| religiosa propria.Viva perciò interamente per essa. Ogni articolo delle Costituzioni costituisce un mezzo per avvicinarsi di più a Dio. Ognuno viva indefessamente impegnato al suo progresso di opere e di persone; lavori a rimuovere da essa ogni macchia o ruga; sull’esempio di Gesù Cristo, come [Lui] operò per la Chiesa: Seipsum tradidit pro ea. Ut illam sanctificaret... Ut exiberet ipse sibi gloriosam Ecclesiam... ut sit sancta et immaculata [Ha dato se stesso per lei, per renderla santa... al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa... santa e immacolata. Cfr. Ef 5,26-27]. [...] Che vi sia in primo luogo il sostituire l’uomo nuovo Cristo Gesù all’uomo vecchio. Si è spesso tentati di piacere ed accontentare... Occorrono i tre passi: formare profonde convinzioni, idee precise, e larghe; l’abneget seipsum [rinneghi se stesso] in cose minute, il tollat crucem suam [prenda la sua croce] in un compimento generoso dei doveri quotidiani di studio ed apostolato; il sequatur me [mi segua] in una unione costante con Dio, in una illuminata delicatezza di coscienza, in uno spirito di assidua orazione e fedeltà alle pratiche di pietà. [...] L’amore alla Congregazione si dimostra col purificare e santificare, con assiduo impegno, noi stessi; ed i nostri anche più anziani. [...] Vi sia il buon esempio vicendevole: nella pietà, nella fedele osservanza, nel comune sentire e nel parlare. [...] Lo zelo per l’Istituto è fondamentale, ma richiede fatiche e sacrifici. Ma li hanno schivati i santi religiosi? i santi apostoli? le anime che amano Dio e il prossimo? Talora l’invidia si accende in un’anima; allora divisioni e malcontenti!
Tale passione acceca, indurisce il cuore. L’umiltà invece ci suggerisce parole di benevolenza, sentimenti di carità, desideri di bene per tutti; ci rende servizievoli. Brilli sempre davanti a noi la dolce immagine del Divin Maestro e consideriamo le sue parole: Discite a me quia sum mitis et humilis corde. [Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Cfr. Mt 11,29]. […] La Congregazione è una società o famiglia religiosa. Essa ha perciò un Governo e dei Superiori, come ogni singola casa dell’Istituto. Ciò richiama alla nostra mente sapienti parole di S. Paolo: “Vi preghiamo, o fratelli, di aver riguardo a coloro che faticano tra di voi, vi governano nel Signore e vi istruiscono: abbiateli sommamente cari, a motivo delle loro fatiche, e vivete in pace con essi” (1Tes 5,12-13). Considerazioni: Aver riguardo: ogni religioso deve riconoscere nei Superiori i rappresentanti di Dio; riconoscerli con l’ubbidienza, ancorché‚ intervengano con l’ammonirvi. E migliore ancora, oltre l’ubbidienza, l’averli sommamente cari !
E: vivere in pace con essi ! Quanto importante anche questa raccomandazione! E tutto: poiché vi governano nel Signore; e a motivo delle loro fatiche. Sì, a motivo delle loro fatiche; è il loro dovere: di dirigere, confortare, correggere in quanto rappresentano il Signore e ci comunicano il suo volere. E questo ufficio è tanto pieno di spine e di responsabilità! Per le loro fatiche, è cosa tanto importante, per unire le forze e guidare tutto al bene comune. E, se ciò è proprio per il bene anche di ciascuno, ciascuno non deve amare ed aiutare con la preghiera, il consiglio, la docilità, il loro compito? E questo con gioia? Ne risulterà una famiglia ben compaginata e attiva; ne risulterà una santa milizia contro il male. Può pure accadere che il Superiore sbagli... questo non ci autorizzi a far secondo il proprio arbitrio... ma dobbiamo umilmente presentare la nostra difficoltà nel modo che insegnano le Costituzioni. Poi sappiamo che Superiori e Membri dobbiamo stare umili. [...] Non è mai da confondersi la libertà con la indipendenza. [...] Assicuriamoci le divine benedizioni con la sottomissione e l’obbedienza: richiamandoci agli esempi ed all’insegnamento del Maestro Divino. In molti casi non appariranno le ragioni di quanto disposto... allora si è sicuri che si fa soltanto la volontà di Dio! e questa è gran sapienza; ed insieme il nostro sommo ed eterno vantaggio. A che gioverebbe una contraria condotta? Nei passi più decisivi della vita dobbiamo talora ciecamente essere condotti per mano da Dio, a mezzo del maestro di spirito e dei Superiori. Non lo troviamo questo anche in S. Paolo? Vinto egli da Gesù Cristo, domanda che cosa debba fare. Ma il Maestro Divino non glielo dice, gli dice invece: “Va’ a Damasco, ti sarà detto...”. Comincia perciò a sottomettersi alle autorità della Chiesa! e dalle acque battesimali nasce un altro uomo “nuova fattura in Cristo Gesù”. Saulo convertito da tre giorni, per zelo già vuol intraprendere la predicazione. Ma gli andò male: invece di convertire, gli ebrei lo ricambiarono con tentativi di omicidio ed egli dovette fuggire. Il suo errore era stato quello di molti giovani, privi ancora di sufficiente preparazione ed esperienza; illuminati e pieni di fervore pensano basti aprire la bocca, disapprovare tutti quelli che li hanno preceduti, introdurre una novità perché tutti applaudano e li seguano... ed il mondo tutto li segua. Si fidano del loro modo di pensare, del loro progetto bello, di qualche consenso. Occorre pregare, consigliarsi, attendere il momento di Dio: operare nell’obbedienza.
Prima occorre che Dio abbia arato il campo; poi si getterà il chicco di grano che trovi sviluppo. Solo così, e nel campo dove Dio ci chiama, raccoglieremo meriti per noi; e forse anche il cento per uno rispetto agli altri. Ma è ancora di importanza capitale il buon comportamento con i Fratelli: “Rendete perfetta la mia gioia, stando concordi con la stessa carità, di un solo animo e di un solo sentimento. Nulla fate per cieca o per vana gloria; ma con umiltà ciascuno consideri gli altri come superiori, e non guardi al proprio interesse, ma a quello degli altri” (Fil 2,2-4). O, ancora più giusto per religiosi e sacerdoti: “Obsecro itaque vos, ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis, cum omni humilitate et mansuetudine, cum patientia sopportantes invicem in caritate. Solliciti serbare unitatem spiritus in vinculo pacis. Unum corpus et unus spiritus sicut vocati estis in una spe vocationis vestrae”: [Vi esorto dunque io il prigioniero nel Signore a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo un solo spirito come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione. Cfr. Ef 4,1-4]. Umiltà non orgoglio; gara di carità non di scavalcarsi; in umiltà di spirito col Superiore Generale e con i Superiori locali. Abbiamo un unico Signore; e siamo tutti devoti e umili servi.
Tendiamo tutti al paradiso; e potrebbe succedere che qui, sulla terra, chi è in un posto umile, domani brilli sopra chi ora è superiore, o al primo posto. Si ha la medesima professione; si è fratelli; si devono osservare le medesime Costituzioni. [...] Ma come si ottiene questa unità? Da parte dei Superiori e da parte dei Membri. a) I Superiori siano umili, si considerino come debitori (come lo sono di fatto) ai Fratelli, si ritengano per servi, secondo l’esempio e l’insegnamento di Gesù: che lavò i piedi agli Apostoli; che disse non sono venuto a comandare, ma a servire. [...] b) Da parte dei Membri: di nuovo occorre carità vicendevole. Pensar bene di tutti; parlar bene di tutti; desiderare il bene di tutti; fare del bene a tutti. Si evitino i sospetti, i giudizi malevoli o infondati; si evitino le critiche! Quanta pace e quanto amore e bene può rovinare un malevolo con i discorsi! La carità si esercita per le anime ed i fratelli in generale: I) Con la benevolenza: voler il bene; soprattutto il Sommo Bene! che i fratelli siano santi, lieti, benedetti, fortunati! che la Chiesa si diffonda sulla terra e tutti partecipino ai suoi ineffabili doni... II)
Con la beneficenza: dare la verità in carità, dare l’esempio buono, dare l’aiuto della preghiera e del conforto, dare i sacramenti e l’istruzione, dare lo spirito religioso; dare i beni materiali; in sostanza esercitare le opere di carità spirituali e materiali. III) Con la compiacenza: che si mostri all’esterno e realmente parta dal cuore la gioia e soddisfazione per tutti i beni che ha il fratello: perché è buono, intelligente, stimato, istruito, è in salute, benedetto nelle sue iniziative ecc. IV) Con la convivenza serena: in famiglia, in religione, in società; a tavola, a scuola, con i giovani, gli anziani, i superiori, gli inferiori, i visitatori, i poveri, le persone noiose ecc. Così che la vita sia di conforto nelle pene, di incoraggiamento nelle difficoltà, di sincera partecipazione alle gioie. Vi siano pure quei comuni segni esterni che si adoperano dalle persone buone in società e nelle relazioni. E questo anche con chi fosse avversario: poiché così fece il Salvatore, così ci insegna S. Paolo che pur dichiarava di avere “molti avversari” (lCor 16,9). [...] Questa convivenza suppone anche: “Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). E perciò: si comprimano le invidie, le esagerazioni sui difetti altrui, il rancore astioso, le sinistre interpretazioni, il continuato ricordo e il rinfacciare gli errori e il pubblicarli. Gesù non finì di estinguere il lucignolo fumigante, né di rompere la canna incrinata. [...] Chiudo col saluto di S. Paolo: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, la carità di Dio e la comunione dello Spirito Santo sia con voi tutti. Così sia” (2Cor 18,13).
Beato Giacomo Alberione |