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LETTERA AGLI EBREI
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Per motivi di salute, don Antonio Girlanda non può, momentaneamente, occuparsi della rubrica che cura lo studio e l’approfondimento della Parola di Dio sulla nostra Circolare. Lo ringraziamo per l’amicizia, la competenza e la puntualità con le quali ha offerto il suo prezioso contributo mensile per diversi anni e gli assicuriamo la nostra preghiera per una piena guarigione. |
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Mi limito ad evidenziare solo qualche passaggio lasciando alla riflessione di chi legge la possibilità di ampliare le provocazioni. Innanzitutto ci viene detto che Gesù offre. Vive la passione come offerta; non subisce, non si rassegna, non si lascia cadere le braccia. Ma offre, fa della sua sofferenza un’offerta al Padre; da un senso, un orientamento a ciò che sta vivendo, lo indirizza verso Colui che poteva liberarlo. Si abbandona fra le braccia del Padre, così come aveva sempre fatto nel resto dei suoi anni, dal giorno in cui aveva rivelato alla Madre che lui doveva occuparsi delle cose del Padre. Più volte aveva affermato che il suo cibo era la volontà di Colui che lo aveva mandato nel mondo. Adesso, nel momento più difficile, non si discosta dalle motivazioni di sempre, dall’offerta della vita. Gesù, in questo modo, ci insegna a fare della nostra vita un’offerta perché non è importante cosa viviamo o cosa ci può accadere, ma a chi lo offriamo. Questa è la pietà di cui parla il testo. Fu esaudito per questa pietas, per questa capacità di amore al Padre che lo porta ad offrire mentre sta per soffrire. Gesù non scade mai nel pietismo sterile fatto di atteggiamenti esterni e superficiali; la sua è pietà, è amore profondo e radicato, è legame inscindibile con il Padre, anche quando si sente abbandonato; anzi, proprio in quell’istante terribile si abbandona perché sa che il Padre è con Lui. Questa è per il Figlio l’obbedienza che impara; tale atteggiamento non è il passivo accettare la volontà di un altro, ma il porgere orecchio e cuore ad un progetto, farlo proprio, legare una vita intera e dire di ‘sì’. L’obbedienza così intesa è arte difficile, perché il luogo in cui la mia volontà e quella del Padre si incontrano è il calvario; lì io devo morire a me stesso ed accogliere Dio come mia stessa vita. Gesù imparò l’obbedienza dalle cose che patì e questo lo rende perfetto. In questo ci insegna che la cattedra severa da cui apprendere l’obbedienza è la sofferenza e la prova. Nell’esercizio del nostro sacerdozio battesimale siamo chiamati a vivere l’obbedienza, a spalancare ogni finestra della nostra vita alla grazia dello Sposo che ci vuole tutti per Lui. Spesso in erpretiamo l’impegno dell’obbedienza come semplice esecuzione di quanto ci viene chiesto dai superiori o dalle regole dell’Istituto. Certo, anche questa forma di obbedienza è importante; ma il primo e fondamentale esercizio di obbedienza che siamo chiamati a vivere è quello che ci porta ad allargare il cuore a quanto Dio ci chiede. E per far questo, come Gesù dobbiamo imparare dalle cose che patiamo e soffriamo, dalle prove e dagli ostacoli, dalle insidie e dalle molteplici forme di tentazioni. Quando tutte queste cose arrivano non dobbiamo subito immaginarle come pennellate di grigio, ma come occasione propizia per vivere ed imparare l’obbedienza, per allenarci ad abbandonare la nostra debole vita fra le braccia potenti dell’Onnipotente, per dire di ‘sì’ sempre e solo a Lui, per orientare ogni nostro passo verso di Lui. Inscindibilmente legati a Cristo, sacerdote obbediente, anche noi vogliamo crescere nella virtù e nell’attitudine dell’obbedienza animata dalla pietà, dall’amore profondo: lo amiamo talmente questo Padre-Sposo che non riusciremo mai a dirgli di no; al contrario, saremo sempre pronti ad obbedire alla sua volontà. Anzi, ci siamo solo per quello! Per la riflessione personale: 1) Come vivo l’obbedienza a Dio nelle mie giornate quotidiane? 2) In che modo affronto le situazioni in cui intuisco cosa Dio mi chiede, ma sento che il mio cuore vuole andare altrove? 3) La preghiera mi aiuta a crescere nell’obbedienza? Come? D. Baldo Reina |