come abbiamo già detto, l’insegnamento e poi soprattutto la passione, morte e risurrezione di Gesù, il Figlio suo, modello e primizia del nostro destino di figli di Dio.
La sua grazia dunque “ci giustifica” dice Paolo, ci rende giusti dinanzi a Dio, cioè ci colloca nella posizione giusta di fronte a lui, quella in cui Dio aveva creato l’uomo e dalla quale egli è decaduto a partire dal peccato originale, al quale si sono poi aggiunti tutti gli altri peccati, malvagità e aberrazioni che Paolo ricorderà tra poco.
Dio però non rinuncia al suo progetto sulla creatura fatta a sua immagine e somiglianza e fin dal paradiso terrestre, subito dopo il peccato, promette un riscatto per l’umanità: è una promessa che diventerà sempre più chiara poi nella storia di Israele, con i patriarchi e i profeti, alla quale Dio sarà fedele, pur riconoscendo e rispettando la libertà di ciascuno.
Per la riflessione personale:
1) Paolo aveva le fortissima certezza di essere schiavo di Cristo, apostolo per vocazione, segregato per il vangelo… Cerco di coltivare anche in me questi pensieri, sentendomi anch’io “nei panni” di Paolo di fronte a Gesù che mi ha chiamata, consacrata a sé e mi vuole tutta sua?
2) Ripensa un po’ al “culto spirituale” di Paolo: noi siamo portati a pensare alla liturgia solo riferendoci al culto celebrato in Chiesa, o comunque alle celebrazioni che chiamiamo liturgiche. Riesco, o cerco di abituarmi, a pensare che… sono sempre in liturgia, perché così Gesù vuole le persone a lui consacrate, come Paolo dice di sé?
3) Viviamo in un tempo in cui la cosiddetta cultura tende sempre più a ignorare Dio, a illudersi che l’uomo è padrone di sé e la sua scienza e tecnologia non pongono limiti al suo “potere” su tutti gli esseri, sulla vita… Riesco a sfuggire a questo modo di pensare che invade tutti e porta a contare anche nella missione solo sui mezzi “adeguati” che diano ragionevoli speranze di successo e riuscita?
D. Antonio Girlanda ssp
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