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LETTERA AGLI EBREI
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Mentre vorrei far giungere a tutte Voi gli auguri per un anno di grazia ricolmo della misericordia di Dio, riprendo tra le mani il testo della lettera agli Ebrei e provo a suggerire qualche elemento di riflessione che possa accompagnare lo studio e la comprensione di questo scritto assai suggestivo. Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso Il brano che vorrei approfondire in questo mese è tratto dal cap. 6 vv. 9-18. Vediamo, innanzitutto, di chiarire il contesto entro cui è collocato il testo scelto. Nella prima parte del cap. 5 (oggetto della nostra precedente riflessione) l’autore presenta il sacerdozio di Cristo tracciandone le linee caratteristiche: è Figlio di Dio e come tale ci rivela il Padre, è figlio dell’uomo e come tale può provare giusta compassione per ogni uomo. Cristo nel suo essere pontefice (ponte) ci porta pienamente il mondo di Dio e a Lui porta interamente il vissuto dell’uomo essendo egli solidale in ogni cosa, tranne che nel peccato. Nella seconda parte del cap. 5 (a partire dal v. 11) e fino ai primi vv. del cap. 6, l’autore interrompe temporaneamente l’argomento e si rivolge ai suoi lettori (o uditori se accettiamo l’idea che all’origine vi sia una lunga omelia) per richiamarli e, in qualche modo, scuoterli affinché, in modo più maturo, accolgano le cose che si stanno per affermare. I toni sono parenetici (esortativi); la comunità deve crescere, deve passare dal latte al cibo solido, deve accogliere la pioggia abbondante della grazia non per produrre erbe selvatiche, ma il frutto buono della santità. L’autore si comporta come quando un amico con il quale stiamo conversando di cose serie ed impegnative – forse perché ci vede distratti o assorti da altre cose – ad un certo punto si ferma e ci dice: “Ma ti rendi conto di quello che ti sto dicendo?” Proprio così. Fin qui l’autore ci ha mostrato alcune delle pennellate più significative del sacerdozio di Cristo; ora sente il bisogno di fermarsi e di interpellare l’intelligenza e la responsabilità di chi ascolta per invitarlo a creare le condizioni indispensabili per l’accoglienza dei contenuti espressi. In questo contesto si colloca il nostro brano che qui vogliamo analizzare per ricavarne spunti di riflessione e di crescita spirituale. Potremmo suddividere il testo in tre parti: la prima (vv. 9-12) con l’invito ad essere zelanti e costanti; la seconda (vv. 13-15) che presenta l’esempio di Abramo e, in particolare, la sua costanza che gli consente di ottenere ciò che gli era stato promesso; la terza (vv.16-18) con l’invito a confidare totalmente nella promessa e nel giuramento di Dio. Il triplice movimento segna, così, un crescendo: siamo invitati a maturità di fede perseverante e forte (I), alimentiamo questa dall’esempio di Abramo, nostro

padre nella fede (II), ci abbandoniamo totalmente fra le braccia misericordiose di Dio confidando in ciò che ci ha promesso (III).Accostiamoci, adesso, al testo cercando di coglierne gli aspetti più significativi. Il tono della prima parte è quello di un padre che raccomanda ai figli un impegno maggiore dopo averli rimproverati per una certa superficialità. La comunità sembra essersi un po’ spenta ed appiattita nel tempo; ecco perché è indispensabile ritrovare zelo e costanza. Il primo indica il fuoco dell’Amore che brucia dentro e fa essere ardenti, desiderosi, entusiasti, vivaci. È l’espressione di un’esperienza di fede forte e appassionante. Qualcuno il secolo scorso ha parlato della fede come passione. Sì, è proprio così, se la fede non si accende del fuoco della passione il credente non potrà mai comprendere a pieno il Dio del roveto ardente che, nel suo Figlio, muore appeso ad una croce. Allora serve lo zelo, questo fuoco che ci divora e ci fa essere lampade accese e luminose. Insieme allo zelo la costanza. Questa virtù mi sembra centrale in tutto il brano poiché ritorna in tutte e tre le parti. Trovo in questa insistenza una perfetta sintonia con l’insegnamento di Gesù: “Con la perseveranza salverete le vostre anime”. E, insieme a questo, tutte le volte in cui Gesù esorta ad essere perseveranti (soprattutto negli ultimi giorni della sua vita e in occasione della passione). La costanza/perseveranza è la capacità di tenuta, il ritmo ordinato del nostro spirito, la capacità di mantenere “il passo” evitando di intercalare la corsa breve con la sosta lunga. Coloro che hanno dimestichezza con le montagne sanno che per scalarle non servono grandi corse; serve, piuttosto un passo costante. L’unico che ti fa arrivare fino in cima. Gesù avrebbe potuto dire benissimo che a salvarci sarebbe stata la nostra fede o la nostra carità o la speranza viva. E invece no. Ci dice che ci salverà la perseveranza. Perché senza di questa le virtù teologali o qualsiasi altro impegno ascetico si riducono ad un fuoco di paglia che dura il tempo di un istante. Serve, invece, la costanza che apprendiamo dalle formiche: passo lento ma tenace! Mettendo insieme zelo e costanza viene fuori una visione di cammino di fede maturo. Lo zelo ti fa ardere d’amore per il Signore, la costanza ti fa avere un passo ordinato e ben ritmato capace di escludere gli sbalzi d’umore e d’emozione. La raccomandazione che qui l’autore rivolge alla comunità mi sembra molto utile anche per noi. Conosciamo bene il tesoro della nostra fede; tuttavia, a volte manchiamo di zelo e chi si accosta a noi trova più che un fuoco acceso un po’ di cenere che solleva polvere. E ci fa soffrire anche l’assenza di perseveranza pronti come siamo a salire sull’altalena che ci porta in alto con l’entusiasmo ed in basso con lo scoraggiamento. Zelo e costanza, i due doni che dobbiamo chiedere con forza a Dio, ma che dobbiamo anche impegnarci a curare con molta dedizione.
A prova di tutto ciò l’autore ricorre ad un esempio tratto dall’AT. Questo modo di procedere è molto utilizzato dai diversi autori del NT, in particolare da Paolo. Per rafforzare le argomentazioni che si stanno offrendo ai lettori, si presenta qualche modello fra i tanti della Sacra Scrittura. Qui è preso ad esempio Abramo, il quale “avendo perseverato, conseguì la promessa”. Il ricorso ad Abramo è tipico della letteratura paolina; sia della lettera ai Romani che di quella ai Galati. Paolo presenta Abramo come “nostro padre nella fede”, come modello di ogni credente e di ogni cammino di fede. Abramo “credette sperando contro ogni speranza e questo gli fu accreditato come giustizia”. Cioè Abramo si fida di Dio nonostante le tante debolezze; è consapevole che Dio porterà a compimento quanto promesso e quando il figlio Isacco gli chiede conto dell’animale da offrire sul monte Moria (Gen 22) Abramo risponde confidando nella Provvidenza di Dio: “Dio stesso provvederà!”. La perseveranza di Abramo non risiede nella sua impeccabilità, ma nella sua instancabile fiducia in Dio e questo gli consente di entrare nella promessa di Dio; è l’uomo sbilanciato in avanti, nel futuro del Padre, mentre i suoi piedi stanno faticosamente attraversando il presente; non si limita a vedere la realtà, egli contempla la storia che Dio sta intrecciando con lui e la sua famiglia. E tutto ciò è frutto di perseveranza, di quella fede costante che di giorno ci fa amare Dio e anche di notte “ci istruisce” con il valore della sua legge. Con questo esempio l’autore ritorna a rivolgersi alla sua comunità e conclude con l’invito ad “un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è stata offerta”. Personalmente mi commuove una simile conclusione. Non c’è moralismo né distanza dalla mia trama umana. C’è solo l’invito a riprendere coraggio e, con la forza di Dio, ad aggrapparci con forza alla nostra unica speranza: Dio! Credo che vi siano, in questi versetti, molti spunti di riflessione per riprendere il cammino all’inizio di un nuovo anno e per andare, con gioia incontro al Signore.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Sono costante negli impegni di vita consacrata? Nella preghiera, negli impegni comunitari, nelle responsabilità personali…?
2) Quando mi imbatto in qualche difficoltà, cerco rifugio in Dio, come Abramo, oppure spero di trovare solo in me stessa le forze?
3) Spiritualmente mi sento animata da coraggio oppure mi abbatto facilmente?

Don Baldo Reina