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IL CURATO D’ARS

Carissime...

il mese di marzo di quest’anno ci immerge in piena Quaresima, tempo di grazia per ascoltare in modo più profondo la Parola di Dio, vivere più intensamente la preghiera, fare propositi per cambiare alcuni aspetti concreti della nostra vita che non sono perfettamente in linea con il Vangelo. Marzo ci ricorda immediatamente la solennità dell’Annunciazione del Signore, la nostra festa, e ci invita a guardare Maria come la guida sicura che ci conduce a Gesù. Come sempre, nel weekend vicino all’Annunciazione (giorni 19- 21), vivremo il primo dei due incontri vocazionali nazionali nella nostra casa di Roma. Questo weekend comincia il giorno di San Giuseppe (19), sotto il suo sguardo e la sua protezione. Chiediamo, a voi tutte, di pregare perché il Signore ci guidi in questi incontri e mandi sante vocazioni al nostro Istituto e a tutta la Famiglia Paolina.
La Chiesa ha bisogno di consacrati e soprattutto di santi che cambino il volto della terra, che seminino giustizia e amore, pace e perdono, accoglienza e amicizia, portando Dio in ogni luogo e in ogni tempo. Non a caso Benedetto XVI, inaugurando l’Anno Sacerdotale (19 giugno 2009-19 giugno 2010) ha voluto proporre un grande santo, Giovanni Maria Vianney (il Curato d’Ars), come modello per i sacerdoti e per ogni cristiano che voglia vivere seriamente il Vangelo.

La vita

Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, nei pressi di Lione (Francia). Dopo aver vinto le resistenze del padre inizia il cammino di formazione per il sacerdozio. Giovanni Maria faticò molto per diventare sacerdote perché era lento nell’apprendimento. A 29 anni, nonostante la sua ignoranza teologica viene ordinato presbitero e mandato ad Ecully da don Balley, un santo prete che lo aiuterà a diventare sacerdote. Dopo tre anni il vescovo gli affida la cura pastorale di Ars, un paesino sperduto a nord di Lione che aveva 230 abitanti. Un pastorello, che allora aveva solo una decina d’anni, racconta che il giovane prete si fermò vicino a lui per chiedergli la strada e che dopo

aver ricevuto l’informazione gli disse: “Tu mi hai mostrato la via di Ars, io ti mostrerò quella per il cielo”. Giovanni Maria avverte subito la grande indifferenza religiosa della gente del paese e vive la sua missione trascorrendo lunghe ore inginocchiato in preghiera davanti al tabernacolo. Mangia poco, consuma solo un pasto al giorno, in genere patate bollite, anche fredde.
Ad Ars si occupa subito di fondare, dapprima la scuola femminile e l’orfanotrofio “La Provvidenza”, poi anche una scuola maschile gestita dai Fratelli della Sacra Famiglia. Dopo alcuni anni la popolazione di Ars, inizialmente insofferente al suo rigorismo morale, comincia ad accorgersi di questo sacerdote sempre in digiuno e penitenza che dà tutto ai poveri. Per ascoltare le sue catechesi e omelie comincia ad arrivare un gran numero di pellegrini, che partecipa alla sua Messa e si confessa da lui: il Curato, infatti, è sempre in confessionale, per ore e ore, anche senza mangiare e dormire. Morirà il 4 agosto 1859. Nel 1905 Pio X lo dichiarerà beato e nel 1925 il papa Pio XI lo canonizzerà. Giovanni XXIII gli dedicherà un’enciclica, la Sacerdotii Nostri Primordie. Giovanni Paolo II lo ricorderà nella lettera indirizzata ai sacerdoti il Giovedì Santo del 1986 e, recandosi ad Ars nello stesso anno del bicentenario della sua nascita, oltre all’omelia della Messa, predicò ai sacerdoti presenti un ritiro spirituale, presentando Giovanni Maria Vianney come modello di vita sacerdotale.

Il pastore

La prima visita del giovane Curato, appena arrivato ad Ars, fu alla chiesetta. Rimase desolato dallo stato di abbandono del santuario rispetto al presbiterio, che gli sembrava troppo confortevole: “il sacerdote è meglio alloggiato di Dio!”, pensava. Vianney passerà tutta la sua vita di parroco ad abbellire, ornare, ingrandire la Casa di Dio. “Niente è troppo bello per il buon Dio”, diceva. Vianney non aspettò che i parrocchiani cominciassero a fargli visita, ma iniziò lui per primo, andando a trovare ad uno ad uno gli abitanti e a far conoscenza, a poco a poco, con tutti: “Si è conciliato l’affetto dei suoi parrocchiani per la sua grande carità, la sua grande bontà, per le numerose visite che faceva”, testimoniò una parrocchiana di Ars. Gli abitanti di Ars si accorsero ben presto che quel piccolo prete, mal vestito, magrolino, timido, dall’andatura pesante, era un lottatore ostinato. Dichiarò guerra contro abusi inveterati, contro usanze pagane: l’abitudine di bestemmiare, la passione per i balli, la consuetudine di lavorare la domenica, di frequentare le bettole. La lotta durò anni e la vittoria non fu mai completa su tutti i fronti (G. Rossè). Il suo lavoro enorme era un segno indubbio della sua disponibilità totale. Arrivava dovunque, sostituiva i confratelli, li aiutava durante le missioni, visitava regolarmente i malati, faceva il catechismo, battezzava e viaggiava e tutto questo assieme ad ore ed ore di confessionale e di preghiera. Un testimone racconta: “Sembrava farsi tutto a tutti. Non perdeva occasione per dare ad ognuno dei suoi parrocchiani segni concreti del suo affetto e della sua dedizione” (A. Dupleix). Ciò che lo spingeva ad un apostolato così intenso era la sua vita intima con il Signore: “Ciò che ha reso santo il Curato d’Ars – scrive Benedetto XVI – è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Dio lo aveva chiamato, è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu ‘innamorato’ di Cristo”. Quando era ancora notte fonda, il Curato si alzava per recarsi in Chiesa. “All’inizio del suo ministero – ricorda un testimone – andava regolarmente in chiesa alle 4 del mattino e rimaneva in adorazione ai piedi dell’altare fino al momento della Messa, che diceva verso le 7”. Pregava per la sua gente: “Mio Dio, concedetemi la conversione della mia parrocchia; io sono disposto a soffrire tutto quello che voi vorrete, per tutta la durata della mia vita… purché si convertano!”. Era l’amore per i suoi che lo spingeva a mortificazioni, digiuni, supplizi anche eccessivi. Per otto anni ebbe un collaboratore con un carattere forte, padre Raymond. Furono anni segnati dalla pazienza, dal perdono. Nonostante tutto il curato d’Ars difese sempre padre Raymond, sia dai fedeli che presso il Vescovo: “Gli voglio bene, ha un buon cuore… fa molto del bene”. La volontà di lasciare Ars, di “fuggire”, fu ricorrente nei quarant’anni di ministero di Vianney, per la troppa responsabilità che sentiva, come Curato, verso i parrocchiani e le persone che venivano da fuori per ascoltarlo e confessarsi: “Aiutatemi ad ottenere la grazia… lasciare questo posto che non sono degno di occupare per la mia ignoranza. E ritirarmi in un angolino dove piangere la mia povera vita”. A questa esigenza di solitudine faceva tuttavia riscontro, nell’intimo del Curato, un’altrettanta sete di donazione: “Se avessi già un piede in cielo e mi si venisse a dire di tornare sulla terra per lavorare alla conversione di un peccatore, tornerei volentieri. E se necessario, per questo restare qui fino alla fine del mondo, alzarmi a mezzanotte e soffrire come soffro, accetterei con tutto il cuore”.
L’amore di Dio Tutta la vita del Curato d’Ars è animata, fin da giovanissimo, dalla presenza e dall’amore di Dio. La sua instancabile attività ministeriale è mossa da un intenso amore di Dio che egli sente nel cuore: “Essere amato da Dio, essere unito a Dio… vivere in presenza di Dio, vivere per Dio: oh bella vita… e bella morte… tutto sotto lo sguardo di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio… oh quanto è bello!”. E così il nostro santo prega: “O Gesù; conoscerti è amarti! Se sapessimo quanto Nostro Signore ci ama, moriremmo di gioia! Non credo che ci sono cuori così duri da non amare, vedendosi tanto amati… L’unica felicità sulla terra è di amare Dio e di sapere che Dio ci ama”. E ancora: “Quanto è bello, quanto è grande conoscere, amare e servire Dio! È l’unica cosa che abbiamo da fare in questo mondo. Tutto quello che facciamo al di fuori di ciò è tempo perso”. L’amore è la stoffa di cui siamo stati “tessuti nel grembo materno” (cfr. Sl 139) ed è solo nell’amore che ritroviamo noi stessi: “Sinché non amerete il vostro Dio, non sarete mai contenti: tutto vi opprimerà, tutto vi annoierà”. Amare è la vocazione dell’uomo: “Un cristiano vero che ama Dio e il prossimo, guardate come è felice! Quale pace nella sua anima: è il paradiso sulla terra”. L’anima cerca Dio: “Solo Dio le basta, solo Dio può colmarla, solo Dio può saziare la sua fame… Se potessimo capire la felicità che abbiamo di poter amare Dio, rimarremmo immobili, in estasi”. E ancora: “Se si riflettesse bene, non si potrebbe vivere: si morirebbe d’amore per un Dio che ci ha tanto amati”. Giovanni Maria Vianney esulta per Dio Padre: “Oh quanto è bello avere un Padre nel cielo!”. E sente già il caldo amore di Dio della vita eterna: “Ne saremo inebriati. Saremo annegati, perduti in questo oceano di amore divino… in questa carità immensa del Cuore di Gesù”. Il Curato fa esperienza della potente protezione di Dio: “Io sono sempre stato il bambino viziato della Provvidenza; non mi sono mai occupato di nulla, e non mi è mai mancato niente!”.

Don Vito

(Continua nell'area riservata)

 

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