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LETTERA AGLI EBREI
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Cristo mediatore di un’alleanza nuova (cap. 8)

Il tema del sacerdozio di Cristo costituisce l’asse portante di tutta la lettera agli Ebrei. L’autore, come un bravo catecheta, ritorna a più riprese sull’argomento inserendo, di volta in volta, elementi nuovi che rafforzano la tesi iniziale e lentamente la completano. Così, dopo il sesto capitolo (oggetto della nostra ultima riflessione) l’autore mette a confronto il sacerdozio di Cristo con quello di Melchisedek con diverse argomentazioni tratte dalle Scritture e arriva ad una conclusione molto chiara che colloca Cristo e il suo essere sacerdote su un piano nuovo e differente: “Quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Egli, invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo e intercede a loro favore” (7,24-25) La differenza sostanziale di Gesù rispetto ai sacerdoti dell’AT sta nel suo essere Figlio di Dio oltre che figlio dell’uomo; il suo, pertanto, è un sacerdozio eterno realizzato con l’offerta unica ed irripetibile della sua vita. Da questa novità fondamentale consegue uno degli aspetti legati al sacerdozio; infatti, nell’antico patto il sacerdote aveva la funzione di rinnovare, con i diversi sacrifici, l’alleanza della Torah che il popolo puntualmente trasgrediva con una condotta peccaminosa. Cristo, invece, essendo “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli” (7,26) è mediatore di una alleanza nuova ed eterna poiché quanto offre una volta per tutte (la sua vita con il sacrificio della croce) ha valore eterno ed universale. Eccoci così arrivati al cuore del discorso affrontato nel capitolo 8: l’alleanza nuova inaugurata dal sacrificio di Cristo. Il testo, dopo una breve introduzione che crea il legame con il capitolo precedente, riprende un ampia sezione del capitolo 31 del libro del profeta Geremia, lì dove Dio promette l’inizio di una alleanza nuova impressa nel cuore e nella mente del popolo che, in forza di questa, ritornerà ad essere pienamente il popolo di Dio. Lo sviluppo del capitolo 8 è molto importante anche per la nostra vita spirituale perché se interpretiamo bene il nostro rapporto con Cristo e uniamo il nostro sacerdozio al suo riusciamo ad entrare pienamente in una logica sponsale che è quella più adatta per spiegare l’alleanza biblica.

All’inizio del capitolo l’autore ribadisce la superiorità di Cristo rispetto agli altri sacerdoti fondata sul fatto che egli “…si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito”. In questa sintetica definizione del sacerdozio di Cristo vi sono i due ‘piloni’ del suo essere pontefice; da una parte egli è assiso alla destra del Padre, cioè è Dio, è Figlio di Dio uguale a Lui nella sostanza e la sua incarnazione non ne ha sminuito la divinità, anzi attraverso quella ci ha portato Dio, ci ha innestati in Dio, ha fatto sì che l’Eternità entrasse nel tempo e nella storia degli uomini. Dall’altra Gesù è ministro della vera tenda, avendo Egli posto la sua tenda in mezzo a noi, cioè è veramente uomo, anzi è l’uomo nuovo grazie al quale – come ci ricorda la Gaudium et Spes – ogni uomo comprende pienamente chi egli sia e quanto grande sia la sua dignità. E in quanto uomo egli può comprendere le nostre infermità e debolezze, tentazioni e fallimenti, essendosi fatto uguale a noi in tutto eccetto il peccato. Il sacerdozio di Cristo è eterno e perfetto perché crea un legame profondo ed efficace fra Dio e l’uomo: porta Dio all’uomo (Incarnazione) e conduce l’uomo in Dio (Resurrezione). Questa prima parte del capitolo consente al lettore (e a noi oggi) di essere immesso nella realtà nuova che si è venuta a creare grazie all’offerta che Gesù ha fatto di sé morendo in Croce e versando il proprio sangue per la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. A partire da questa sorprendente novità (perché non fondata sui meriti degli uomini, ma sulla libera e gratuita iniziativa di Dio) siamo invitati a rileggere la realtà dell’alleanza. Questa categoria teologica che attraversa tutte le Scritture (da Genesi ad Apocalisse) non vuole minimamente portarci a pensare il nostro rapporto con Dio in una visione legalistica. E anche se il patto esprime un impegno concreto fra due contraenti, l’immagine migliore per spiegare l’alleanza biblica è quella del matrimonio dove i due si impegnano, è vero, ma lo fanno non in virtù di un contratto, ma di un legame d’amore. Dio, sin dall’inizio della Rivelazione, vuole entrare in un rapporto sponsale con noi suo popolo e sua sposa e l’obiettivo che ci mette davanti è quello racchiuso dentro una teologia che potremmo chiamare dell’aggettivo possessivo: “Voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio”. Dentro questa visione comprendiamo da una parte il limite dell’alleanza antica e, dall’altra, la novità inaugurata da Cristo. Nel testo di Geremia, che il capitolo 8 commenta, ci viene ricordato che l’antico patto era scritto su tavole di pietra e veniva puntualmente trasgredito perché mancava qualcosa nel credente che glielo facesse sentire vivo. Il peccato segnava un continuo allontanamento dei due ‘alleati’: Dio e l’uomo. In Cristo questa spirale di fallimento finalmente si interrompe, perché essendo Egli vero Dio e vero uomo può far sì, con il dono della sua vita, che l’alleanza diventi realtà vitale e che sia iscritta nel cuore di ogni uomo. Durante l’ultima cena Gesù, sollevando il calice del vino, pronuncia le parole che oggi riviviamo nell’Eucarestia: “Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza”. In quel sangue l’alleanza si rinnova e si imprime nella vita di tutti coloro che la accoglieranno fedelmente. Da tutto ciò derivano alcune conseguenze in ordine alla vita spirituale molto importanti; innanzitutto quella di sentirsi pienamente immersi in una logica di alleanza sponsale che quotidianamente ci interpella. Quelle che seguono sono domande aperte, come aperta è la questione se, dentro questa alleanza, stiamo immergendo tutta la nostra vita. Riflettere sul sacerdozio di Cristo, attraverso la lettera agli Ebrei, significa accogliere la portata di grandezza e di serietà che essa ci presenta.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Se Gesù è venuto per inaugurare una alleanza nuova iscritta nel profondo del mio essere, io che tipo di risposta sto dando?

2) Il suo donarsi coincide con il mio desiderio di comunione profonda?

3) Corro il rischio di rimanere sempre ai margini, attraverso una mediocrità interiore che riduce tutto ad una semplice osservanza esteriore, legale, superficiale, che non diventa vita vissuta?

Don Baldo Reina