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SI FA IL BENE SE SI È SANTI

In queste due meditazioni tratte del testo: Prediche alle Suore Pastorelle 1958-69 Vol. IX, pp. 79-82 e 83- 87, il Primo Maestro insiste sulla necessità di santificare se stessi. È solo a partire dalla santità interiore, infatti, che possiamo portare frutto nella nostra vita attiva di apostolato: si fa del bene, ribadisce don Alberione, nella misura in cui si è santi.

Per la novena dell’Immacolata avete già messo le vostre intenzioni. Maria è stata concepita senza peccato originale, è stata santificata nel momento stesso della sua creazione. La vita soprannaturale in lei, dal primo istante della sua esistenza, si è sviluppata sempre in un crescente continuo sino al giorno in cui ha lasciato la terra. La santificazione sta proprio nello sviluppo della grazia battesimale crescendo ogni giorno in sapienza, età e grazia, come Gesù. Lo sviluppo della grazia battesimale può portare a grande santità. In questa novena domanderete la santificazione e la grazia di crescere in essa. Il primo mezzo è sempre l’orazione. Questa sera volevo dirvi una cosa già detta altre volte, ma che ripetuta, si ricorderà meglio. L’apostolato, come tutto il lavoro esterno, deve procedere dall’amor di Dio. Quanto più un’anima ama il Signore, si santifica ed aumenta la grazia, tanto più opera per la salute delle anime. Si produce il vero bene, quello durevole, in rapporto alla grazia che si possiede.
Ut fructum plurimum afferatis (Gv 15,8): che andiate e portiate frutto e un frutto che duri; non un entusiasmo momentaneo, ma duraturo. Si cercano tanti sistemi, si suggeriscono tanti mezzi nuovi; oggi c’è tutto un impegno per trovare metodi nuovi per l’insegnamento del catechismo, per le scuole, per tenere relazioni sociali in un piano soprannaturale: tutto questo è buono, ma il metodo dei metodi è la santità. I santi potevano avere più o meno capacità ed attitudini naturali, ma avevano la santità. Così i santi... hanno lavorato tutti per le anime, ma prima hanno santificato se stessi. Prima di tutto occorre santificare se stessi.

Se le nostre parole e le nostre opere procedono dal cuore, dall’amor di Dio, giungono al cuore, vanno alle anime e portano frutto. Se c’è molto amor di Dio, se non si vuole offendere il Signore e se non gli si vuol recare dispiacere, succede quello che succede quando si ama una persona (per esempio la mamma): non si permette che altri l’offendano. Così chi ama Dio non vuole che lo si offenda e quindi lotta contro il peccato. Oh, se amassimo veramente Gesù! Quante parole a volte non procedono da santità interiore. La vita contemplativa di per sé è migliore della vita attiva, ma quando tutto ciò che si fa nelle opere procede dall’amor di Dio, la vita allora è molto più santa: il bene che c’è nell’intimo nostro viene comunicato agli altri. Il frutto del nostro apostolato è in proporzione alla santità che abbiamo. Crescere allora! Quando cresce la santità non siamo utili solamente a noi, ma anche agli altri e in primo luogo col buon esempio. Chi è santo diffonde ciò che ha dentro, lo spirito interiore si manifesta perché c’è quel bonus odor Christi (2Cor 2,15) che si allarga e si diffonde. I buoni esempi sono un continuo apostolato. Quando si cerca veramente Dio, quando si cercano le anime per salvarle, e solo per questo, vi è rettitudine, e questa rettitudine di intenzione aumenta la grazia.
Quando vi è l’amor di Dio non ci si scoraggia mai: una cosa non riesce? Si prova in altro modo! E così si ha il progresso nell’apostolato stesso. Gli scoraggiamenti sono esclusi e rimane sempre l’entusiasmo. Del resto, quando c’è questo amore di Gesù, si prende il modo di fare di Gesù e di Maria. Il Vangelo è un grande libro di pedagogia pastorale. Si faccia pure tutto quel lavoro di formazione che si deve fare, perché ci si renda capaci all’apostolato, ma quello che veramente produce è lo spirito. Fare un esame molto largo: che cosa è che ci muove? Che cosa è che ci suggerisce le parole? Che cosa e che ce le fa scegliere? Chi ha pietà profonda versa sugli altri ciò che sovrabbonda. Non si passa ad altro lasciando la pietà, ma si passa ad altro aggiungendo pietà: dopo che ti sei fatta santa, fai santi gli altri. Non lasciate mai la pietà per il troppo lavoro. Rimanga ben fisso nella nostra anima, come regola pastorale suprema, come il metodo dei metodi: si fa del bene quanto si è santi. Abbiate lo spirito di Gesù, che andava in cerca della pecorella smarrita. In questa novena chiedete specialmente la santificazione continuata. Crescere in essa un tantino ogni giorno, crescete in continuità. L’esempio ce lo dà il Maestro divino che progrediva in santità e grazia. Ora ci si prepara all’apostolato e, quando arriva il momento, si versa sugli altri ciò che abbiamo dentro. Comunque sia il futuro della vostra vita, in qualunque luogo andiate, qualunque ufficio abbiate, farete del bene in proporzione alla santità.
Amate il Signore per poter operare più abbondantemente sulle anime. […] In questo tempo si sta promuovendo il processo diocesano per la beatificazione di un nostro ragazzo, Maggiorino Vigolungo, uno dei primi. Si era impegnato a correggere anche i difetti di indole, cosa che molti non si impegnano di fare. Aveva paura, ad esempio, di entrare in una camera buia: sapeva che non vi era alcun pericolo, ma si spaventava. Sforzandosi però, a poco a poco, vinse quella paura. Così si impegnò a correggere altri difetti simili. Non tutti i difetti di indole si possono correggere, ma quando è possibile e c’è buona volontà, in parte almeno, si riesce. Che cosa significa dedicare l’anno alla nostra santificazione? Primo: purificazione. Secondo: acquisto delle virtù, particolarmente delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità. Purificazione. Se leggete o avete letto il libro di sant’Agostino che porta per titolo “Le confessioni”, vi sono pagine che indicano come purificarsi. Sono pagine molto belle che fanno meditare come egli mortificava il gusto, gli occhi, l’udito, l’odorato, il tatto; come moderava il riposo, come entrava nelle relazioni, cioè come trattava col prossimo, con le persone con cui conviveva. Andava alle cose minute. È certo che vi sono dei punti di arrivo molto difficili, ad es.: preferisco ciò che è insipido a ciò che è gustoso, nelle vivande; preferisco, nelle cose da farsi, le difficili alle facili; preferisco ciò che è povero a ciò che è ricco; quello che è più disprezzato e non stimato, alle virtù, invece, che si vedono in pubblico e sembra che servano a guadagnare stima. Ridurre il nostro gusto e le nostre tendenze naturali nella via giusta e considerare il cibo come sostentamento è veramente purificazione. Dobbiamo ridurre la nostra parte inferiore e le tendenze naturali alla linea giusta; fare quello che si deve fare ed evitare quello che non si deve fare, fare quello che piace a Dio ed evitare quello che non piace a Dio e che soddisfa il senso. I santi non erano scrupolosi, in generale, ma giusti sì: sapevano scegliere quello che va bene e tralasciare quello che non va bene. Conquistare le virtù. Siccome tutte le virtù dipendono e sono conseguenza delle virtù teologali, se si vuole attendere alla nostra santificazione bisogna esercitarsi nella fede, nella speranza, nella carità verso Dio e verso il prossimo. Avere fede: nel presepio chi si vede? Chi è quel bambino? È il Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, Colui che tutto ha fatto e senza il quale nulla esiste, è Dio! Praticare questo esercizio di fede nella prima parte della visita al Santissimo Sacramento, particolarmente per chi è già ben avviato nel modo di fare la visita. Vedere tutto in Dio: siamo nulla, ogni cosa da farsi è da ordinarsi a lui, nostra gioia e felicità eterna. Vedere tutto in Dio: nei nostri impegni quotidiani e nel nostro lavoro interiore.
Retta intenzione: gloria a Dio, Gloria in excelsis Deo (Lc 2,14). Poi fiducia, cioè avere speranza. Speriamo le grazie per salvarci, per farci buoni, per esercitarci nella virtù, per crescere in essa. Avere carità: che Gesù viva in noi, nei nostri pensieri, nei nostri desideri, nei nostri sentimenti, nelle nostre attività. Allora è la vita in Cristo: Vivit in me Christus (Gal 2,20). Di riflesso ne deriva l’amore al prossimo. Chi ama davvero Dio combatte il peccato e ripara le offese fatte a lui. L’amore al prossimo è sempre santo quando dipende dall’amore di Dio, quando abbiamo esercitato in noi il suo amore. Che il Signore non venga offeso e sia onorato, che le anime si salvino ed arrivino a cantare le sue glorie in eterno in paradiso. La santificazione che vi auguro e che chiederete al Bambino, è purificazione e conquista delle tre virtù teologali. Verranno poi le virtù cardinali, le virtù morali e religiose, ma ne sono la conseguenza e la pratica. Chiedere ogni giorno al Bambino tanta fede, tanta speranza, tanta carità, tanto amore a lui e alle anime. Auguri che finiate bene l’anno, santamente e che l’anno prossimo sia tutto un anno di luce, di grazia, di letizia. Non vi è nessuno sulla terra che sia più lieto di chi è santo. Solo chi vive unito a Dio ed ha Dio nel suo cuore vive la sua vita, anche se è tribolata, nella gioia e nella serenità. Chi ha il diavolo nel cuore ha l’inferno da portare, e soffre, anche se all’esterno può dimostrarsi contento, nell’intimo non lo è. Dio è la nostra felicità eterna, è il Padre ce leste che ci ama e ci vuol dare il bene. Il demonio vorrebbe solo portarci al male, alla rovina, in vita e nell’eternità. Auguri e preghiere. Così spero anche da voi preghiere e specialmente la recita di qualche Padre nostro, che è la grande preghiera che piace al Padre e che ci ha insegnato il Figlio di Dio Incarnato.

Beato Giacomo Alberione