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LETTERA AGLI EBREI
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Il valore della prova (Eb 12,4-12) Il brano che presentiamo è la continuazione di quello analizzato lo scorso mese; dopo la definizione di fede (11,1) e l’elogio dei padri credenti, l’autore invita la comunità alla dimensione contemplativa: “Fissate lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (12,1-2). In Gesù la comunità è invitata a scoprire il modello non solo della fede, ma anche della lotta nella persecuzione: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (12,3). La comunità destinataria dello scritto sta vivendo un momento non facile; il passaggio dalla fede dei padri al compimento in Cristo non è avvenuto in modo semplice. Molte le incomprensioni, le lotte, le persecuzioni all’interno e all’esterno. Ci troviamo davanti ad uno degli snodi più delicati della nascita del cristianesimo e l’interpretazione di una simile situazione può condizionare gli sviluppi successivi. L’autore mette da parte qualsiasi lettura sociologica o antropologica e si gioca l’unica carta di cui dispone: l’esempio di Cristo. La comunità provata è invitata a guardare la sofferenza di Cristo che non diventa la risposta al dolore provato, ma la luce necessaria per non sentirsi soli e schiacciati da qualcosa di umanamente incomprensibile. Ne viene fuori, in pochi versetti, una splendida catechesi sul tema della prova; tema delicato in ogni fase della storia Sacra e ancora oggi molto dibattuto, perché di fronte al dolore e alla sofferenza ogni sistema di pensiero va in tilt e ogni parola precedentemente acquisita entra in crisi. Il brano si presenta come una riflessione sapienziale sul tema della prova (non inserisco il testo completo per motivi di spazio, ma ne raccomando la lettura integrale). Vi è una introduzione di carattere esortativo: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (v. 4); segue una citazione dal libro dei Proverbi (3,11-12), la valenza teologica del tema, un esempio tratto dalla vita familiare (il padre che corregge i figli) ed una esortazione finale: “Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (vv. 12-13). Analizziamo adesso i singoli aspetti per valorizzare la ricchezza teologica della sintesi offerta dall’autore. Il centro della sua riflessione mi sembra da individuare in due passaggi del brano: il v. 7 e il v. 10. Così suonano: “È per la vostra correzione che voi |
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soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?... Dio [ci corregge] per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità”. Di fronte alla prova (termine dal significato ampio, dalla persecuzione alla sofferenza fisica, dall’incomprensione alla tentazione...) l’autore sfugge da una spiegazione filosofica o puramente razionale. Sa bene che per tale via non si giunge a nulla di valido e consistente; preferisce riprendere il bagaglio sapienziale biblico e affrontare il delicato argomento nella linea di una pedagogia paterna in cui la correzione è data per la crescita e la maturazione dei figli; avviene nella vita di ogni famiglia che, di fronte al bambino che sta per affacciarsi alla maturità, i genitori sentano il bisogno di educarlo anche attraverso qualche richiamo o qualche punizione. Tali accorgimenti non vanno letti in sé, ma in un’ottica più ampia, quella della crescita globale del figlio. Analogamente Dio ci fa crescere attraverso delle prove che apparentemente, o sul momento, non arrecano nessuna gioia. Anzi, sembrano essere solo fonte di tristezza, di incomprensibile accanimento senza alcuna utilità, però, alla lunga e se ben accolte, diventano fonte di crescita e di sana maturazione. Nello sviluppo l’autore ci aiuta a focalizzare l’attenzione su alcuni passaggi che vorrei brevemente evidenziare. Innanzitutto il fatto che Dio ci tratta come figli; il sopraggiungere della prova ci fa sentire Dio lontano e la nostra condizione come quella di un estraneo debole, punito da un signore forte e capriccioso. Il brano, più volte (anche con il sussidio del libro dei Proverbi), presenta il momento della prova come il luogo (privilegiato) in cui scoprire Dio come padre che sta agendo a mio favore anche se, in quel momento, io non ci sto capendo granché. Attraverso una necessaria lucidità spirituale è indispensabile spostare l’accento da ciò che io in quel momento sto capendo (nulla!) a ciò che Dio per me sta realizzando (la crescita!). Fuori da questa comprensione paterna la prova ci fa impazzire. La seconda cosa, legata alla prima, che il brano ci comunica è la finalità della prova. Il brano fa convergere le diverse argomentazioni nell’affermazione fondamentale che la prova è per la correzione e la crescita. Il figlio non matura da solo, ma attraverso l’opera educativa dei genitori. Il credente non può pretendere di crescere da solo, ma solo attraverso l’agire misterioso di Dio. Il momento della prova è già momento di crescita; fuggire dalla prova significa non accogliere la possibilità di diventare grandi. Se l’atleta dovesse sempre accontentarsi dei piccoli traguardi raggiunti quando era piccolo, escludendo ciò che può migliorare risultati e resistenza, non vincerà mai nessuna gara. È la regola della vita. È la via maestra della fede. L’ultimo aspetto, quasi come gradino più alto, che il brano ci offre è il dirci che non solo Dio permette la prova per il nostro bene ma, addirittura, lo fa per renderci partecipi della sua santità. E qui arriviamo veramente ad un livello mistico senza precedenti. Scopriamo che prova e santità non sono due termini che fanno a pugni, ma l’uno è premessa dell’altra. Nella prova scopro il vero volto di Dio, che non è quello edulcorato delle immagini, ma quello sofferto della Croce, e sono reso partecipe della sua santità. Capisco chi è Dio solo nel momento della prova, perché è proprio nella prova che Dio rivela il suo vero volto. Di fronte a Gesù morente in croce il centurione pagano afferma: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”. La croce ci ricorda che Dio non impone a noi il peso della prova mentre se ne rimane a guardare, ma Lui per primo, nel suo Figlio, quel peso se lo è caricato sulle spalle perché tutte le altre croci risultassero un po’ più leggere. Così la prova da scandalo può diventare pietra angolare per la costruzione di un edificio spirituale non a misura d’uomo, ma a misura di Dio. Speriamo che fra la lettura del brano e la nostra vita concreta (con tutte le sue prove) non vi sia alcuna distanza, ma solo il desiderio di apprendere da Colui che, per amore nostro, ci insegna le cose fondamentali. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Come vivo il momento della prova? Mi capita di mandare tutto all’aria (preghiera, vita comune, impegni spirituali…) oppure rafforzo il mio legame con il Signore chiedendogli la forza di affrontare quella situazione? Don Baldo Reina |