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LETTERA AGLI EBREI
(10)

“Perseverate nell’amore fraterno”

Vorrei dedicare questi due ultimi interventi al capitolo conclusivo della lettera agli Ebrei, scritto che ci ha accompagnato nell’itinerario di quest’anno. Il capitolo 13 raccoglie una serie di indicazioni di carattere parenetico-esortativo che diventa difficile raggruppare in modo tematico; potremmo prendere in prestito l’immagine di un padre che sta per lasciare i propri figli e ha il desiderio di raccomandare loro più cose possibili senza avere la preoccupazione di argomentarle in modo compiuto. Qui l’autore ha il desiderio di far calare tutto il contenuto della teologia presentata in precedenza nel concreto della vita della comunità e di ogni singolo credente per far sì che questa venga plasmata da Cristo ed illuminata dal suo mistero di grazia. Lo stile esortativo è presente in quasi tutte le lettere di Paolo e sarebbe utile andare a riprendere alcuni passaggi (quello della lettera ai Romani o ai Corinzi per esempio) e confrontarli con il nostro. Il punto di convergenza è costituito dall’insistenza sulla carità e sulle sue tante espressioni. Il tesoro di fede, il mistero di Cristo, la redenzione da Lui operata, la vita della Chiesa e tutto ciò che fa parte della vita divina, a noi è partecipata perché possa essere tradotta nella carità operosa. San Paolo, in uno dei suoi scritti afferma che la fede opera per mezzo della carità. Anche qui, il denominatore comune delle indicazioni raccolte nel capitolo 13 è la carità concreta e visibile. In questo primo contributo vorrei soffermarmi sui primi 15 versetti lasciando al mese successivo i versetti conclusivi. Richiederebbe molto tempo la trattazione delle singole espressioni; lascio ad ognuna l’impegno di una lettura ed una meditazione attenta del testo. Qui mi limiterò a spigolare solo alcune frasi tentando di evidenziare gli aspetti più significativi per la nostra vita di consacrazione. La prima indicazione, quasi la porta di ingresso, riguarda l’amore fraterno.

L’autore non lo descrive né lo qualifica; si limita a chiedere di perseverare in esso. L’amore fraterno è la sintesi del vangelo e della predicazione del Divino Maestro e rispetto ad esso non abbiamo bisogno di molte parole (tranne quando non vogliamo viverlo!). Abbiamo solo bisogno di praticarlo in modo costante più che lasciarlo all’emozione del momento o racchiuderlo dentro situazioni felici e serene. La perseveranza richiede esercizio quotidiano di amore, soprattutto quando non è ricambiato o corrisposto. Mi verrebbe di tradurre questa frase così: “Siate testardi nell’amore; amate anche quando non siete amati; seminate amore anche quando il terreno vi sembra pieno di sassi; amate sempre, amate tutti, portate amore ovunque”. I cristiani, e noi consacrati in particolare, siamo il segno visibile, il sacramento dell’amore trinitario. “Ricordatevi dei carcerati”. “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” dice Gesù nel cap. 25 di Matteo. L’amore va esteso soprattutto nei confronti degli esclusi, degli emarginati, dei diseredati, dei senza dignità. E il nostro amore sarà la medicina affinché ritornino a sentirsi persone meritevoli di attenzione. L’autore offre un criterio per amare gli ultimi: “Come se fossero loro compagni di carcere”. È quello che ci ricorda Gesù nella regola d’oro: il fare agli altri quello che piacerebbe fosse fatto a noi.
Avere compassione dell’altro, calandosi pienamente nella situazione che vive e facendola nostra in modo pieno e coinvolgente. La persona consacrata non può percorrere la strada dell’indifferenza o della freddezza perché l’altro le appartiene, è la via privilegiata per conoscere il vero volto di Cristo. “La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: non ti lascerò e non ti abbandonerò e non ti lascerò”. La terza indicazione che mi piace raccogliere riguarda la sobrietà, figlia di una grande libertà interiore. Accontentarsi di quello che si ha è espressione di amore all’essenziale, a Dio che è l’Essenza di tutte le cose e unica realtà necessaria alla nostra vita. Nella logica biblica si è sobri non perché si disprezzano le cose, ma perché si ha il cuore pieno di un Altro. Dio è il nostro tutto e come tale va cercato, adorato, accolto. Le cose sono cose! Vanno usate per quello che sono. La sobrietà ci aiuta a fare una corretta scala di valori e a rispettarla con molta semplicità. La sobrietà della persona consacrata (nel vestire, nel parlare, nell’uso dei beni, nella condotta) è uno dei segni più efficaci del suo profondo radicamento in Dio. Quando, al contrario, si decide di sovraccaricare troppo la propria vita, quello è il segnale che il nostro cuore è altrove e non più in Dio.
“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre”. Concludo questa prima parte con il versetto che ha accompagnato il cammino della Chiesa universale in occasione del Giubileo del 2000, espressione che fa sintesi della nostra fede ricordando la centralità di Cristo e la sua universalità. Il capitolo inizia con la perseveranza nella carità e nell’amore fraterno e si chiude (almeno in questa sezione) con il riferimento a Cristo che è la sorgente della carità, anzi, è l’amore incarnato. Legare Cristo alle tre coordinate della storia vuol dire riconoscere che Egli è la nostra origine - ieri, il nostro presente - oggi, ed il nostro futuro - sempre. Proviamo ad uscire fuori dalla tentazione di una frase-slogan e tentiamo di applicarla alla nostra dimensione quotidiana. Scopriremo che in essa vi è un profondo radicamento cristologico, quasi un terreno nel quale noi affondiamo le radici, scopriamo la linfa vitale che ci alimenta e iniziamo ad intravedere i frutti che allieteranno la nostra mensa. È l’invito a rivedersi o a rileggersi in Cristo e solo in Lui, ad allontanare ogni tentazione di comprensione solo umana della propria esistenza fatta delle ombre dei peccati e delle infedeltà e illuminata dal Mistero di Cristo. Qui scopriamo il cuore della nostra consacrazione: mistero di vita immerso nella vita di Cristo, frammento di umanità ricoperta di divinità, respiro di terra impastato con il soffio dell’eternità, mistero grande nella piccolezza sperimentata… È bello affrontare ogni segmento di storia dicendosi e annunciando: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre”.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La persona consacrata non può percorrere la strada dell’indifferenza o della freddezza perché l’altro le appartiene, ed è il luogo dove fa esperienza vera di Dio. Sappiamo noi essere testardi nell’amore; amare anche quando non si è amati; amare sempre, amare tutti, portare amore ovunque?

2) La sobrietà della persona consacrata è uno dei segni più efficaci del suo profondo radicamento in Dio. Si è sobri non perché si disprezzano le cose ma perché si ha il cuore pieno di un Altro. Nella mia vita che posto occupa la sobrietà? Ha ancora senso per me parlare di sobrietà? La vivo con generosità, con gioia e senza pesantezza o rimpianti?

Don Baldo Reina