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LETTERA AGLI EBREI
(7)
“Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti…” Nel capitolo 11 l’autore presenta una delle più belle e complete definizioni della fede; essa è “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (11,1), è ciò che sostiene e fonda la speranza e inizia a far pregustare le cose sconosciute agli uomini, ma pienamente iscritte nel mistero di Dio. La bellezza del capitolo 11 è data non solo da questa definizione, ma da una lunga carrellata di nomi (da Abele ai profeti), che dimostrano la fede come una virtù possibile e, soprattutto, realizzata nei momenti più difficili e sofferti. Tuttavia l’esperienza dei padri risultò incompleta perché, nonostante la loro buona testimonianza, non ottennero la promessa. Questa era riservata a noi a seguito dell’evento Gesù di Nazaret. Ed ecco, a questo punto, il capitolo 12 che presenta una ricchezza straordinaria di indicazioni spirituali per la comunità alla luce delle cose dette in precedenza. Tutta la riflessione attorno a Gesù sacerdote degno di fede, santo, senza macchia, il cui sacrificio unico è perfetto perché ci ha liberati da ogni peccato… adesso trova il suo punto più alto per la vita della comunità: se tutto questo è vero, se il sacrificio di Gesù è sostanzialmente diverso da quelli antichi ed è perfetto perché da esso riceviamo la vita eterna, allora a questo sacrificio e alla Persona che ce lo ha consegnato dobbiamo prestare la massima fiducia. Sappiamo bene come la comunità destinataria dello scritto, anche per le sue radici, ha qualche difficoltà a motivo della scelta fatta: all’esterno per le continue persecuzioni, all’interno per qualche radicamento nostalgico nella Legge antica. L’autore, ormai alla fine dello scritto, tira le somme ed invita fortemente i suoi fratelli nella fede a fidarsi generosamente del Risorto. “Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (12,1-2). Nella sua brevità la frase è un compendio di vita spirituale e si potrebbe ben valorizzare per mostrare i passaggi salienti di un vero cammino di fede. Provo a farlo mettendo in evidenza gli snodi più significativi. Innanzitutto è chiesto di “deporre”, di lasciare da parte, di abbandonare il peso del peccato. S. Paolo era solito usare l’espressione “morti al peccato” o “dimentichi del passato”. |
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| Non si può intraprendere nulla di serio se prima mentalmente e realmente non diciamo addio a ciò che parte dalla carne e conduce alla carne (“carne” qui intesa come contrapposta a “spirito”). Vi è nella vita cristiana (ed anche nella vita di consacrazione) una pars destruens, un momento di taglio netto con il peccato; ogni forma di tentennamento costituisce un primo passo verso la mediocrità, verso quell’essere “ne freddo, ne caldo” di cui parla l’Apocalisse. Tolto il fardello del peccato (perché un Altro se lo è caricato sulle sue spalle) siamo invitati a correre con perseveranza. Qui trovo due elementi interessanti: la corsa e la perseveranza. La corsa non è quella fisica del corpo (si potrebbe anche stare a letto e correre spiritualmente), ma è quella che abbiamo ascoltato in questi giorni del tempo pasquale. È la corsa dei discepoli al sepolcro, è la corsa delle donne per andare a dire a tutti l’accaduto, è la corsa di Pietro quando si accorge che sulle rive c’è il Signore, è la corsa del discepolo che Gesù amava… è la corsa di chi ha il cuore pieno, il cuore che scoppia per una notizia troppo bella. È la corsa di chi non fa calcoli perché la sua mente e tutta la sua vita è piena di Altro. La nostra fede non può essere un lento trascinare i piedi, un cammino stanco (e qualche volta stancante), annoiato, spento. No! È corsa riservata agli atleti di Dio, a quelli che sanno che ad attenderli c’è una meta sicura ed una ricompensa eterna. Il secondo elemento è quello della perseveranza. Ci siamo già soffermati, nei mesi scorsi, su questa importante virtù. Qui semplicemente ci ritorno per metterla in connessione con la fede-corsa. Sì, perché nel cammino quotidiano ci potrebbe essere la tentazione di stancarsi e lasciare perdere, di gettare la spugna dopo qualche difficoltà o lotta. E invece l’autore ci invita a correre con perseveranza, a mettere insieme cuore e volontà, fermezza e costanza, entusiasmo e progettualità. La corsa senza perseveranza potrebbe essere scatto di un momento e la perseveranza senza corsa puro calcolo umano. Insieme corsa e perseveranza fanno un cammino maturo e gioioso. E in questa corsa perseverante ecco il segreto: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede”. Una delle espressioni più forti di tutta la lettera. Ci ricorda che il cristiano ed il chiamato è innanzitutto un contemplativo. Sa tenere fisso lo sguardo su Gesù. Sa che la luce di quel volto illumina, le parole che escono da quella bocca servono. Tenere fisso lo sguardo su Gesù è il movimento della preghiera e di ogni singola azione che o è rapportata a Lui o è sbagliata. Siamo ogni giorno invitati a guardare tante cose e persone ma il nostro sguardo deve essere fisso su di Lui; sulle altre cose lo sguardo deve essere breve e fugace, su Gesù costante e fisso perché è da quello sguardo che a noi arriva la salvezza. Come lo sguardo di Zaccheo o dei primi chiamati, della donna adultera o del cieco… la nostra fede è un incontro di sguardi del nostro su di Lui e del suo su ciascuno di noi. La motivazione ci è subito spiegata: dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù perché è Lui l’autore e il perfezionatore della fede. Autore e perfezionatore sono due termini che indicano una progressione. Autore perché artefice, è da Lui che tutto prende forma e vita; la fede non è opera nostra, ma scaturisce da Lui come acqua limpida da una sorgente pura; ed insieme perfezionatore. È Lui che ci chiama e ci educa, ci forma, di corregge (lo vedremo meglio la prossima volta), ci plasma, ci incoraggia. È Lui, il perfetto che perfeziona la nostra debole fede, mentre noi teniamo fisso lo sguardo su di Lui. Mi sembra che l’autore, con una frase semplicissima, ci aiuti a rivedere la nostra fede. Provvidenzialmente questa riflessione cade nel tempo di Pasqua. Proviamo non solo a studiare il testo proposto, ma anche a meditarlo per capire se veramente tutta la nostra vita è attratta dal Risorto e se ancora i nostri occhi sono fissi su di Lui. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Sono cosciente del mio peccato, delle difficoltà che esso mette sul mio cammino di santità? Don Baldo Reina |