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“BEATI... BEATI...”
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In questa meditazione tratta dal testo Per un rinnovamento spirituale pag. 175-178, don Alberione commenta le Beatitudini. Esse costituiscono la Magna charta del cristiano, e tanto più della persona consacrata che vi trova la strada più sicura per giungere, non senza sforzo ed esercizio, alla santità e al gaudio, in questa vita e nella vita eterna. Quando lo Spirito Santo abita in un’anima, produce le virtù cristiane, le virtù religiose; e quando noi abbiamo una effusione maggiore di Spirito Santo, perché corrispondiamo alla divina grazia, ecco che si arriva ai doni, ai frutti, si arriva alle beatitudini, che sostanzialmente sono sempre effetto della inabitazione di Dio in noi, dello Spirito Santo che abita nella nostra anima. Le beatitudini sono come una pregustazione in terra di quel grande bene, di quella grande felicità che si godrà in cielo. E particolarmente le beatitudini ci dicono che il premio della virtù sarà l’eterna felicità. Lassù, Iddio beatissimo e felicissimo non aveva bisogno |
di noi, non aveva bisogno di crearci: era beatissimo e felicissimo in se stesso; tuttavia, per mostrare la sua sapienza e il suo amore, Egli ha chiamato all’esistenza tanti esseri e fra di essi l’uomo e l’Angelo. Ha chiamato questi esseri a partecipare di quella felicità stessa che Dio gode da tutta l’eternità: “Entra nel gaudio del tuo Signore” [Mt 25,23]; cioè la beatitudine stessa di Dio, perché, per la grazia, “siamo stati fatti figli, quindi eredi di Dio” [Rm 8,17]. E l’eredità di Dio è l’eterna beatitudine, alla quale ogni anima che vive in grazia, che tende alla santità, ha il diritto, per l’impegno che Dio ha preso di premiare le opere buone. […] Considerare che lassù in paradiso Dio ha preparato una felicità, la quale è il premio per tutti quelli che lo avranno amato e servito bene. Queste promesse nella Sacra Scrittura sono innumerevoli, ma vi sono particolarmente le “beatitudini”. 1. “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” [Mt 5,3]. La povertà può essere di vari gradi: può essere una povertà che è comune ai cristiani, e si ha quando il cuore è distaccato dai beni della terra, pur attendendo ai lavori e, nel caso di un padre di famiglia, a preparare ai suoi figli un’eredità degna della loro condizione. Ma la povertà che ci porta alla pienezza della beatitudine, è la povertà religiosa, è il voto di povertà, col quale noi ci interdiciamo l’uso indipendente delle cose e ci impegniamo a dare alla Chiesa, attraverso l’Istituto, tutto quello che è il frutto del nostro lavoro, affinché sia usato per il servizio di Dio, così come si usa a servizio di Dio tutto ciò che serve all’altare: i candelieri, il raggio, le pissidi. Al servizio di Dio tutto! Per il voto di povertà, quindi, diamo tutto quello che riguarda i nostri beni esterni, in quella maniera che è spiegata nelle Costituzioni. A questo corrisponde una beatitudine speciale. E come il vergine ha in cielo una gioia che non hanno gli altri, così i religiosi poveri hanno in cielo una ricchezza di felicità che i cristiani comuni non hanno, per quanto siano stati osservanti del settimo comandamento, anche sotto l’aspetto dell’osservanza di una povertà relativa. È ricca la povertà religiosa e beato chi l’avrà osservata fedelmente. Sembra una contraddizione e invece è una consolante realtà. 2. “Beati i miti, perché possederanno la terra” [Mt 5,5]. Qui non si parla di campi, di vigneti o di altri terreni: qui si parla del cuore degli uomini, per cui i miti vivono in pace con tutti; qui si parla di quella terra dei santi, che è il cielo, il paradiso. La mitezza! Ecco un esempio di S. Francesco di Sales. Un certo uomo aveva creduto di avere ricevuto dal Santo un grande torto; era nell’errore, ma egli, spinto dall’ira, si recò nella camera del Santo e scaricò tutta la sua rabbia con insulti verso di lui. Il Santo non pronunziò neppure una parola in difesa: soltanto alla fine lo guardò con affetto e gli disse: “E se voi mi cavaste anche un occhio, io vi guarderei con più affetto con l’altro”. La mitezza è quella che il Salvatore stesso aveva quando i colpi dei flagelli cadevano su di Lui: la mitezza dell’agnello mansueto. Vi è veramente in noi? Allora è facile conciliarci la benevolenza delle persone che ci circondano. E quando si avrà imitata la mitezza del Salvatore, si avrà parte alla felicità da Lui promessa: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” [Mt 11,29]. Ma non è facile conservare sempre la mitezza: occorre la grazia, occorre l’effusione dello Spirito Santo. 3. “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” [Lc 6,21]. Coloro che adesso piangono del pianto dei santi, saranno consolati. Pianse Gesù su Gerusalemme, pianse la Maddalena i suoi peccati. E qui si indica: quando noi piangiamo i nostri peccati, quando noi piangiamo i peccati altrui, quando piangiamo sui castighi che colpiscono i peccatori e che qualche volta travolgono anche gli innocenti col reo. Vi sono persone che piangono per capriccio e persone che piangono per motivi soprannaturali. Noi, quando ci confessiamo, abbiamo il vero dolore dei peccati? Non è sempre necessario che gli occhi diano lacrime; ma c’è quel profondo senso di pena, di disgusto per l’offesa fatta a Dio, per la nostra spirituale rovina? E se tu avessi anche l’anima nera come un demonio, e piangi e accusi il tuo peccato, la tua anima diverrà più bianca della neve. Il Salvatore disse alla Maddalena: “Va’, ti sono rimessi molti peccati, perché molto hai amato”. E aveva lavato con le sue lacrime i piedi del Maestro e li aveva asciugati con i suoi capelli [cfr. Lc 7,44-47]. Che il nostro pianto non sia un pianto di rabbia, di ira: sia un pianto di confusione, di umiliazione; ma, nello stesso tempo, pieno di speranza, come quello della Maddalena, come quello di Pietro: un pianto che ci riconcili, un pianto che ci consoli. 4. “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” [Mt 5,6]. Coloro che vogliono ad ogni costo la santità, hanno fame e sete di giustizia, come hanno fame e sete di giustizia coloro che hanno tre sospiri, che dovrebbero essere comuni a tutti: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” [Mt 6,9-10]. Coloro che hanno questa sete del regno di Dio, questo amore di Dio, per cui vorrebbero che in terra tutti cantassero all’unisono le glorie, le lodi di Dio, come gli Angeli in paradiso; coloro che desiderano di compiere solo e sempre il divino volere, e [ad esso] si piegano e si arrendono: “Non sicut ego volo, sed sicut tu” [Non come voglio io, ma come vuoi tu. cfr. Mt 26,39], saranno sfamati e dissetati. […] 5. “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” [Mt 5,7]. Chi ha misericordia e perdona l’offensore, troverà misericordia presso Dio. Chi ha misericordia e perdona l’offensore, fino al fondo della sua anima, e cerca ancora di beneficarlo, di pregare per lui, avrà anche il condono del purgatorio. E chi è desideroso ed è disposto a fare sacrifici perché l’offensore si converta e si doni a Dio, costui avrà anche di più: la santificazione di se stesso. Chi dà al povero, dà a Dio. E chi avrà dissetato e sfamato il fratello, quale consolantissima sentenza avrà alla fine del mondo, al giudizio universale! “Venite, o benedetti del Padre mio..., perché avevo fame e mi deste da mangiare, avevo sete e mi deste da bere, ero ignudo e mi rivestiste, infermo e mi visitaste, pellegrino e mi ospitaste, carcerato e veniste a me” [Mt 25,34-36]. […] 6. “Beati i mondi di cuore, perché vedranno Dio” [Mt 5,8]. Beati quelli che non hanno il peccato grave; beati quelli che odiano e combattono il peccato veniale; beati quelli che hanno anche pagato i debiti alla divina giustizia con la penitenza; beati coloro che, anche viaggiando in mezzo al mondo, si conservano illibati, come colombe che sorvolano il fango senza lordarsi. Oggi [questo] è difficile... E bisogna riparare i peccati delle ferie e delle vacanze, così come una volta (e ancora adesso si deve fare) si riparavano i peccati del carnevale. Evitare le occasioni. […] 7. “Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio” [Mt 5,9]. Gesù Cristo è il principe della pace e ha voluto dare la pace: “Pacem meam do vobis” [Vi do la mia pace. cfr. Gv 14,27]. E comparendo ai suoi discepoli, continuò ad augurare la pace, una e due e più volte. Orbene, quella pace era perdono, era come una riconciliazione con essi che l’avevano abbandonato. Siamo apportatori di pace? Vi sono persone che in una compagnia mettono sempre la parola che porta la pace, che scioglie le questioni in senso ragionevole; altri invece sembra che siano fatti per suscitare discordie, emulazioni inutili, dispute che magari non hanno senso. Amare di più la pace! In qualche caso, celare anche per un momento la verità, ma amare la pace, la concordia. […] Allora saremo come Dio, figli suoi. 8. E poi: “Beati coloro che soffrono persecuzioni per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” [Mt 5,10]. […] Camminiamo sinceramente. Si faccia il bene davanti a Dio con sincerità. Non dobbiamo lasciare il bene perché attorno a noi si solleva un po’ di polvere: chi cammina, solleverà sempre un po’ di polvere. Andare avanti con intenzione retta. Guardare di disgustare il meno possibile gli altri; ma quello che si deve fare è da farsi. “È meglio ubbidire a Dio che agli uomini”! [cfr. At 5,29]. E una grande corona, di cui parla S. Paolo, avranno i martiri: corona che ci attende in cielo. Pensare, d’altra parte, che chi segue la giustizia, gode già tuttora una grande pace: e S. Paolo diceva: “Superabundo gaudio in omni tribulatione” [Siamo pieni di consolazione, pervasi di gioia in ogni nostra tribolazione. cfr. 2Cor 7,4]. […] E siccome queste sono virtù che richiedono coraggio e forza, così facciamo il “patto” con Gesù, per ottenere questa forza e con coraggio camminare sempre avanti. Beato Giacomo Alberione |